La storia degli Stupri di Massa nella Germania “Conquistata”

Maggio 1945, Germania. Berlino è presa, Il Terzo Reich si è arreso alle forze alleate e il territorio tedesco viene diviso in quattro zone di influenza, all’origine della successiva spartizione di Germania Ovest e Germania Est, che durerà sino al 1990. Per le strade del paese regna la desolazione e la distruzione della guerra, ma non solo.

Le truppe sovietiche, che hanno liberato i campi di concentramento come Auschwitz, stanno avanzando a suon di battaglie e morti, ma anche di stupri e violenze sulla popolazione civile. In una rara immagine che lascia intuire le ritorsioni dell’esercito russo, scattata a Lipsia al capolinea della ferrovia centrale, un soldato afferra una donna per un braccio, mentre un altro sogghigna dietro.

La storia, nel caso degli stupri di massa da parte dei soldati nei confronti della popolazione civile, è differente in base alle fonti che si consultano. Secondo la storiografia russa gli stupri di massa o non avvennero oppure furono circoscritti ad alcune, sporadiche (e inevitabili in tempo di guerra) iniziative di singoli.

Secondo la storiografia occidentale, invece, i sovietici si macchiarono dello stupro di un numero imprecisato di donne, uomini e bambini, in un numero che va da alcune centinaia di migliaia sino a 2 milioni di persone.

Ricostruire quei difficili momenti storici è oggi difficile, nonostante siano passati neanche 80 anni. Per comprendere le diverse opinioni in campo penso sia utile partire da quel che hanno scritto gli storici. Prima però vi riporto una lettera del 1945 in cui un soldato russo rimasto anonimo scrive a casa: “Ci stiamo vendicando di tutto, e la nostra vendetta è giusta. Fuoco per fuoco, sangue per sangue, morte per morte”.

Lo storico britannico Antony Beevor sostiene che questo fu “il più grande fenomeno di stupro di massa nella storia“, e ha concluso che almeno 1,4 milioni di donne sono state violentate nelle sole zone della Prussia orientale, Pomerania e Slesia.

Lo storico statunitense William Hitchcock afferma che in molti casi le donne furono vittime di ripetuti stupri, alcune addirittura da 60 a 70 volte. Hitchcock ritiene che almeno 100.000 donne siano state stuprate nella sola Berlino, una statistica ottenuta grazie alla certezza dei resoconti ospedalieri. Nei mesi successivi all’invasione sovietica, circa 10.000 donne abortirono negli ospedali della città. Secondo Hitchcock le morti femminili in relazione agli stupri in Germania, nel complesso, andrebbero stimate in almeno 240.000 persone.

Secondo Alexander Statiev, professore russo all’università di Waterloo, i sovietici avevano rispetto dei propri concittadini e di quelli dei paesi alleati, ma nelle nazioni ostili come la Germania vedevano la violenza contro i civili un privilegio della vittoria. Il professore sostiene che il ritornello che girava fra le truppe era questo:

Vendicati! Tu sei un soldato vendicatore! Uccidi il tedesco e poi prendi la donna! È così che un soldato celebra la vittoria!

Lo storico russo Oleg Rzheshevsky affermò invece che gli stupri furono sporadici episodi, inevitabili durante una campagna di conquista e liberazione.

La ricercatrice statunitense Atina Grossmann spiega come gli aborti in Germania furono illegali sino all’inizio del ’45, e quindi il numero di operazioni nell’ospedale di Berlino fosse parzialmente giustificato dalla nuova ondata di libertà in questo senso. Numerosi reduci russi, fra cui Makhmud Gareyev, affermarono che nei propri reggimenti non si assistette ad alcun episodio di indiscriminata violenza.

Un reduce russo rimasto anonimo ricorda:

Quando occupavamo ogni paese, i primi tre giorni saccheggiavamo e [… stupravamo]. Era ufficioso ovviamente. Tuttavia dopo tre giorni si poteva essere condotti alla corte marziale per questo […]. Ricordo una donna tedesca violentata stesa nuda con una granata tra le gambe. Ora mi vergogno ma all’epoca no […]. Pensate fosse facile dimenticare [i tedeschi]? Noi odiavamo vedere le loro case bianche intatte. Con le rose. Volevo che soffrissero. Volevo vedere le loro lacrime. […] Ci sono voluti decenni prima che cominciassi ad avere pietà di loro“.

Qual è la verità?

Quel che rimane di certo di quel confuso periodo storico è un ordine di Stalin, del Gennaio 1945, che recitava:

Ufficiali e uomini dell’Armata Rossa! Stiamo per entrare nel paese del nemico… la popolazione rimasta nelle aree liberate, a dispetto che siano tedeschi, cechi o polacchi, non dovrà essere soggetta a violenze. I perpetranti saranno puniti in base alle leggi di guerra. Nei territori liberati non sono permesse relazioni sessuali con le donne. I perpetratori di stupri saranno fucilati.”

