Siamo nel 19° secolo, in America, precisamente nel New England, la prima regione che si costituisce come identitaria dei nuovi Stati Uniti d’America. Qui fa freddo d’inverno e caldo d’estate. Qui si muore quanto in Europa, e il killer ha tanti nomi (Tubercolosi, Tisi, TBC, Tube polmonare) ma un solo significato: morte. A questa crisi gli abitanti del New England rispondono con quello che diventerà famoso come “panico da vampiro”, che contagia sì gli abitanti del New England, ma in particolare negli stati del Rhode Island, Vermont e alcune aree del Connecticut e del Massachusetts. Il fenomeno è talvolta paragonato alla caccia alle streghe avvenuta a Salem, sempre in Massachusetts, due secoli prima. Su quanto avvenuto a Salem – i processi, le condanne, le vittime – si sa praticamente tutto, mentre invece non si conosce con certezza l’estensione dell’isteria collettiva sui vampiri, perché le prove si possono trovare solo dentro tombe disseminate in remote aree rurali e, molto meno di frequente, nei piccoli cimiteri di paese adiacenti le chiese.
Nel 1990 a Griswold, nel Connecticut, un gruppo di ragazzini che sta giocando in una cava di ghiaia scopre delle tombe. Interviene la polizia, ma poi si scopre che quella non è la scena di un crimine. Si tratta di un cimitero rurale di epoca coloniale, che accoglie 29 sepolture di persone morte tra la fine del 1700 e l’inizio dell’800. Non c’è niente di strano, perché nel New England ci sono molti di questi cimiteri agricoli, dove venivano sepolte le persone di una o due famiglie, nei pressi delle loro fattorie. Nel caso di Griswold però, qualcosa di strano di c’è. In quel piccolo cimitero ci sono due cripte di pietra, che incuriosiscono l’archeologo chiamato sul posto.
Quelle tombe non sono vecchie di millenni, come capita di scavarne in Europa, Asia, o Egitto, ma negli Stati Uniti sono materia di studio archeologico. Studio che rivela una realtà sconcertante. In una delle cripte c’è una bara insolitamente pitturata di rosso, che contiene delle ossa disposte in una maniera inquietante.
Lo scheletro è decapitato, con il teschio e i femori incrociati posti sulla gabbia toracica, in una sorta di rappresentazione dell’immagine simbolo dei pirati, il Jolly Rogers. L’archeologo rimane interdetto, non ha mai visto niente di simile. Le analisi condotte su quello scheletro rivelano una cosa strana: qualcuno si è preso la briga di disporre le ossa in quel modo circa 5 anni dopo la sepoltura, che risale al 1830.
Si tratta di un uomo di circa 50 anni, soprannominato JB 55, perché sulla bara, con chiodi d’ottone, sono riportate quelle lettere e il numero 55, a segnalare l’età della morte.
Perché qualcuno ha riesumato il cadavere dopo 5 anni, gli ha staccato il cranio e aperto il costato per rimuovere il cuore? Non certo per un tentativo di rapina, visto che si tratta di tombe povere, prive di oggetti di valore al loro interno. JB 55 viene identificato, tramite ricerche genealogiche, con un contadino di nome John Barber, padre di un ragazzo chiamato Nicholas, morto nel 1826, a circa 13 anni. Lo conferma anche la bara trovata nello stesso cimitero, dove c’è la sigla “NB 13”. Tutto si spiega: quel contadino era considerato un vampiro, colpevole di diffondere l’epidemia di tubercolosi che da decenni imperversa nel New England.
Chi si ammala di tubercolosi sembra consumarsi fisicamente, prende un aspetto emaciato, con la pelle che diventa di un colore grigiastro e gli occhi che si infossano sempre più. Senza contare che, a volte, dagli angoli della bocca cola del sangue. Il contagio si diffonde tra i membri di una stessa famiglia, e poi tra i vicini di casa. Senza una risposta scientifica a tanto dolore e morte la colpa viene attribuita alle persone morte di consunzione, che escono dalle tombe per cibarsi della linfa vitale dei loro parenti, il sangue. Occorre verificare se in quei cadaveri sia ancora presente il cuore, e se questo contenga tracce di sangue. In quei casi non c’è dubbio: si tratta di “vampiri”.
