Prima di iniziare a trattare l’argomento, riteniamo utile introdurre il concetto di relazione. Che cos’è? Come la definiremmo?

Il dizionario Treccani la definisce così:

“1. L’azione e il fatto di riferire, e il testo stesso, orale e scritto, con cui si riferisce, e la sua forma… Si usa in particolare per indicare l’esposizione individuale o collegiale, orale o scritta, con cui s’informa chi di ragione intorno allo stato di una questione, ai risultati di una perizia, ai lavori compiuti da una commissione, da un organo…

2. Connessione o corrispondenza che intercorre, in modo essenziale o accidentale, tra due o più enti (oggetti e fatti, situazioni e attività, persone e gruppi, istituzioni e categorie, fenomeni, grandezze, valori, ecc.).”

Questo termine ha origini latine, “relatio -onis”, che deriva da “referre”, riferire, quindi comunicare a qualcuno. Infatti la relazione presuppone un rapporto tra due o più individui che ha delle funzioni ben precise: strumentale, ovvero aiuta i soggetti coinvolti a raggiungere degli scopi; conoscitiva, perché ci permette di conoscere noi stessi, gli altri e anche l’ambiente. Espressiva: offre all’individuo l’opportunità di far conoscere il proprio Io, il suo vissuto, i pensieri, le emozioni.

Possiamo dire che l’interazione con l’altro aiuta a conoscerci, al tempo stesso a individuare aspetti che ci rendono simili e quindi ci avvicinano, ma anche differenze, che ci rendono unici e a volte ci allontanano. Relazione, rapporto, qualcosa legato a un’interazione, a uno scambio comunicativo e non solo.

Ora che abbiamo definito il concetto di relazione, cerchiamo di comprendere a cosa ci riferiamo quando parliamo di relazione d’aiuto.

Rogers la definisce così:

“Relazione in cui almeno uno dei protagonisti ha lo scopo di promuovere nell’altro la crescita, lo sviluppo, la maturità ed il raggiungimento di un modo di agire più adeguato ed integrato. L’altro può essere un individuo o un gruppo. In altre parole una relazione di aiuto potrebbe essere definita come una situazione in cui uno dei partecipanti cerca di favorire, in una o ambedue le parti, una valorizzazione maggiore delle risorse personali del soggetto ed una maggiore possibilità di espressione.”

L’esistenza di una relazione d’aiuto implica necessariamente il rapporto tra due o più soggetti, ha come obiettivo quello di favorire la crescita dell’individuo e far emergere le sue abilità. Possiamo quindi riferirci a rapporti di diverso genere, ad esempio quello tra genitori e figli, quindi in ambito familiare, oppure a scuola, la relazione tra insegnante e alunno, o ancora, quello tra medico e paziente, questi possono coinvolgere il singolo o anche un gruppo intero. Come dice la parola stessa, implica supportare chi ci troviamo davanti perché è in difficoltà, ha bisogno di qualcuno che lo aiuti a riportare equilibrio.

Per far sì che questa si instauri dev’esserci innanzitutto una relazione e la volontà da parte dei soggetti coinvolti di interagire, di scambiarsi informazioni. Il rapporto deve avere radici solide, si deve basare sulla fiducia: il paziente si affida all’operatore, riconosce in lui un punto di riferimento che lo può aiutare in questo processo di cambiamento. Il professionista deve far sentire la sua presenza, ascoltare, accogliere il disagio, la sofferenza, i bisogni dell’utente, comprendere il suo punto di vista, entrare in relazione con lui. Si tratta quindi di una relazione fondata sulla fiducia, sull’ascolto attivo ed empatico. È importante che l’operatore non dica all’utente cosa fare, ma condurlo nella direzione giusta, fornendogli gli strumenti adatti per comprendere le cause della sua sofferenza. Non si tratta di sostituirsi alla persona in difficoltà, ma di supportarla, renderla autonoma, aiutarla a ripristinare la situazione di equilibrio.

Nella relazione d’aiuto ci sono alcuni elementi fondamentali che ne definiscono la qualità, l’efficacia e l’unicità. Come abbiamo appena visto, la relazione tra l’operatore e l’utente. Un altro aspetto riguarda le tempistiche: non imposte né rigidamente predefinite, ma vengono stabilite in base alle necessità, ai bisogni dell’utente. Fondamentale è anche lo spazio in cui la relazione avviene. Devono essere luoghi accoglienti, informali, che favoriscono l’apertura, la fiducia. L’individuo deve sentirsi libero di esprimersi liberamente senza essere giudicato.

Ciò che viene detto, raccontato, dev’essere espresso con chiarezza. Quando necessario, l’operatore può riformulare ciò che il cliente esprime, per farlo bisogna adottare delle tecniche adeguate.

