La protesta della Rosenstraße: le donne che sfidarono il Terzo Reich

Alexander-Platz è uno dei posti più visitati dai turisti a Berlino. Tutto intorno, tra i grandi viali, si intersecano mille viuzze, tra cui una, spesso non vista o anche ignorata, ha un nome evocativo e romantico: Rosenstraße, la strada delle rose in italiano. Eppure questa stradina fu teatro di uno degli eventi più rivoluzionari del XX secolo, ormai dimenticato tra le pieghe della storia. Dove ora si trova un parco fino agli anni ’40 si trovava un elegante palazzo, usato come ufficio per la previdenza sociale degli ebrei di Berlino, e dove venivano raggruppati gli ebrei prelevati durante i rastrellamenti.

Stolpersteine a Berlino – Fotografia di Berihert via Wikipedia  condivisa con licenza CC BY 3.0

Mentre l’operazione Reinhard procedeva a gonfie vele nei territori occupati dell’Europa dell’Est, seguendo le truppe inarrestabili che avanzavano, Goebbels e Hitler discutevano del problema interno: nel periodo in cui l’Europa orientale assisteva all’olocausto ebraico, in Germania gli ebrei avevano una vita leggermente più facile. O almeno, alcune categorie: i lavoratori essenziali allo sforzo bellico (munizioni, equipaggiamenti e vettovaglie), e quelli sposati con ariani potevano ancora vivere in città con le proprie famiglie.

Il 22 gennaio 1943 venne deciso che era il momento di “liberare” Berlino e Vienna dagli ebrei, per garantire la sicurezza interna. Con questa il regime nazista cercò di raggiungere l’apice della Dolchstoßlegende, in italiano la leggenda della pugnalata alle spalle, il complotto che imputava agli ebrei tutte le colpe della deriva dello stato tedesco, a partire dalla sconfitta della Prima guerra mondiale. Gli ebrei delle città tedesche cominciarono ad essere deportati nei campi di concentramento, anche quelle categorie “privilegiate” che fino ad allora erano riuscite a mantenere la propria posizione sociale.

Bisogna precisare che pochi anni prima, nel 1935, a Norimberga vennero promulgate le leggi razziali, nelle quali veniva classificato il livello di ebraicità della popolazione. Queste leggi furono promulgate con diversi scopi:

  • Gesetz zum Schutze des deutschen Blutes und der deutschen Ehre, ovvero la legge sulla protezione del sangue tedesco e dell’onore tedesco, chiamata anche Blutschutzgesetz, letteralmente la legge sulla protezione del sangue;
  • Reichsbürgergesetz, la legge sulla cittadinanza del Reich;
  • Reichsflaggengesetz, la legge sulla bandiera del Reich.

La prima legge fu accompagna da una tavola, che spiegava il livello di ebraicità tollerato nel Reich. I Deutschblütingern, i tedeschi dal sangue puro, non dovevano avere avi ebrei e potevano accedere a tutti i mestieri e alle cariche pubbliche. Subito dopo c’erano i Mischlingen, ovvero i meticci, divisi in due categorie: quelli di II grado avevano un solo nonno ebreo su quattro, quelli di I grado due nonni ebrei su quattro. Potevano continuare ad esercitare e accedere alle cariche pubbliche, a patto che non fossero sposati con ebrei e non praticassero più la religione ebraica. Chi aveva tre o quattro nonni ebrei, veniva considerato ebreo, anche se non praticante.

Da qui in poi si spiegava quali fossero i matrimoni consentiti: i tedeschi di sangue puro potevano sposarsi con dei “simili” o, al massimo, con dei Mischlingen di II grado, facendo in modo così che le tracce di sangue ebreo sparisse nel tempo. Tutti gli altri potevano sposarsi tra di loro, a patto di non sposare tedeschi di sangue puro. Tutto ciò fu legge dal novembre 1935, ma i matrimoni misti celebrati prima rimasero comunque validi. Alcuni Mischlingen continuarono ad occupare delle cariche importanti nel Reich, grazie alla benevolenza del Führer e delle alte sfere naziste, che ignorarono e insabbiarono volontariamente le loro origini.

Tornando al 1943 e ai piani di Goebbels e Hitler, anche queste categorie “privilegiate” si trovarono all’improvviso perseguitate. Il piano d’azione prese il nome di Fabrikaktion, l’azione della fabbrica, perché vennero presi di mira soprattutto gli ebrei che lavoravano nelle fabbriche belliche. Questo avvenne subito dopo la rovinosa battaglia di Stalingrado. Lo scopo della Fabrikaktion era quindi quello di distogliere l’attenzione dal fronte russo.