La storia dei “vampiri” e delle riesumazioni dei cadaveri si sviluppa nelle aree remote del New England dalla fine del ‘700 fino a tutto l‘800. La paura sconvolge la regione, ma le tombe manomesse trovate fino ad oggi sono solo la punta dell’iceberg di un fenomeno esteso, all’epoca riportato da increduli giornalisti di città che parlano di “orribile superstizione”.
Il panico da vampiri si diffonde quasi sempre durante epidemie di tubercolosi, anche se può essere associato a malattie come la porfiria, una rara patologia del sangue che provoca intolleranza alla luce solare, estremo pallore e mancanza di forze, tutte caratteristiche riconducibili ai vampiri letterari. A partire all’incirca dal 1730, la tubercolosi diventa nel New England una malattia endemica, che nel 19° secolo è la prima causa di morte nella regione. La tisi incute particolare terrore, anche per il deperimento fisico a essa collegato. Gli ammalati sono facilmente riconoscibili, secondo una descrizione del 18° secolo, perché hanno “la fronte ricoperta di gocce di sudore; le guance dipinte di un livido cremisi, gli occhi infossati… il respiro offensivo, rapido e faticoso, e la tosse così incessante da dare a malapena il tempo al disgraziato di raccontare le sue lamentele”.
Il decorso della tubercolosi, che può protrarsi per anni, richiama alla mente qualcosa di spaventoso, in grado di prosciugare lentamente il fisico, e il sangue, dell’ammalato. Qualcosa che incute timore, che non ha spiegazioni. Il medico tedesco Robert Koch scopre, nel 1882, il batterio responsabile della tubercolosi, ma nelle zone rurali del New England la notizia non arriva. Ancora nel 1892, un medico locale indica come cause della tubercolosi “l’ubriachezza e la povertà dei poveri”, mentre le cure consigliate erano passeggiate a cavallo e zucchero di canna sciolto in acqua.
Gli esami condotti su JB 55 confermano che soffriva di tubercolosi o comunque di una malattia polmonare simile. Quando in una famiglia contadina si verificavano casi di tisi, la responsabilità del contagio era attribuita alle prime vittime, “non-morti” incolpati di diffondere la malattia. Per fermare la catena mortifera occorreva riesumare il cadavere e seguire un rituale condiviso, di solito, solo tra i parenti stretti e i vicini di casa. Non mancano però casi di “cerimonie”, se così si possono chiamare, che coinvolgono l’intera comunità e sono approvate dalle autorità cittadine e religiose. Accade in un piccolo paese del Vermont, dove pare che il cuore di un vampiro sia stato bruciato pubblicamente, nel 1830. E nel 1793 era accaduto accade a Manchester, sempre nel Vermont: il cuore di una donna viene bruciato nella fucina di un fabbro, di fronte a centinaia di persone. Isaac Burton aveva riesumato il cadavere della prima moglie, accusata di succhiare il sangue della sua seconda moglie, che comunque muore dopo un paio di mesi.
Tutta questa macabra vicenda diventa ancora più triste se si considera il lato affettivo: a riesumare i cadaveri e a bruciare il cuore dei defunti sono parenti stretti – figli, genitori, mariti o mogli – convinti di non avere altra scelta. C’è però il caso di Mercy Brown, che racconta una storia un po’ diversa.
Mercy Lena Brown
Mercy Brown, chiamata Lena, vive nel villaggio di Exeter, nel Rhode Island. E’ un’area rurale, che si è spopolata prima per la guerra civile e poi per una massiccia emigrazione verso le più fertili terre dell’ovest. Exeter è un paese quasi spettrale: nel 1892, anno della morte di Lena, ci vivono solo 961 persone, a fronte degli oltre 2500 abitanti del 1820.
Molte fattorie abbandonate, che finiscono bruciate, punteggiano la campagna con i loro scheletrici resti, malinconiche testimonianze di un tempo ormai passato. Durante gli ultimi vent’anni dell’800 la famiglia di George e Mary Eliza Brown viene colpita da diversi casi di tisi (come si definiva all’epoca la tubercolosi). La malattia spesso non lascia scampo e le speranze di sopravvivenza sono poche: almeno la metà dei malati muore al massimo nel giro di qualche anno.
