Il 30 novembre 1803, dal porto di La Coruña, in Spagna, salpa la corvetta Maria Pita, alla volta del Sud America, per quella che sarà chiamata Real Expedición Filantrópica de la Vacuna o Spedizione Balmis.

Non è una spedizione di conquista o esplorazione, quel tempo è ormai (quasi) passato. Bisogna invece preoccuparsi di mettere al sicuro le colonie da un nemico temibile, quello stesso che ha sterminato le popolazioni native al momento dell’arrivo dei primi europei:

Il vaiolo

La Corvetta Maria Pita parte da La Coruña

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Sul trono di Spagna siede Carlo IV, un sovrano che pur non brillando quanto a forza di carattere è fautore di una monarchia illuminata, anche se la rivoluzione francese prima e Napoleone Bonaparte poi impediranno le riforme da lui volute.

Molti lutti colpiscono il sovrano: su ventiquattro delle gravidanze della moglie nonché prima cugina Maria Luisa di Parma, dieci si concludono con un aborto e solo quattordici vengono portate a termine. Quattordici figli, la metà dei quali muore prima di diventare adulti, mentre gli altri sono comunque poco in salute.

La famiglia di Carlo IV, 1800/1 – di Francisco Goya, Museo del Prado

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Una sorta di maledizione familiare (nonostante tutti quei figli si teme addirittura per la successione al trono), provocata non solo dalle allora sconosciute leggi dell’ereditarietà, ma anche da altre malattie. Una delle figlie di Carlo, Maria Teresa, a tre anni muore di vaiolo, così come il fratello Gabriele e la di lui consorte, l’infanta portoghese Mariana Victoria.

Così, quando nel 1798 il medico inglese Edward Jenner sviluppa il vaccino contro il vaiolo, Carlo IV ordina che tutta la popolazione spagnola sia vaccinata

Edward Jenner

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Ma ci sono anche le lontane colonie americane e asiatiche, dove la malattia miete molte vittime. C’è però un problema, all’apparenza insormontabile: come trasportare al di là dell’oceano il vaccino mantenendo attivo il virus, che senza l’ausilio dei moderni frigoriferi sopravvive per pochi giorni? Inutile, perché la traversata è troppo lunga, l’espediente allora in uso di conservare il siero tra due lastre di vetro sigillate con la cera.

Eppure, quell’idea di vaccinare tutti i bambini nei territori dell’impero non viene abbandonata, anzi. Carlo IV abbraccia la proposta del medico chirurgo di corte, Francisco Javier Balmis, mettendoci una montagna di soldi pubblici per realizzarla: è, di fatto, la prima grande missione sanitaria internazionale della storia.

Francisco Javier Balmis

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Balmis propone una cosa che oggi può sembrare eticamente inaccettabile, ma che all’epoca era l’unico modo, certo fantasioso, di far arrivare il vaccino in territori lontani, usando la poca tecnologia a disposizione:

Il trasporto del virus mantenuto vivo in soggetti umani

Ancor prima della messa a punto del vaccino di Jenner, per combattere il vaiolo si usava una tecnica (nota in Cina, India, Africa e Medio Oriente) chiamata variolizzazione: in pratica si contagiava una persona sana inoculandole del materiale prelevato da lesioni vaiolose o dalle croste di pazienti non gravi. Il risultato del procedimento, che non era così sicuro come il vaccino, dava comunque buoni risultati.

L’itinerario della spedizione

Immagine di Ecelan via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

La Maria Pita dunque salpa il 30 novembre 1803, con a bordo lo stesso Balmis, due medici, tre infermieri e la direttrice dell’orfanotrofio di La Coruña, Isabel Zendal Gómez, infermiera anche lei.

