La Sanguinaria Violenza delle corse dei Carri a Roma

Nulla di nuovo sotto il sole, recita un versetto della Bibbia (Ecclesiaste – 1,10): questo modo di dire si applica frequentemente ai grandi eventi storici che paiono ripetersi senza peraltro insegnare nulla all’umanità, ma può ugualmente essere usato anche per aspetti “minori” della vita sociale.

Capita spesso di indignarsi per episodi più o meno violenti legati a eventi sportivi, dove contrapposte tifoserie se le cantano e se le suonano di santa ragione, e qualche volta purtroppo ci scappa anche il morto.

Tifosi dell’FC Lokomotive Leipzig prima dell’incontro della loro squadra con l’SG Dynamo Schwerin. Germania dell’Est, 1990 – Immagine del Bundesarchiv condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 de via Wikipedia

Oggi è nel gioco del calcio (almeno in Europa) che frange violente di tifosi danno il peggio di sé: ultras, hooligans o in qualunque modo si vogliano chiamare, rappresentano il lato oscuro dello spirito sportivo, spesso contaminato da ideologie razziste e antisemite, con annessi segni riconoscibili quali un certo modo di vestire o di tagliare i capelli.

Tutto ciò viene considerato da alcuni sociologi come il moderno frutto di una certa subcultura giovanile che si distingue per specifici valori, riti, gergo e stile di vita complessivo. Ma a ben guardare, non c’è “nulla di nuovo sotto il sole”, anzi, c’è pure stato di molto peggio.

Come ad esempio la “Rivolta di Nika”, che scoppia a Costantinopoli nell’anno 532, proprio a partire da due opposte “tifoserie” (passate il termine che allora non esisteva) dello sport più amato dell’epoca: la corsa dei carri.

Rappresentazione moderna (1876) di Jean Léon Gérôme di una corsa dei carri nel Circo Massimo di Roma – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Le corse dei carri

La corsa dei carri, come competizione, ha origini antichissime: ne parla Omero nell’Iliade quando narra le celebrazioni in onore del defunto Patroclo, e ancora prima il mito racconta del re Enomao che sfida i pretendenti alla mano della figlia in corse di carri truccate, visto che i suoi cavalli sono un dono del divino Ares.

Anfora greca con immagine di una corsa di carri – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Andando avanti nel tempo, si arriva nell’antica Roma, dove la corsa dei carri è lo sport prediletto dal popolo, ancor più delle sfide tra gladiatori. Forse perché nasce con la città stessa: pare che il famoso ratto delle Sabine sia avvenuto durante la celebrazione di feste religiose dette Consualia, volute da Romolo proprio per organizzare il famoso rapimento. Rapimento che avviene non a caso mentre si sta svolgendo la corsa di carri, una sorta di arma di distrazione per i sabini: “nessuno aveva occhi o pensieri per nient’altro” scrive lo storico Tito Livio, così mentre gli uomini assistono alle gare, i romani rapiscono le donne sabine non sposate per prenderle come mogli (ma senza violenza eh, assicura Tito Livio…).

Il vincitore di una corsa dei carri nell’antica Roma, appartenente alla squadra dei Rossi – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Avvincenti come le moderne corse di Formula Uno, le gare coi carri catturano l’interesse del pubblico stipato al Circo Massimo, uno spazio – tra Aventino e Palatino, dove avviene appunto il ratto delle Sabine – che ha attraversato tutta la storia di Roma, praticamente dalla fondazione della città fino ai giorni nostri.

La pianta del Circo Massimo – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

I cavalli scalpitano ai cancelli di partenza, detti carceres, mentre gli aurighi aspettano impazienti che il direttore di gara faccia cadere un panno bianco, la mappa, il segnale che fa alzare le barriere. Cercano di guadagnare la posizione più interna e spingono a velocità folle – quasi 65 chilometri all’ora sui rettilinei – i loro cavalli (due o quattro) nei sette giri di pista previsti dalla gara, e intanto fanno di tutto per provocare incidenti – detti naufragia – agli avversari.

Scena di corsa coi carri nel Circo Massimo a Roma: rilievo dal sarcofago di un bambino del tardo secolo III d.C. – Immagine di Giovanni Dall’Orto di pubblico dominio via Wikipedia

Le due curve all’estremità della pista rappresentano il punto cruciale della gara: è lì che più spesso i carri collidono e avvengono scontri spettacolari, spesso mortali, sia per gli aurighi sia per i cavalli. Basti dire che gli aurighi romani – a differenza dei greci – legano le redini intorno alla vita per governare i cavalli anche con il peso del corpo, ma se cadono vengono trascinati lungo la pista fino a quando non riescono a tagliare le redini – non sempre ce la fanno – con un coltello appositamente tenuto tra le cinghie del busto.