Il 27 febbraio 1943, circa 1800 uomini ebrei, chiamati Geltungsjuden, ebrei di valore, sposati con donne ariane, vennero arrestati e portati al palazzo al numero 2 della Rosenstraße, dove altri 10.000 ebrei aspettavano di essere deportati. Un gruppo sempre più nutrito di donne si radunò davanti al palazzo della Rosenstraße, prima per chiedere informazioni sugli uomini, poi per protestare a gran voce, urlando le frasi “Wir wollen unsere Männer wieder haben” “Wir wollen unsere Männer zurück” (Rivogliamo i nostri uomini, Ridateci i nostri uomini). La protesta all’inizio venne ignorata, sperando si esaurisse da sola. Ma le donne non demorsero e, nonostante il freddo pungente, passavano le giornate davanti al palazzo a protestare, dalle prime ore di luce fino a notte inoltrata. Capitava anche che persone comuni passassero dalla Rosenstraße e si unissero spontaneamente alla protesta.

Goebbels, ministro della propaganda e Gauleiter di Berlino, oggi potremmo chiamarlo presidente del Land (Ministerpräsident des Landes in tedesco), fece il possibile perché la protesta delle donne della Rosenstraße non avesse nessuna eco mediatica, per non dare un esempio da seguire ai pochi dissidenti politici sfuggiti ai campi di lavoro. Non si fecero nemmeno tentativi ben studiati per far disperdere le donne.

Qualche volta il dipartimento generale per la sicurezza del Reich (Reichssicherheitshauptamt), uno dei dipartimenti delle SS, tentò di sparare sulle donne. Fu Goebbels stesso a chiedere di interrompere i tentativi di disperdere le donne, perché la loro protesta era apolitica e il loro scopo era quello di tenere unite le famiglie. Dietro questa decisione di Goebbels c’era una chiara motivazione propagandistica: quello che succedeva nei ghetti e nei campi di concentramento era facilmente manovrabile dalla propaganda, che filtrava le informazioni da far avere al grande pubblico; la stessa cosa non poteva essere attuata con un massacro di donne innocenti, tra cui molte ariane, che protestavano per i loro mariti nel centro di Berlino, dunque sotto gli occhi di tutti, e avrebbe distrutto l’ideale dell’unione del popolo (la Volksgemeinschaft).

Goebbels durante un comizio – Immagine del Bundesarchiv via Wikipedia condivisa con licenza CC BY 3.0

Il 1° marzo 1943 era festa nazionale in onore della Luftwaffe, l’aviazione tedesca, la quale per quel giorno non volò per poter godere degli onori a terra. Di questo avvenimento ne approfittò la RAF, la forza aerea britannica, che bombardò Berlino. Paradossalmente fu quello l’unico momento in cui la protesta si fermò. Le donne corsero al rifugio antiaereo più vicino, dove riuscirono a ripararsi, e quei momenti servirono solo a far crescere emozioni contrastanti. La maggior parte di loro si sentiva protetta all’interno del rifugio, ma era preoccupata per i propri mariti all’interno del palazzo al numero 2 della Rosenstraße, mentre altre speravano che i caccia britannici colpissero i nazisti. Qualche anno dopo, Charlotte Israel, una delle donne ebree che partecipò alla protesta, disse queste parole:

“Ho sempre avuto tanta paura dei raid aerei. Ma quella notte pensai che se lo meritavano! Ero così furiosa! Ero con altre donne inginocchiate a pregare. Avrei potuto ridere con disprezzo! Ma poi pensai a mio marito, imprigionato nella Rosenstraße. Sapevo che non sarebbero stati in grado di lasciare il palazzo.”

Il 6 marzo 1943, Goebbels chiese la scarcerazione dei 1.800 uomini prigionieri al numero 2 della Rosenstraße. Leopold Gutterer, segretario di Goebbels al ministero della propaganda, sostenne l’azione di Goebbels, dichiarando che lo fece per il bene del Reich, evitando che Berlino diventasse un focolaio di proteste che avrebbero potuto rovesciare il regime.