Fra i Brown la statistica è ancora più letale. La madre, Mary Eliza, è la prima vittima, poi la segue nel 1884 la figlia maggiore, Mary Olive, che ha 20 anni. Pochi anni dopo si ammala anche il fratello, Edwin, che viene descritto come “un giovane uomo grande e robusto”. Per tentare di contrastare la malattia, Edwin parte per Colorado Spring, che ha un clima migliore. La figlia più piccola, Mercy Lena, ha circa 9 anni quando la madre e la sorella muoiono, ma sviluppa la malattia solo nel 1891, in una forma particolarmente virulenta.
O meglio, la sua è una tubercolosi di tipo “galoppante”, rimasta asintomatica per una decina d’anni, ma che la conduce alla morte in poco tempo, nel gennaio del 1892. Nel frattempo Edwin, dopo un temporaneo miglioramento, torna a peggiorare e fa rientro a casa, in condizioni disperate. Tanti amici pregano per lui, ma molti pensano che le preghiere non siano sufficienti. Alcuni vicini di casa, preoccupati per la loro stessa salute, offrono a George Brown una spiegazione per i suoi tanti lutti, da ricercare in una presenza malvagia che si accanisce contro la sua famiglia.
Forse, una delle tre donne seppellite non è veramente morta, ma si ciba dei “tessuti viventi e del sangue di Edwin”. Riuscire a individuare e distruggere quel cadavere non-morto avrebbe consentito la guarigione del ragazzo. E c’è solo un modo per scoprirlo: riesumare i corpi e scoprire quale dei tre conserva un cuore con tracce di sangue fresco. George Brown acconsente. Il 17 marzo 1892 si procede alla riesumazione. Ci sono gli abitanti del villaggio, il medico del posto e un giornalista del Providence Journal, che poi racconterà tutta la vicenda.
Non c’è invece George Brown, che preferisce non assistere a quello spettacolo. I corpi di Mary Eliza e Mary Olive sono ridotti a un mucchio d’ossa, come c’era da aspettarsi dopo una decina d’anni. Ma il cadavere di Mercy, che è morta da appena due mesi, presenta soltanto dei lievissimi segni di decomposizione, sembra quasi una bella addormentata, intatta nella sua giovane bellezza. La spiegazione è semplice: è inverno e la zona è freddissima, in pratica Mercy era rimasta congelata. Il medico presente sottolinea che nei polmoni ci siano ancora le tracce dei germi tubercolari, ma questo non ferma gli abitanti del villaggio.
Quel corpo quasi incorrotto è un segno preciso: Mercy è la vampira che sta facendo strage dei suoi familiari!
Il giornalista presente scrive: “Il cuore e il fegato furono rimossi e, aprendo il cuore, fu trovato sangue coagulato e decomposto”. Cuore e fegato vengono bruciati e le ceneri, mescolate con dell’acqua, sono la medicina somministrata a Edwin, nel disperato tentativo di salvarlo dalla piaga dei non-morti. Naturalmente tutta questa operazione non serve a nulla e il ragazzo muore, consumato dalla tisi, soltanto due mesi dopo. Quel che rimane del corpo di Lena viene sepolto nel cimitero della Chiesa Battista di Exeter. George Brown, uno dei pochi membri della famiglia a non sviluppare la forma attiva della malattia, muore nel 1922. Un anno prima due ricercatori francesi, Albert Calmette e Camille Guérin avevano messo a punto il vaccino BCG, utilizzato per trattare e curare la tubercolosi. Negli Stati Uniti comunque, questo vaccino non sarà usato prima degli anni ’40 del ‘900.
Nel piccolo cimitero di campagna, accanto a Mercy Brown riposano il fratello – che si è inutilmente mangiato le ceneri del suo cuore – e anche il disperato padre che voleva salvare, in quel modo, l’unico figlio rimasto in vita. Negli articoli del Providence Journal, si legge però un’altra spiegazione: George Brown acconsente all’esumazione, ma non crede alla storia dei “non-morti” e al potere curativo dei loro organi bruciati. La motivazione è un’altra: deve sottostare alle pressanti richieste dei vicini di casa, che temono la diffusione del contagio. Lui non partecipa a quel rito, ma dietro sua richiesta c’è un medico, un professionista che deve esaminare i cadaveri con cognizione di causa. Ma la superstizione, in quel periodo, è più forte di qualsiasi diagnosi scientifica.