E infatti ci furono anche alcune esecuzioni per soldati che stuprarono e saccheggiarono in modo criminale i territori occupati. E’ ovvio però che, dopo aver sopportato l’operazione Barbarossa e la morte di milioni e milioni di soldati e civili, la voglia di vendetta dei soldati russi fosse incontenibile, e difficilmente sanzionabile dagli stessi comandanti. Stalin stesso affermò in una conversazione confidenziale:

Abbiamo rimproverato già troppo i nostri soldati; lasciamoli alle loro iniziative

Sul numero di stupri, invece, è difficile, se non impossibile, averne una certezza storica. Come fu per le Marocchinate, in Italia, anche in Germania è arduo identificare con certezza il numero di morti e di violenze.

Quel che è certo è che per diversi anni, dal 1944/45 al 1949, i soldati occupanti la zona di influenza dell’URSS furono protagonisti (occasionali o sporadici, a seconda della versione degli storici) delle violenze nei confronti della popolazione. Se si desse credito alla versione più drammatica del racconto, per 4 anni la popolazione tedesca fu praticamente ostaggio dei bassi istinti dei sovietici, che spadroneggiavano e stupravano centinaia di migliaia di donne, uomini e bambini tedeschi. La versione russa invece difende l’operato dei propri soldati, giustificando umanamente alcuni crimini isolati.

Ma perché i soldati si macchiarono di questi crimini?

Si può pensare al solo scopo di vendetta, ma non sarebbe un’indicazione corretta. La realtà dietro questi episodi è che i saccheggi erano diventati un’epidemia di massa perché la penuria creata dalla catastrofe della collettivizzazione forzata e dal fallimento della nuova politica economica nella Russia sovietica creò degli stalinisti che cercavano ogni opportunità di arricchimento individuale. L’enorme numero di crimini può certamente essere spiegato come espressione di un impulso di vendetta, ma ce ne sono altri come l’abbondanza di alcool nei territori conquistati, l’assenza di case chiuse da campo dei militari dell’Armata Rossa e la repressione promossa dallo Stato sovietico stalinista. Ma il fatto che le truppe sovietiche saccheggiarono, violentarono e uccisero anche non tedeschi suggerisce che la vendetta da sola non spinse l’Armata Rossa a fare ciò che fece.

C’era una situazione di grande rabbia da parte di molte truppe sovietiche che avevano subito l’invasione dei tedeschi negli anni precedenti, e se la Wehrmacht non era ricordata ovunque per stupri e devastazioni molti fra i russi dell’epoca ne avevano subiti. Ma era soprattutto la povertà della Russia sovietica a spingere i soldati russi ad approfittare della situazione, compiendo un saccheggio indiscriminato ai danni della popolazione, e dietro il saccheggio non potevano non andar dietro stupri e violenze, di tutti i tipi.

Ma c’è molto di più. L’Armata Rossa era severamente disciplinata, si accettava una dimensione esclusivamente collettiva dell’uomo, l’ambizione personale era vietata. Si pensava solo a produrre per lo stato e non al soddisfacimento dei propri bisogni, così il sesso era ritenuto un peccato perché toglieva energie alla causa comune, e ad esempio la Venere di Milo era considerata pornografia. Non appena quegli eserciti si trovarono lontano dalla Russia Sovietica diedero sfogo ad ogni basso istinto. Ci aiuta in questo la descrizione di una vittima, Emma Korn, che subì ripetute violenze da parte delle truppe russe:

Il 3 febbraio 1945 le truppe di prima linea dell’Armata Rossa entrarono in città. Sono entrati nella cantina dove ci nascondevamo, hanno puntato le armi contro di me e altre due donne e ci hanno ordinato di entrare nel cortile. Nel cortile 12 soldati mi hanno violentata a turno. Altri soldati hanno fatto lo stesso con le mie due vicine. La notte seguente sei soldati ubriachi hanno fatto irruzione nella nostra cantina e ci hanno violentate davanti ai bambini. Il 5 febbraio sono venuti tre soldati e il 6 febbraio altri otto soldati ubriachi ci hanno violentate e picchiate”.

La signora Korn ricorda bene, ubriachi, perché il problema era soprattutto l’alcool. Le autorità tedesche non avevano distrutto le scorte di alcolici perché pensavano che i russi sarebbero stati annebbiati dal tanto bere, ma questo non fece altro che trasformarli in gruppi di soldati senza freni alla ricerca della massima soddisfazione personale. Le violenze nei confronti delle donne fu solo una logica conseguenza.

E per chi si metteva in mezzo le conseguenze erano terribili. Un ragazzo di 13 anni di Berlino di nome Dieter Sahl, che si era lanciato agitando i pugni contro un sovietico che stava violentando la madre davanti a lui non ottenne nulla. Gli altri semplicemente gli spararono.