Nonostante i tentativi di Goebbels di arginare la protesta e minimizzarla, la notizia delle donne nella Rosenstraße fece il giro di tutta la Germania, arrivando ai paesi confinanti prima e alle forze americane e britanniche poi, che diffusero la notizia ovunque. Quando tutti i giornali di lingua inglese parlavano della protesta della Rosenstraße fu Goebbels in prima persona a smentirli, sostenendo che le donne protestavano per il bombardamento aereo della RAF, e che la Volksgemeinschaft era più solida che mai.

Goebbels non tentò più di deportare gli ebrei prigionieri al numero 2 della Rosenstraße, non per magnanimità quanto per evitare altre proteste, e anzi chiese agli ebrei di non indossare più la stella di David sui vestiti.

Quelle donne, dunque, senza saperlo, salvarono la vita non solo ai propri familiari ma a chissà quante altre persone

Qualche tempo dopo, Rolf Günther, segretario di Adolf Eichmann all’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich e capo della polizia della Parigi occupata, si trovò costretto ad annullare le deportazioni degli ebrei sposati con donne di puro sangue francese. Il 21 maggio 1943, Ernst Kaltenbrunner, altro esponente dell’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich, mandò un comunicato a tutti i campi di concentramento e di lavoro, ordinando la liberazione immediata di tutti gli ebrei sposati con donne ariane, con l’eccezione di chi avesse anche delle condanne penali. Scamparono alla deportazione anche i lavoratori essenziali, quelli impiegati nell’industria bellica. Quasi tutti gli uomini imprigionati al numero 2 della Rosenstraße sopravvissero all’Olocausto.

Negli anni successivi, gli storici cercarono di dare la giusta interpretazione alla protesta della Rosenstraße, sostenendo che, se proteste simili avessero avuto luogo prima, probabilmente la portata del genocidio sarebbe stata ridimensionata.

Targa commemorativa sul Block der Frauen – Immagine di OTFW via Wikipedia condivisa con licenza CC BY 3.0

Non tutti però sono d’accordo con i risultati della protesta. Alcuni interpretano i comportamenti dei gerarchi nazisti come già studiati a tavolino, con la protesta popolare che non avrebbe minimamente influito sulle decisioni di Goebbels. Oggi è difficile dire con certezza se sia più o meno probabile l’una o l’altra versione, fatto sta che senza protesta oggi sicuramente non avremmo neanche questo dubbio.

Verso la fine della guerra, il palazzo al numero 2 della Rosenstraße venne distrutto da un bombardamento. Quando Berlino fu ricostruita si decise di non riedificare l’edificio, preferendo invece creare un giardino, a memoria della resistenza di queste donne. Al posto del palazzo ora c’è una colonna di colore rosa alta tra i 2 e i 3 metri, e raccoglie informazioni sulla protesta. A metà degli anni ’80, l’artista Ingeborg Hunziger, originaria della Germania Est, creò il complesso scultoreo chiamato Block der Frauen, il blocco delle donne, posizionato poco lontano dal memoriale. Nel 2003, la regista Margaretha von Trotta portò sul grande schermo il film Rosenstraße, facendo conoscere al mondo il coraggio delle donne che sfidarono il Reich.

Block Der Frauen – Immagine di Niki Sublime via Wikipedia condivisa con licenza CC 2.0

Lo stesso coraggio che ebbero negli anni ’30 le donne sovietiche riunite nella Piazza Rossa durante le grandi purghe staliniane, negli anni ’70 le madri e le nonne di Plaza de Mayo a Buenos Aires, che protestavano per avere notizie dei figli, chiamati desaparecidos, o il coraggio delle donne iraniane durante le proteste tra il 2017 e il 2018. Proteste che tirano fuori il coraggio delle donne, troppo spesso definite impropriamente “sesso debole”.

La colonna Litfaßsäule al memoriale della Rosenstraße – Immagine di Manfred Brückels via Wikipedia condivisa con licenza CC BY 3.0

Sotto, il trailer del film del 2003:

Roberta Zuccarello

Laureata doppiamente in Lingue e Letterature straniere, in realtà ho studiato lingue più che altro per no dover dipendere dagli altri quando viaggio. Anche se ogni tanto dei topi e dei paperi mi vogliono a lavorare con loro, sto cercando ancora (di capire soprattutto) qual è il lavoro dei miei sogni. Affronto la vita con la saggezza siciliana, l'organizzazione mentale tedesca, la spericolatezza di una rockstar e l'eleganza di una ballerina classica. O almeno, ci provo.