La storia di Mercy Lena Brown potrebbe concludersi in questo modo, lasciando riposare in pace i suoi resti, finalmente. Ma non è così. La riesumazione del suo cadavere, raccontata sul Providence Journal, è una notizia che sconcerta gli Stati Uniti. L’antropologo George Stetson decide di andare nel Rhode Island per studiare “la barbara superstizione”, e le sue conclusioni sui vampiri del New England fanno il giro del mondo. Tutti cercano spiegazioni per quella strana follia che per decenni si è impadronita degli abitanti della regione: ha influito un certo tipo di letteratura, o i contadini del luogo si sono fatti gioco dell’antropologo? Oppure questa apparente imbecillità c’entra con i matrimoni tra persone imparentate fra loro, frequenti nelle remote terre dell’interno? Un giornale londinese tiene a precisare che i “vampiri yankee” non hanno nulla a che fare con la tradizione britannica e sono una faccenda americana. Qualcosa però, della triste storia di Mercy Lena, arriva a Londra ed entra a far parte dell’immaginario universale sui vampiri.
Il Dracula di Bram Stoker
Nel 1896 Bram Stoker è negli Stati Uniti, nelle sue vesti di direttore di una compagnia teatrale londinese in tournée nel paese. Un articolo del New York World, a proposito di Mercy Lane, lo interessa a tal punto da conservarlo tra le sue carte. La storia della ragazza di Exeter può aver influito nella stesura del suo famoso Dracula? Secondo alcuni critici non c’entra nulla, perché il romanzo viene pubblicato dopo pochi mesi, nel 1897. Altri, invece, riconoscono Lena nel personaggio di Lucy, l’eterea ragazza trasformata in vampiro e riesumata, anche lei, alla presenza di un medico. E’ probabile che in Dracula ci siano delle suggestioni derivate dai vampiri del New England, ma la genesi è forse da ricercarsi in un’altra vicenda di malattia e morte.
La madre di Bram Stoker, Charlotte Thornley, si trova nel bel mezzo dell’epidemia di colera che nel 1832 colpisce l’Irlanda e, nel caso specifico, la città di Sligo, dove vive con la sua famiglia. Nel giro di un mese e mezzo muoiono 1500 persone e chi può scappa. Tra chi riesce ad allontanarsi e a salvarsi c’è anche Charlotte, che poi racconterà al figlio l’orrore di quanto accaduto quando lei era ancora bambina. Il colera è all’epoca una malattia di cui non si conoscono le cause, ma si sa che è la “bestia dell’est”, perché arriva in Europa dall’Asia, viaggiando via mare sulle navi.
L’epidemia del 1832 colpisce prima le città portuali dell’Irlanda e poi si diffonde in tutto il paese. Arriva a Sligo in agosto, preceduta dai tuoni e i fulmini di un temporale estivo. La malattia miete circa 50 vittime al giorno e tra loro ci sono i medici che tentano di curarla, senza averne gli strumenti. Ma il ricordo peggiore di Charlotte riguarda il trattamento riservato ai malati nell’ospedale cittadino, dove operano persone non qualificate, in sostituzione dei medici e degli infermieri morti. Le persone in fin di vita vengono addirittura uccise, tanto che un prete cattolico rimane nell’ospedale armato di frustino, per impedire un tale orrore. Per limitare la diffusione del morbo, le vittime vengono sepolte entro poche ore dal decesso, in fosse comuni. Nell’isteria del momento, molte persone finiscono sotto terra prima di essere morte.
C’è il caso di una donna che, gettata nella fossa comune, viene tirata fuori dal marito che vuole darle una degna sepoltura, e la scopre ancora viva. Tutte queste vicende, raccontate dalla madre e verificate da Stoker nelle cronache dell’epoca, si ritrovano in qualche modo nel suo capolavoro. A partire da Dracula, che arriva in Inghilterra da oriente, mentre imperversa un temporale, nel mese di agosto. E ancora: gli antagonisti del Vampiro sono medici, che tentano di usare le loro conoscenze scientifiche per sconfiggere il non-morto. Un’altra suggestione riguarda la nebbia e i miasmi che aleggiano sui luoghi colpiti dal colera: durante l’epidemia del 1832 c’è la convinzione che il morbo viaggi in forma di nebbia, e certamente un odore terribile avvolge Sligo per molti mesi. Forse non a caso, Dracula può trasformarsi in nebbia e nei luoghi dove passa rimane un odore di putrefazione.
