Lugnano in Teverina è un piccolo borgo umbro attorniato da verdi colline che scendono dolcemente verso la Valle del Tevere. All’inizio del I secolo d.C, su una di queste alture, uno sconosciuto ma sicuramente ricco romano costruì la sua villa (un complesso di oltre 1800 metri quadrati), che però era già in rovina intorno al III secolo.

Per qualche motivo, intorno alla metà del 400, quando ormai l’impero romano d’occidente era assai prossimo alla sua fine, gli abitanti della zona trasformarono alcune stanze della dimora in un cimitero riservato a bambini di pochi anni, e anche a piccoli feti di creature mai nate.

Lugnano in Teverina

Fonte immagine: LigaDue via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 4.0

Durante scavi condotti nel 2017, un team di archeologi italiani e di due Università degli Stati Uniti (Stanford University e University of Arizona) si sono trovati di fronte a una sorpresa: lo scheletro di un bambino (o bambina) di circa 10 anni che fu inumato in una posizione inusuale, simile alle “sepolture da vampiro” seguenti. Dentro alla bocca della piccola vittima era stato posto intenzionalmente un sasso, probabilmente per attenersi a un rituale funebre che doveva impedire al morto di tornare tra i vivi, e diffondere la malattia – probabilmente malaria – che era stata la causa del decesso. Il Professor David Soren, che dirige gli scavi dal 1987, ha dichiarato:

Non ho mai visto nulla di simile. È estremamente inquietante e strano


La “Necropoli dei Bambini” di Lugnano sembrava essere destinata a neonati, feti, e bimbi di pochissimi anni:

Tra le 50 sepolture finora rinvenute i resti del bambino più grande appartenevano a un defunto di circa tre anni

La scoperta di uno scheletro appartenete a una vittima di circa 10 anni (età stimata in base alla dentatura) fa supporre agli archeologi che il cimitero ospitasse anche bambini non piccolissimi: “L’età di questo bambino e il tipo di sepoltura unica, con un sasso posto nella sua bocca, rappresenta un’anomalia all’interno di un cimitero già anomalo” dice l’archeologo David Pickel.

Perché, secondo lo studioso, il cimitero infantile di Lugnano è veramente unico, ma non solo: potrebbe essere molto utile per gli studi sulla terribile epidemia di malaria che colpì l’Umbria (e il centro Italia) all’incirca 1500 anni fa, ricordata nelle sue Epistulae da un vescovo che da Ravenna scese a Roma nell’estate del 467.

Pochi anni prima, nel 452, l’inarrestabile re degli Unni, Attila, rinunciò a marciare verso Roma probabilmente anche a causa di una sconosciuta pestilenza che ammorbava l’aria lungo le strade che da nord conducevano alla città eterna. Secondo gli archeologi che studiano la Necropoli di Lugnano, quella pestilenza non era altro che la malaria, responsabile della morte di tutti quei bambini sepolti nella villa romana.

Il sasso posto nella bocca del bambino


Nelle cinque stanze riadattate a cimitero, gli archeologi hanno trovato le ossa di bambini e neonati con accanto oggetti e resti di animali, in particolare di cuccioli di cane, che testimoniano la volontà di accompagnare i piccoli resti con quelli di compagno nell’oltretomba. Nonostante la diffusione del cristianesimo, le antiche credenze pagane tardavano a morire: secondo Soren, i cani, e in particolare i cuccioli, erano abitualmente sacrificati alla dea Ecate, che aveva il compito di accompagnare i morti, specie i bambini, nell’oltretomba.

Un altro particolare rende inoltre “anomalo” il cimitero: tutti i bambini furono sepolti nell’arco di poche settimane, o forse anche di pochi giorni, durante una lunga estate che portò, oltre al profumo dei caprifogli in fiore, una terribile malattia fra le possibili concause del declino del mondo antico.

Le foto degli scavi sono pubblicate per gentile concessione di David Pickel – Stanford University. Ringraziamo la ricercatrice italiana Elena Varotto per il contributo e le correzioni.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.