La Stele della Carestia è la prima BUFALA della Storia?

Egitto, III millennio a.C: il Faraone Djoser governa per 2 o forse 3 decenni, fino al 2660 a.C, anno della sua morte. Con lui inizia l’Antico Regno e la III dinastia, anche se quest’ultimo è un dato non certo.

Dettaglio del volto della statua di Djoser

Immagine di pubblico dominio

Djoser mostra ai suoi sudditi la propria grandezza facendo costruire la prima piramide della storia egizia, conosciuta come la piramide a gradoni di Djoser, un monumento funebre colossale, al cui interno si trova, anche in questo caso per prima volta, una statua del faraone a grandezza naturale, posta in una camera chiamata serdab, da dove il defunto poteva osservare i rituali funebri in suo onore.

La Piramide di Djoser in una fotografia d’epoca, precedente il 1923

Immagine di pubblico dominio

Statua di Djoser visibile attraverso il foro del serdab, pronta a ricevere l’anima del defunto e le offerte ad essa destinate

Immagine di pubblico dominio

Ma nel suo lungo regno il faraone deve affrontare anche gravi difficoltà. In particolare una carestia che si protrae per sette interminabili anni.

E’ il 18° anno del suo regno e il popolo, stremato dalla fame, non rispetta più le leggi.

Il dolore mi aveva inchiodato al mio trono e le persone intorno a me erano tristi.
Il mio cuore soffriva perché durante il mio regno il Nilo non era risorto a tempo debito da sette anni.
La coltivazione dei cereali era scarsa, i semi si seccavano per terra e non c’era cibo a sufficienza.
I bambini piangevano, i giovani svenivano e gli anziani si rannicchiavano a gambe incrociate sul pavimento.

Djoser è impotente di fronte alle sofferenze dei sudditi, ma per sua fortuna ha come visir Imhotep, un personaggio straordinario che ricopre diverse cariche: architetto “coordinatore di tutti i lavori del faraone”, poeta, medico eccezionale (forse è lui a compilare il testo del papiro di Edwin Smith, poi trascritto secoli dopo) e, non ultimo, sacerdote in grado di comunicare direttamente con le divinità.

Statuetta celebrativa di Imhotep

Immagine di Salvatore Maria Tecce via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

Da sette anni il generoso fiume Nilo non inonda più i terreni coltivati con il suo limo, fonte di fertilità e abbondanza. Imhotep, su incarico di Djoser, deve trovare trovare il luogo di nascita di Hapy, personificazione del Nilo, e scoprire quale divinità vi abiti. Il visir cerca informazioni negli archivi custoditi presso il tempio di Ermopoli dedicato a Thot, dio della sapienza. Apprende così che è Khnum a presiedere all’esondazione del Nilo, proprio dal luogo dove abita: una sorgente sacra sull’isola di Elefantina.

Il dio Khnum, con testa d’ariete

Immagine di Jeff Dahl via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 4.0

Khnum è l’antichissima divinità egizia della sorgente del Nilo, creatore degli altri dei, che con Satet e Anuqet compone la sacra triade di Elefantina: Satet è sua moglie, personificazione dell’inondazione annuale del Nilo ma anche dea della guerra, della caccia e della fertilità; Anuqet (forse sorella di Satet) è la dea delle cataratte del Nilo, ma anche della fertilità, dell’allattamento e del desiderio sessuale.

La dea Satet

Immagine di Rawpixel via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 4.0

La dea Anuqet

Immagine di Jeff Dahl via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

Imhotep quindi si precipita in quel luogo, visita il tempio di Khnum e, dopo le necessarie purificazioni, prega la divinità invocando il suo aiuto, senza far mancare generose offerte di “tutte le cose buone”. D’improvviso il visir-sacerdote cade in un sonno profondo e in sogno incontra Khnum, che gli racconta della sua essenza divina e dei suoi poteri. L’esperienza mistica si conclude con la promessa, da parte del dio, di far nuovamente esondare il Nilo.

Io sono Khunum, il tuo creatore.
Le mie braccia ti circondano per proteggere il tuo corpo. Io sono il signore della creazione autocreato, il grande oceano, che era qui dall’inizio dei tempi, il Nilo che scorre secondo la mia volontà.
Farò crescere per te il Nilo, finirà la carestia, i cuori degli egiziani traboccheranno di gioia più di prima.

Al risveglio Imhotep, per essere certo di dimenticare nulla, scrive quello che ha visto in sogno e racconta tutto al Faraone, che comprende qual è il suo dovere: ordina il restauro del tempio del potente Khnum e dispone offerte regolari e costanti in suo onore. Ma non solo: decreta che la regione tra Assuan e Takompso sia concessa al tempio (e quindi ai suoi sacerdoti) stesso, insieme a una quota delle ricchezze importate dalla Nubia.