C’è anche l’uso di simboli tipici del cattolicesimo, l’acqua santa e il crocefisso, per combattere i vampiri. Questa scelta da parte di Stoker, che appartiene alla Chiesa d’Irlanda, può forse essere ricondotta a quel prete cattolico che, armato di frustino, impediva di seppellire vivi i malati in stato d’incoscienza. Proprio questa sembra la suggestione più forte, ammessa in un’intervista rilasciata dallo scrittore nel 1897. Stoker racconta di aver tratto ispirazione dall’idea di “qualcuno che veniva sepolto prima di essere completamente morto”. Tanto è vero che il titolo provvisorio del libro era “The Undead”, “Il non-morto”, cambiato poi dall’editore con Dracula.
Detto questo, non bisogna sottovalutare tutte le altre fonti d’ispirazione che nel corso tempo si sono volute vedere in Dracula: il folklore dell’Europa centrale orientale, Vlad III di Valacchia, che ha come patronimico Dracul, e romanzi precedenti con protagonisti dei vampiri. C’è da dire però che non esiste, per nessuna di queste presunte ispirazioni, un riscontro certo. Stoker non ha mai fornito indizi in tal senso, a parte quell’accenno ai sepolti vivi. Rimane però quel trafiletto conservato tra le sue carte, su Mercy Brown e la vicenda dei vampiri del New England, che un dubbio comunque lo lascia.
Mercy Brown oggi
Il panico da vampiro del New England, iniziato alla fine del ‘700, attraversa il 19° secolo. Il caso di Mercy Brown lo rende noto in tutti gli Stati Uniti, dove si parla di “barbara superstizione”. Ma già nel 1859 lo scrittore Henry Thoreau commenta, a proposito di una riesumazione avvenuta nel Vermont: “La parte selvaggia nell’uomo non viene mai del tutto sradicata”. Come dargli torto, visto che ancora oggi si compiono pellegrinaggi sulle tombe dei presunti vampiri? Ci sono persone che credono o fingono di credere – si spera – che quei poveri resti riesumati e bruciati appartenessero davvero a dei non-morti. E si organizzano visite guidate alle loro tombe, in particolare nel periodo di Halloween. La più frequentata è, neanche a dirlo, quella di Mercy Brown, che non trova riposo nemmeno a oltre 130 anni dalla morte. Certo, un esperto di folclore locale guida di solito quelle visite, che assumono così un sapore di ricerca storica. Ma molti dei presenti forse rimangono delusi da argomentazioni logiche, come quella che spiega perché sulla tomba di un (presunto) vampiro non cresce l’erba: ci passano sopra troppi visitatori.
La città di Exeter, dove è vissuta e morta Mercy Brown, ha avuto uno sviluppo lentissimo, tanto che la corrente elettrica è arrivata solo intorno al 1940, e ancora alla fine degli anni ’50 circolavano liberi bovini e maiali. La costruzione di una strada intestatale, negli anni ’70, ha cambiato le cose, ma ancora oggi la città conta poche migliaia di abitanti e nelle aree periferiche ci sono tacchini selvatici che razzolano per strada. La chiesa di Chestnut Hill ha ancora le finestre in vetro colorato del 1838, e nel piccolo cimitero annesso, usato ancora oggi, è sepolta Mercy Brown. Sulla sua tomba qualche sconosciuto visitatore dei giorni nostri lascia caramelle o fiori, ma anche denti da vampiro in plastica. La lapide non è originale, perché qualcuno se l’è portata via, chissà con quale scopo, e così quella attuale è assicurata a terra con un ferro. Un ferro che non impedisce allo di spirito di Lena di vagare nei dintorni, su un ponte dove, talvolta, c’è un sentore di rose. Qualcuno dice anche di averla sentita sussurrare, lì nel piccolo cimitero di Chestnut Hill. Per chi ci crede, è una presenza gentile, molto lontana dall’immagine di vampiro succhiasangue che per un secolo ha terrorizzato il New England.



