Qualche giorno fa è apparsa questa video storia su Youtube, “La stanza stregata di un Hotel“, un esperimento davvero ben riuscito di favola horror raccontata da una serie di disegni e voce narrante. L’autore del video afferma: “Ho ricevuto questa storia di fantasmi attraverso un sms. Volevo creare un video di questa, per cui qui sono qui a presentare lo Story Telling Video di un incontro Spettrale. Avrei dato i crediti allo scrittore originale della storia, ma viene pubblicata come anonima.” Per chi avesse difficoltà a leggere i sottotitoli in inglese, pubblico la storia tradotta, quindi non leggetela prima di vedere il video!

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“C’era un fotografo freelance che doveva andare a Londra per scattare qualche foto per una rivista. Era solo. Prese una stanza in un famoso hotel antico a Londra e vi rimase. Ogni sera, quando tornò nella sua stanza, udiva una melodia molto bella da pianoforte proveniente dalla stanza accanto. Curiosamente, aveva l’abitudine di sbirciare dal buco della serratura ogni notte e vide una giovane donna bella in abito bianco suonare il pianoforte di fronte al lato. I giorni passavano e ogni notte vedeva il suo modo di suonare. La sua ultima notte in questo albergo, quando stava per andarsene, non udì il suono del pianoforte. Così, sbirciò attraverso il buco della serratura, ma non vide nulla tranne il colore rosso. Era un po’ confuso e andò alla reception per chiedere di quella stanza. L’addetto alla reception gli disse che la stanza apparteneva ad una principessa che si era suicidata in quella stanza 30 anni prima. Il fotografo chiese di più su di lei. Così, il receptionist gli disse che la principessa amava suonare il piano nel suo vestito preferito di colore bianco e una cosa era molto strana: i suoi occhi erano di colore completamente “ROSSO”! ”

Categorie: Misteri

Matteo Rubboli

Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...