E soprattutto, si imbarcano ventidue bambini, di età compresa tra i tre e i nove anni, fra i quali c’è anche il figlio di Isabel (che è una madre single). Sono tutti orfani, ospiti di strutture caritatevoli di Madrid, Santiago e La Coruña, scelti per quella missione sanitaria: due bambini subiscono la variolizzazione e vengono isolati dagli altri, poi, quando sono in via di guarigione, il fluido tolto dalle pustole viene inoculato ad altri due bambini, e così via, in un processo che consente di arrivare in America con il virus del vaiolo vivo.
A occuparsi dei bambini c’è l’instancabile Isabel, che li cura e accudisce, così come sancito dal regolamento della spedizione: “…  Saranno trattati bene, mantenuti ed istruiti, finché non avranno un’occupazione o un destino con cui vivere…”

La spedizione, dopo aver fatto tappa alle Canarie per vaccinare tutta la popolazione, arriva a Porto Rico il 9 febbraio 1804. Balmis scopre che qualcuno lo ha preceduto: il vaccino era già arrivato dalla vicina colonia danese di Santo Tomás. Il medico comunque contribuisce organizzando un ufficio preposto, che avrebbe dovuto tenere traccia delle vaccinazioni effettuate, e sopratutto si preoccupa di istruire i medici locali sulla conservazione del virus.

La spedizione poi arriva in Venezuela, dove in un mese Balmis riesce a vaccinare 12.000 bambini (ovviamente con la collaborazione delle autorità locali), e intanto organizza la distribuzione dei vaccini nelle aree più lontane e remote del paese, si occupa della formazione del personale medico, e istituisce un ufficio centrale per le vaccinazioni, poi preso a modello da tutte le altre colonie spagnole.

L’impresa però è immane, così Balmis divide in due la spedizione: un gruppo, guidato da lui stesso, avrebbe raggiunto il Messico, l’America Centrale e poi le Filippine; un altro, diretto dal dottor José Salvany, avrebbe toccato i vari paesi del Sud America.

La spedizione nelle Filippine

Immagine di Ecelan via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

Quando Balmis arriva a Cuba, a maggio del 1804, scopre che un medico del luogo aveva già iniziato la vaccinazione usando il siero di Jenner. Allora si sposta in Messico, dove però sono già arrivate dosi di vaccino inviate da Cuba. Balmis si limita a organizzare la campagna vaccinale e poi parte per le Filippine, portando con sé venticinque bambini messicani orfani, per seguire la procedura di variolizzazione anche nella traversata dell’Oceano Pacifico. Con lui ci sono anche Isabel Zendal Gómez e suo figlio.

La spedizione arriva a Manila il 15 aprile 1805, e lì rimane fino al 14 agosto del 1809. Poi un gruppo torna in Sud America (compresa Isabel, che si stabilirà in Messico con il figlio), mentre Balmis si dirige in Cina, dove sa per certo che il vaccino non è arrivato. Tornando verso la Spagna, decide di fermarsi in quello scoglio remoto che è l’isola di Sant’Elena, dove propone la vaccinazione degli abitanti alle autorità britanniche, che accettano.

Intanto José Salvany impiega sette anni per attraversare i territori degli attuali stati di Colombia, Ecuador, Panama, Perù, Cile e Bolivia, un’impresa massacrante, che alla fine gli rovina la salute: muore nel 1810 a Cochabamba, in Bolivia, per tubercolosi polmonare.

La spedizione di Balmis, che si potrebbe definire quasi visionaria per gli scopi e il metodo di attuazione, rappresenta il primo esempio di uno sforzo di vaccinazione di massa che poi, quasi due secoli dopo, si conclude con l’eradicazione definitiva di una malattia terribile come il vaiolo.

Monumento in ricordo dei bambini della Spedizione Balmis – Porto di La Coruña

Immagine di Caronium via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Ma il merito di Balmis e dei suoi collaboratori, al di là delle vaccinazioni, sta anche nella loro precisa volontà di informare ed educare le popolazioni che raggiungono. Gli autori di un articolo pubblicato su Clinical Infectious Diseases, tirano le somme di quell’impresa: “(…) la spedizione è un modello di come uno sforzo di sanità pubblica internazionale costoso e logisticamente complesso possa portare la terapia medica avanzata in contesti culturali locali”.

Balmis sarebbe sicuramente stato orgoglioso di questo elogio, comunque già all’epoca lo stesso Edward Jenner ebbe a dire:

“Non riesco a immaginare che un esempio più ampio e più nobile di filantropia sia fornito negli annali della storia”.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.