Come è arrivata fino a noi questa storia straordinaria? Grazie alla cosiddetta Stele della Carestia, scoperta nel 1889 da Charles Edwin Wilbour, un giornalista/imprenditore statunitense che, coinvolto in un brutto scandalo di appropriazioni indebite milionarie, scoppiato tra i vertici dell’amministrazione comunale di New York, decide di dedicarsi alla sua grande passione: l’egittologia.

Stele della Carestia

Immagine di pubblico dominio

Wilbour se ne va in Europa prima di essere incriminato e poi la faccenda si sgonfia e non sarà mai chiamato in giudizio. Certo è che doveva aver accumulato una grande fortuna se, per i successivi 25 anni, ha potuto coltivare i suoi interessi senza preoccupazioni economiche. Studia le antichità egiziane a Londra, a Torino e in Germania, diventa allievo del celebre egittologo francese Gaston Maspero e con lui partecipa a cinque spedizioni in Egitto. Insomma, si fa una bella esperienza, tanto da essere considerato il primo egittologo statunitense.

Oggi viene ricordato, tra l’altro, per aver acquistato ad Assuan, nel 1893, i primi Papiri di Elefantina, senza però rendersi conto della loro importanza, tanto che questi rimarranno chiusi per oltre 50 anni nel deposito dell’hotel parigino dove Wilbour muore, per poi essere riconsegnati alla famiglia e quindi donati al Museo di Brooklyn.

Wilbour, mentre è nei dintorni di Assuan, visita un’isola sul Nilo, Sehel, utilizzata dagli antichi egizi principalmente come cava di granito. Tanto è vero che su molte rocce ci sono graffiti lasciati da chi lavorava lì e anche da chi sostava sull’isola durante il viaggio da o per la Nubia.

Stele della carestia

Immagine di Morburre via Wikmedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

Quella scoperta da Wilbour però è una vera e propria iscrizione, fatta su un blocco di granito appositamente squadrato nonostante la presenza di una grande fessura.

Il testo, in geroglifico, è disposto su 32 colonne, mentre nella parte superiore c’è la rappresentazione delle tre divinità, Khnum, Satet e Anuqet, alle quali Djoser porge le sue offerte.

Immagine di Morburre via Wikmedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

La stele dunque racconta una storia occorsa nel 18° anno del regno di Djoser, ma potrebbe essere uno dei primi esempi scritti di fake news, o perlomeno di manipolazione dei fatti.

Perché l’incisione della stele, tradotta svariate volte nel corso dei decenni da diversi egittologi, non risale affatto al regno di Djoser ma ad un periodo molto successivo, quando sul trono d’Egitto sedevano i Tolomei (forse tra il 205 e il 180 a.C.).

Perché qualcuno si è preso la briga di incidere su una roccia una storia di oltre duemila anni prima?

Per alcuni egittologi la stele racconta eventi realmente avvenuti, ma per altri si tratta di un falso realizzato dai sacerdoti del tempio di Khnum per dare legittimità alla loro influenza sul territorio di Elefantina e Assuan, in un’epoca storica nella quale le diverse caste sacerdotali facevano di tutto per ottenere potere e ricchezza.

Posizione dell’isola di Sehel

Eppure, questa storia della carestia durata sette anni non è nuova: ne parla la Bibbia nella Genesi, proprio riferendosi al sogno di un Faraone (non identificato) e all’interpretazione data da Giuseppe, figlio di Giacobbe, finito nelle carceri egizie per il tradimento dei suoi fratelli.

“Ed ecco salirono dal Nilo sette vacche, belle di aspetto e grasse e si misero a pascolare tra i giunchi. Ed ecco, dopo quelle, sette altre vacche salirono dal Nilo, brutte di aspetto e magre, e si fermarono accanto alle prime […] Ma le vacche brutte di aspetto e magre divorarono le sette vacche belle di aspetto e grasse” (Genesi 41,2-4).

Il significato del sogno è abbastanza chiaro: a sette anni di abbondanza seguiranno sette anni di carestia, che però non ridurranno alla fame il popolo egizio grazie al consiglio fornito da Giuseppe al Faraone: accantonare un quinto delle derrate in ogni anno di abbondanza, per creare una riserva per i successivi sette anni di “vacche magre”.

Per di più, il racconto di una carestia durata sette anni non si trova solo nella Bibbia, ma ricorre (come la narrazione del Diluvio Universale) nelle storie di molti popoli del Vicino Oriente, come ad esempio nell’Epopea di Gilgamesh.

Come accade molto spesso, storia e mito si intrecciano ed è difficile distinguere il vero dal falso, ma non è forse questo il fascino del passato?

Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.