Rogers parla di contatto psicologico, ovvero la relazione tra due o più soggetti.

Incongruenza come opposizione, contrasto, disarmonia tra ciò che una persona vive e l’immagine che ha di sé stessa. L’esperienza vissuta concretamente dall’organismo appare differente rispetto a come viene interpretata o rappresentata mentalmente. Questo può creare una situazione di disagio, disequilibrio, provoca ansia e preoccupazione.

Congruenza: quando l’individuo è sé stesso, si esprime liberamente, senza aver paura di essere giudicato. Questo vale anche per le emozioni considerate negative: è importante che vengano espresse in modo sincero, poiché reprimere può generare ambiguità nella comunicazione e compromettere la qualità del rapporto.

Comprensione empatica: quell’empatia di cui parlavamo all’inizio. Si tratta della capacità di immedesimarsi nell’altro, mettersi nei suoi panni, vedere dal suo punto di vista, ma mantenendo sempre una chiara distinzione tra ciò che è nostro e ciò che non lo è. Vuol dire quindi evitare interpretazioni o giudizi che potrebbero ostacolare la relazione. È un ascolto attivo in cui si cerca di cogliere il significato dei vissuti attraverso le sue rappresentazioni.

Accettazione positiva incondizionata: significa riconoscere e valorizzare la persona nella sua unicità, con i suoi sentimenti, le sue debolezze, il suo percorso, senza giudicarla. È un’accettazione profonda e autentica, basata sul rispetto.

Comunicazione: non basta che il professionista provi empatia e accettazione verso il cliente; è fondamentale che queste qualità siano anche percepite e recepite da chi riceve l’aiuto. La comunicazione, quindi, non è solo ciò che viene detto, ma comprende il modo in cui il messaggio viene trasmesso e compreso dall’altro. L’operatore deve prestare attenzione a come si relaziona nei confronti del soggetto, agli aspetti relativi alla comunicazione verbale, paraverbale, non verbale e alla prossemica al fine di creare un clima di apertura che infonda fiducia e sicurezza.

L’intervento di counseling si articola, solitamente, in tre fasi distinte ma non sono rigide, che si adattano alle necessità dell’individuo. Il rispetto di questa sequenza consente nel sostenere le abilità del cliente, promuovere il benessere personale, l’autonomia e l’auto – realizzazione.

Nella prima fase il soggetto è chiamato a identificare e a descrivere il problema, grazie al supporto del counselor che si esprime attraverso l’ascolto attivo empatico, l’accettazione positiva incondizionata e quindi la mancanza di giudizio, l’interesse per la persona. È importante che il professionista si impegni fin da subito a porre le basi per una relazione solida centrata appunto sull’empatia.

Dev’essere in grado di mettersi nei panni del cliente, guardare dal suo punto di vista, cercare di individuare i sintomi e i fattori che determinano la situazione di disagio. Spesso, il soggetto sa di essere in difficoltà, ma si sente confuso, è troppo coinvolto tanto da risultargli difficile, se non impossibile, avere una visione oggettiva della situazione. Il rischio, oltre a quello di lasciarsi sopraffare dalle emozioni, è quello di cadere in interpretazioni rigide e soprattutto, distorte, della realtà. Il cliente non riesce a spiegare le problematiche, perciò il professionista deve aiutarlo a fare chiarezza, a rendere la spiegazione il più lineare possibile, tutto questo evitando giudizi e interpretazioni personali.

Si passa, poi, alla seconda fase, il cui obiettivo è quello di ridefinire e comprendere il problema, osservandolo, analizzandolo punti di vista diversi. Il counselor stimola il pensiero riflessivo del cliente, aiutandolo prima a prendere coscienza delle difficoltà per arrivare poi a una comprensione più profonda. Attraverso riformulazioni il primo lavora per indebolire e progressivamente eliminare alcune convinzioni del soggetto e accompagnarlo nella costruzione autonoma di un nuovo schema interpretativo, la cui struttura finale non è prevedibile né, tantomeno, determinabile a priori dall’operatore.

Nella terza fase il cliente diventa più autonomo. Il compito del counselor in questa occasione è quello di condurre il soggetto nel processo decisionale, ha un ruolo di guida: non si sostituisce mai alla controparte, ma piuttosto la aiuta. È un facilitatore che valorizza le risorse individuali, la capacità di operare scelte autonome, responsabili, coerenti con i propri valori e obiettivi di vita.

Questo percorso implica l’utilizzo di specifiche tecniche volte a sostenere l’esplorazione delle opzioni disponibili. Riformulazione del problema, individuazione di possibili strategie per il raggiungimento degli obiettivi prefissati; analisi comparativa delle diverse alternative; selezione della strategia più idonea rispetto al contesto e alle risorse del cliente; e, infine, pianificazione dei tempi e delle modalità di attuazione.