Un auriga romano – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

E’ comunque pronta una squadra addetta a ripulire la pista dai rottami e a trasportare i feriti e i morti, mentre la corsa prosegue tra le urla della folla assiepata sulle gradinate. Folla che non si limita a seguire la corsa e a fare il tifo per la squadra del cuore – in epoca imperiale le quattro fazioni principali sono i Rossi, gli Azzurri, i Verdi e i Bianchi – ma in tutto il Circo si scommette freneticamente, talvolta sperando di vincere anche grazie alla forza della magia: astrologi e indovini attendono gli spettatori nei pressi del Circo, e li raggirano con la promessa “di predire il nome dell’auriga vincente” (Cicerone – De Divinatione), mentre non manca chi lascia, nei pressi dell’ippodromo, le “tavolette della maledizione”, dove si invocano terribili sciagure per gli atleti delle fazioni rivali:

“Legate ogni arto, ogni tendine, le spalle, le caviglie e i gomiti degli…aurighi dei Rossi. Tormentate le loro menti, la loro intelligenza e i loro sensi affinché non sappiano cosa stanno facendo, e mettete fuori combattimento i loro occhi in modo che non vedano dove stanno andando, né loro né i cavalli che guideranno”, oppure ancora “Ti scongiuro, demone chiunque tu sia, e ti chiedo da quest’ora, da questo giorno, da questo momento, che torturi e uccidi i cavalli dei Verdi e dei Bianchi e che uccidi in uno schianto i loro conducenti… e non lasciare un respiro nei loro corpi.”

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In senso orario: rappresentanti delle fazioni dei Verdi, dei Rossi, dei Bianchi e degli Azzurri – Immagine di Miguel Hermoso Cuesta condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia

D’altronde, anche gli aurighi idolatrati per le loro ripetute vittorie vengono talvolta sospettati di stregoneria, una sorta di accusa di doping ultraterreno…

La vittoria di ogni singola corsa viene preannunciata da uno squillo di tromba, mentre l’auriga riceve una corona d’alloro e un premio in denaro. Questi atleti, che devono avere una notevole forza fisica per controllare cavalli potenti e nervosi, resistenza e capacità tattica, appartengono a una classe sociale molto bassa: sono quasi tutti schiavi, che spesso riescono a comprarsi la libertà con le somme guadagnate nelle gare. In realtà alcuni di loro diventano ricchissimi, come Gaio Appuleio Diocle, che ha la fortuna di gareggiare per 24 anni, sopravvivere a un’attività così pericolosa e mettere da parte una somma che lo consacra come l’atleta più pagato di tutti i tempi (2.600 chilogrammi d’oro, che si è stimato corrispondessero, nel 2011, a 15 miliardi di dollari).

Gaio Appuleio Diocle – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Meno fortunato di lui, Flavius Scorpus, vittorioso in qualcosa come 2048 corse, guadagna sì cifre stratosferiche (15 sacchi d’oro per ogni vittoria, secondo il poeta Marziale) ma non ha il tempo di godersele, perché muore a soli 27 anni, probabilmente in un incidente di gara.

Una scena del film muto Ben Hur: A Tale of the Christ (1925) – Immagine di pubblico dominio

Al Circo Massimo, ad assistere alle corse dei carri, ci sono proprio tutti: dal popolino, che può entrare gratis, fino all’imperatore, passando per senatori e facoltosi personaggi, che occupano ovviamente i posti migliori e dispongono spesso di un palco privato.

Gli aurighi a volte (non di rado) trattengono i loro cavalli per far vincere la fazione dell’imperatore, ma quando la mossa è troppo evidente, la folla protesta rumorosamente e la gara deve ricominciare. Cassio Dione sostiene che alcune corse furono ripetute fino a 10 volte…

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Tra gli spettatori non mancano le donne, come ricorda il poeta Ovidio quando descrive il suo tentativo di attirare l’attenzione di una bella ragazza durante una gara:

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“[…] tu guardi le corse, io guardo te: guardiamo pure entrambi quel che ci piace e lasciamo che i nostri occhi si sazino”.

La corsa dei carri è dunque lo sport preferito dei Romani, e questa passione non si esaurisce con il crollo dell’impero e l’arrivo dei barbari: perdura fino al 550 d.C., anno nel quale viene registrata, da Procopio, l’ultima gara al Circo Massimo.

Dopo mille e più anni, i cavalli non corrono più a Roma

Questo sport estremo mantiene intatto tutto il suo fascino anche nell’impero romano d’oriente, almeno fino al 532 d.C, quando avviene il fattaccio di cui si parla all’inizio: la rivolta di Nika.