Le conseguenze

Molte donne morirono per le violenze, emorragie e malattie trasmesse dagli stupratori, ma il numero più rilevante di morti si registra certamente fra le persone che decisero di farla finita. L’onta di quello che era accaduto era troppo da sopportare, e preferirono togliersi la vita.

In termini di portata complessiva del crimine, non vi è stato nulla di simile in nessun altro posto in Germania. Il confronto con l’incidenza degli stupri nelle aree invase dall’esercito americano è del tutto superficiale. In termini di intensità e brutalità, solo gli scempi delle truppe coloniali francesi potevano eguagliare le violenze dell’Armata Rossa, le famose marocchinate celebri in Italia. Anche se l’Unione Sovietica non fu certamente la sola a commettere crimini sessuali contro donne tedesche, lo fece con una vastità che non ha eguali altrove durante la Seconda Guerra Mondiale.

Gli altri eserciti

La ritorsione verso i tedeschi fu anche statunitense, britannica e francese. I francesi in particolare, con la presenza nelle loro truppe dei soldati delle colonie africane, furono protagonisti, anche in Germania dopo esser passati dall’Italia, di stupri di massa, in particolare nelle zone di Baden e del Württemberg.

Gli statunitensi furono protagonisti di maggiori stupri rispetto ai colleghi europei, ma seguendo un copione razzista ben noto soltanto i soldati neri vennero condannati alla fucilazione.

Il motto che girava fra i soldati era:

La copulazione senza conversazione non costituisce fraternizzazione

Che si riferiva al divieto di fraternizzare con la popolazione tedesca. Probabilmente gli statunitensi, a differenza di molti altri, intesero molti stupri singoli più come un atto di prostituzione, ripagando le vittime con il cibo che veniva loro chiesto.

Ci descrive nel dettaglio le pratiche Osmar White, corrispondente di guerra australiano che servì con l’esercito statunitense durante il conflitto:

«Dopo il combattimento sul suolo tedesco, vi fu un buon numero di stupri da parte delle truppe combattenti nei giorni immediatamente successivi. L’incidenza delle unità era diversa l’una dall’altra in base alle attitudini degli ufficiali. In alcuni casi i responsabili furono identificati, processati dalla corte marziale e puniti. Il ramo legale dell’esercito era reticente ma ammise che per crimini sessuali o di perversione contro donne tedesche, alcuni soldati furono fucilati, in particolare se questi erano neri. (il giornalista usa un altro termine che non ripeto). Tuttavia so che molte donne furono violentate da americani “Bianchi”. Nessuna azione disciplinare fu presa contro i colpevoli. In un settore girò un rapporto che sosteneva che un noto alto comandante dell’esercito disse esplicitamente ‘La copulazione senza conversazione non costituisce fraternizzazione’».

Ma le donne tedesche non subirono solo lo stupro, con il dolore fisico e psicologico ad esso connesso. La storica tedesca Miriam Gebhardt, dell’Università di Costanza, ha studiato a fondo la questione e ha pubblicato un libro, “Quando arrivano i soldati”, purtroppo non tradotto in italiano, che analizza a fondo la questione. Nel libro spiega anche che dopo gli stupri e la devastazione si sono condannate moralmente le donne che hanno avuto rapporti con i soldati alleati. Queste erano chiamate “Ami Sweethearts” o “Russian Whores”, in poche parole prostitute. Il problema è che non c’erano zone d’ombra: le donne che avevano avuto rapporti consensuali, quelle che erano state costrette a prostituirsi e quelle che venivano violentate venivano tutte accomunate come “traditrici della patria”.

La dottoressa Gebhardt ha continuato la sua disamina e ha spiegato anche il motivo di tanta devastazione in Germania. Ha detto che la violenza sessuale è un’arma di guerra. Da un lato, c’è la componente etnica nel distruggere l’omogeneità attraverso l’ingravidamento forzato, danneggiando così il “corpo del popolo”. Dall’altro, mira a creare una desolidarizzazione nella società nemica, come quando donne rispettabili diventano improvvisamente delle persone da schernire, quasi fossero dei rifiuti, cosa che si poteva osservare molto bene nei villaggi più piccoli. C’è poi un terzo aspetto della violenza sessuale legata alla guerra, ed è la dinamica che si crea all’interno dell’esercito. Lo stupro comunitario delle donne vinte unisce i soldati. I commilitoni diventano complici di un delitto da difendere dalla legge di guerra. Quel che è importante è che la violenza sessuale non sia considerata una parte quasi naturale della guerra, ma che sia chiaro che sia una caratteristica di una certa struttura organizzativa militare, una caratteristica di un certo ordine di genere nella società e anche una caratteristica di un certo tipo di guerra. Non c’è un continuum storico in questo caso: il fenomeno è associato principalmente alla “guerra totale” del XX secolo.


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