Nei giorni scorsi vi ho parlato di donne antiche che non hanno avuto scelta nello scegliersi i mariti, ed erano donne vicine a re e papi. E allora potrebbe venire il dubbio che a livello più basso le ragazze del passato potessero scegliersi i mariti che volevano. Vi leggo uno stralcio del 1907, siamo a Firenze, e quel che leggo è un romanzo. Si tratta del Diario di Gian Burrasca, quando ero piccolo io quindi inizio anni ’90 per le mamme un po’ boomer era ancora considerato un libro di quelli “da leggere” per forza, per formarsi, e in realtà lo lessi di gusto perché Gian Burrasca ne combina di tutti i colori. Qui sta parlando sua sorella, che descrive la sua situazione:

«Oh, se quel vecchiaccio del Capitani non tornasse più! ed invece, è venuto anche stasera. È impossibile! non mi piace! Non mi piace, e non mi piacerà mai, mai, mai… La mamma ha detto che è molto ricco; e che se mi chiedesse in moglie, dovrei sposarlo. Non è una crudeltà, questa? Povero cuore mio! Perché ti mettono a tali torture?! Egli ha certe mani grandi e rosse, e col babbo non sa parlare d’altro che di vino e di olio, di campi, di contadini e di bestie; e se lo avessi veduto, almeno una volta, vestito a modo… Oh, se questa storia finisse! Se non tornasse più! Mi metterei l’anima in pace… Iersera, mentre l’accompagnavo all’uscio, ed eravamo soli nella stanza d’ingresso, voleva baciarmi la mano; ma io fui pronta a scappare, e rimase con un palmo di naso… Ah no! Io amo il mio caro Alberto De Renzis. Che peccato che Alberto non sia altro che un misero impiegatuccio… Mi fa continuamente delle scenate, e io non ne posso più! Che delusione! Che delusione è la vita… Mi sento proprio infelice!!!…»

Luigi Bertelli scrive il libro a inizio ‘900, e si potrebbe pensare che parli di una realtà rurale, e poi che noi italiani bigotti potessimo essere diversi dai più moderni inglesi o francesi dell’epoca, figuriamoci rispetto agli statunitensi. Ma Bertelli non inventa nulla, perché per scrivere Gian Burrasca si rifà, o per meglio dire copia, lunghissime parti di un altro romanzo, “A Bad Boy’s Diary”, scritto nel 1880 da Metta Victoria Fuller Victor. Lei è una scrittrice americana, nata nel 1831 negli USA.

Vi leggo un pezzo del diario di un ragazzaccio, scritto nel 1880:

“Vorrei tanto che quel vecchio Bill Smith se ne stesse a casa sua. È tornato di nuovo domenica sera. Non mi piacerà mai, mai, mai, neanche un po’, ma mamma dice che è ricco, e che devo accettarlo se mi fa una proposta. Oh, com’è crudele costringermi a praticare una simile falsità! Mi sembra che il cuore stia per spezzarmi. Che mani enormi e orribili ha, e non sa parlare d’altro se non di quante case possiede e delle sue cravatte nel suo stato miserabile. Vorrei tanto che stesse lontano una volta per tutte. Ha cercato di baciarmi quando se n’è andato domenica sera, ma avrei preferito farmi baciare da un’aragosta. Oh! È così diverso dal mio dolce, dolcissimo Montague De Jones. Che peccato che Montague sia un povero impiegato! Non posso sopportare a lungo la sua sofferenza. Montague è geloso e mi si avvicina con asprezza. Oh! Che inganno è questa vita!”.

Bertelli copia di sana pianta tutta la lettera, che fra l’altro era scritta in un inglese arcaico e per la quale ringrazio Chiara per l’aiuto nella traduzione. Queste lettere, anche se contenute in due romanzi, raccontano la realtà della piccola borghesia di provincia, sia americana sia italiana, dove le donne non hanno alcun potere di scelta del proprio marito, dove si arrivava rigorosamente vergini al matrimonio, dove l’economia di sopravvivenza era più importante di qualsiasi altra cosa, dove ragazzine giovanissime, di 13/14 anni, andavano promesse spose a uomini di 20/30/40 anni più vecchi soltanto per questioni economiche.

Le famiglie si comportavano in questo modo non per cattiveria, ma per garantire alle figlie un avvenire sicuro. Il rischio, nello sposare un impiegato o un operaio, era di non riuscire ad arrivare nemmeno alla sussistenza, nel patire la fame. Ce ne parla Gaetano Salvemini, insegnante e giornalista e poi deputato italiano, in una lunghissima lettera. Ve ne leggo un piccolo stralcio:

“Ho cominciato il mio insegnamento in Palermo nel 1895, con lo stipendio di Lire 1800 (90 centesimi circa) insegnando per 18 ore settimanali nella seconda classe del ginnasio. (Lo stipendio è annuo quindi sono 150 lire al mese, 8 centesimi di euro). Ne spendevo 30 per la stanza, non essendomi lecito andare a dormire in una stalla come il Divin Redentore; 75 lire erano assorbite da una pensione troppo inferiore al formidabile appetito dei miei 22 anni; dieci centesimi di latte per la colazione mattutina, prima delle 3 ore di lezione, mi portavano via tre lire al mese; il giornale e la lavandaia mi ipotecavano altre 5 lire mensili. Mi rimanevano dunque tre lire mensili per acquistar carta da scrivere, francobolli, libri, per vestirmi, calzarmi, curarmi in caso di malattia, ritornare a casa per le vacanze”.

Salvemini era praticamente alla fame, figuriamoci mantenere una moglie e dei figli. Le famiglie delle ragazze non avevano scelta: dovevano costringere le proprie figlie, negli anni in cui si innamoravano di bei giovanotti impiegati ma senza futuro, a sposare qualche pretendente vecchio e brutto, ma che almeno potesse garantire loro un avvenire non da pezzenti.

Ragazzi fatemi sapere se questo nuovo formato di video brevi vi piacciono e sono utili, fatemelo sapere qui sotto nei commenti. E se volete altri approfondimenti riguardo queste tematiche che oggi sono poco conosciute ditemi quale. Grazie mille a tutti noi ci vediamo al prossimo video.

Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine.
Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...

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