Il ruolo del counselor nella relazione d’aiuto

Il counselor, quindi, svolge un ruolo fondamentale, al tempo stesso complesso all’interno della relazione d’aiuto, poiché si fonda su una competenza professionale che unisce aspetti relazionali, comunicativi ed etici. Si tratta di un professionista che opera per favorire processi di consapevolezza, autonomia e cambiamento nel cliente.

La funzione principale del counselor è quella di promuovere l’autonomia decisionale e la responsabilizzazione dell’individuo, accompagnandolo nella chiarificazione dei propri bisogni, nella ridefinizione del problema e nell’attivazione delle risorse personali necessarie per affrontarlo. Ciò avviene senza prescrizioni o direttività, ma mediante tecniche dialogiche come la riformulazione, il rispecchiamento, la chiarificazione e l’esplorazione delle opzioni.

Nella relazione d’aiuto, il counselor assume una posizione di ascolto attivo e non giudicante, creando uno spazio sicuro e accogliente in cui il cliente possa esprimere liberamente vissuti, emozioni e difficoltà. Attraverso atteggiamenti fondamentali quali l’empatia, la congruenza e l’accettazione incondizionata, il professionista favorisce un clima relazionale che stimola la riflessione e la consapevolezza da parte del cliente.

Come abbiamo detto precedentemente, Carl Rogers parla di congruenza, quando l’individuo si esprime liberamente, senza aver paura di essere giudicato. Questa può essere affiancata al concetto di autenticità, il counselor deve avere un atteggiamento trasparente e coerente nel proprio modo di essere e di relazionarsi con il cliente. Non deve indossare una maschera, ma presentarsi così com’è, mantenendo un equilibrio tra ciò che sente interiormente, ciò che pensa e ciò che comunica, senza però farsi travolgere da pregiudizi ed emozioni.

L’autenticità ha un impatto profondo sulla relazione d’aiuto perché serve a instaurare il rapporto di fiducia tra il counselor e il cliente. Il primo vede il secondo come una persona affidabile e coerente, quindi si sente sicuro, rispettato e accolto. La comunicazione è efficace e gli scambi favoriscono il cambiamento.

Accettazione positiva incondizionata e quindi sincero interesse questi non sono solo legati all’etica professionale del counselor, la responsabilità e il rispetto nei confronti dell’altro. Vuol dire accogliere una richiesta di aiuto e sostenere, con tutti i mezzi a disposizione, il cliente. Aiutarlo ad avviare un percorso che gli permetta di crescere, rendersi autonomo e raggiungere gli obiettivi prefissati.

In parallelo, l’interesse verso la persona lo rende soggetto attivo di questo processo: non si tratta di risolvere un problema dall’esterno, ma di accompagnare l’altro nella comprensione, nella rielaborazione e nella gestione della propria esperienza. Tutto ciò dev’essere carico di empatia, la capacità di mettersi nei panni dell’altro e vedere la realtà dal suo di vista.

Concludendo, possiamo affermare che la relazione d’aiuto nel counseling rappresenta un’azione fondamentale e che il counselor ha un ruolo molto delicato e utile volto alla promozione del benessere dell’individuo.

A cura di Haidi Segrada e Federica Mascheroni

Haidi Segrada

Haidi Segrada. È Esperta in glottodidattica infantile, counselor pedagogico e formatrice. Esperta in comunicazione pedagogica. Si occupa della supervisione pedagogica e didattica in diverse scuole e strutture educative, sia pubbliche che private. Ha maturato un’esperienza pluriventennale nel mondo della scuola ricoprendo diversi ruoli: docente, consulente, coordinatrice e direttrice. Professore associato presso UniCampus HETG.
E' autrice di testi psicopedagogici e didattici come: “Organizzare l’educazione – profili di metodo nella scuola dell’infanzia”, “La comunicazione empatica nella scuola dell’infanzia”, “Mi prenderò cura di te”, “James the storyteller” e “ACA, Ascolto, Comunicazione, Azione”, co - autrice del manuale universitario “La pratica psicopedagogica: dalle teorie all’intervento educativo” edito da Mimesis. Ha scritto, inoltre, il testo di storia della pedagogia: “Impronte di storia della pedagogia dal settecento ad oggi” e “STEAM per l’infanzia. Esperienze e proposte operative”
Autrice delle raccolte di poesie “Il Tramonto all’Alba” e “Con il vento nel cuore”.
Autrice per Vanilla Magazine. 
Formatore Docente e Progettista certificata AIF (Associazione Italiana Formatori) è ideatrice del Marchio “A.C.A” – Metodo educativo – pedagogico e didattico.
E’ Presidente dell’Associazione “ACA - educazione in rete”.

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