Corse dei carri a Roma – Immagine di Poniol condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia

La “Rivolta di Nika”

Costantinopoli: corre l’anno del Signore 532. Sul trono siede Giustiniano, affiancato dalla potente consorte Teodora. Per motivi economici e anche politici, in città ci sono solo due fazioni: i Verdi e i Blu, questi ultimi sostenuti dalla coppia imperiale.

Rappresentazione simbolica su seta delle due fazioni dell’ippodromo di Costantinopoli – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

I tifosi delle due fazioni, come i moderni ultras, non si accontentano di esprimere il loro sostegno solo all’ippodromo, durante le corse, ma si scontrano spesso e volentieri per motivi politico-religiosi, e arrivano a costituire anche delle bande “militari”, talvolta sfruttate dalle autorità a seconda dell’occorrenza. Insomma, le due fazioni sono molto potenti, gestiscono tutto il ricco giro d’affari che ruota intorno alle corse, e soprattutto sotto Giustiniano godono di una quasi totale impunità, anche quando, sia singolarmente sia in gruppo, arrivano a uccidere qualcuno.

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L’imperatore Giustiniano I con il suo seguito – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

I Blu, in particolare, ricordano molto le odierne bande di giovani teppisti: si distinguono per il taglio di capelli “alla Unna”, vestono tutti in un certo modo e soprattutto girano armati di coltelli. Di notte scorrazzano nelle strade per derubare chi ha la sventura di incrociarli, e talvolta uccidono i malcapitati, se solo mostrano di averli riconosciti. Per non parlare degli omicidi tra gli appartenenti alle due diverse fazioni… L’impunità dei Blu è così conclamata che diversi Verdi decidono di passare tra le fila degli avversari.

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L’ippodromo di Costantinopoli nel XIX secolo – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Insomma, la situazione è veramente scappata di mano all’imperatore, che decide di dare finalmente un giro di vite: l’11 gennaio del 532 ordina l’arresto di diversi facinorosi, colpevoli anche di omicidio, appartenenti sia ai Verdi sia ai Blu, e li fa impiccare. Scampano all’esecuzione due uomini, uno per fazione, che si rifugiano in una chiesa. Mentre i soldati del prefetto presidiano la chiesa, il 13 gennaio l’imperatore e la consorte sono all’ippodromo, dove si svolgono le consuete corse dei carri.

I Blu e i Verdi, d’improvviso uniti nella disgrazia, prima dell’inizio di ognuna delle ventiquattro gare chiedono congiuntamente clemenza per i due scampati alla forca. Giustiniano non li ascolta, e mal gliene incoglie: scoppia una rivolta che dura sei giorni e provoca migliaia di morti, incendi e devastazione (brucia interamente anche la basilica di Santa Sofia e il palazzo di Lauso, dove era forse conservata – ma è solo una delle diverse ipotesi – la statua di Zeus Olimpio, una delle sette meraviglie del mondo antico).

Le fazioni ora alleate guidano, al grido di “Nika, Nika” (Vinci, Vinci), una rivolta popolare che ha come bersaglio l’imperatore, tre suoi funzionari accusati di corruzione, ed è più in generale una violentissima protesta contro l’eccessiva tassazione imposta ai sudditi.

Uno spaventato Giustiniano, barricato nel suo palazzo, acconsente infine a deporre i tre funzionari invisi al popolo, ma è troppo tardi: la rivolta non si placa e i cittadini di Costantinopoli acclamano un nuovo imperatore, Ipazio.

L’ippodromo di Costantinopoli rappresentato da Jean-Baptiste van Mour – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Giustiniano, passati cinque giorni dall’inizio della rivolta, decide che è più saggio abbandonare Costantinopoli, e fa caricare tutto il tesoro imperiale su una una nave, che però non salperà mai, grazie alla forza e all’ostinazione di Teodora, che si rifiuta di “vivere senza essere salutata da imperatrice, tanto vale morire qui”.

Giustiniano allora ordina che il tesoro sia portato all’ippodromo per essere diviso tra il popolo. Ma non finisce lì: i generali Belisario e Narsete, con l’appoggio di alcuni capi dei Blu comprati con parte del tesoro, convogliano la folla dei rivoltosi all’interno dell’ippodromo, dove si compie la strage: vengono tutti uccisi, qualcosa come 35.000 persone, compreso lo sfortunato Ipazio.

La pace è ristabilita, ma “le corse dei carri non si svolsero per molto tempo”, secondo il monaco-storico bizantino Teofane.

Rimane indimenticabile, seppure con qualche imprecisione, la rappresentazione cinematografica della corsa delle quadrighe al Circo Massimo, nel colossal hollywoodiano Ben Hur:


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