La “Porta Alchemica”: un Enigma nel cuore di Roma irrisolto da oltre Tre Secoli

Roma, la Città Eterna, dove da secoli la storia si intreccia col mistero, dove ogni angolo può raccontare le vite leggendarie dei molti personaggi che hanno calpestato le sue pietre: santi e farabutti, scienziati e ciarlatani, nobili e cafoni. Molti di loro hanno lasciato una traccia di sé, che spesso rimane avvolta in un alone di mistero e magia.

I giardini di Piazza Vittorio Emanuele II, nel centro di Roma, conservano uno dei tanti enigmi della storia della città: la Porta Alchemica, o Porta Magica, conosciuta da molti (ma non troppi) romani ma poco nota ai turisti e anche a quasi tutti gli italiani. La porta, l’unica rimasta tra cinque simili, faceva parte di Villa Palombara, che sorgeva poco distante dall’odierna Piazza Vittorio.

Il Marchese Massimiliano Palombara (1614-1685) nella sua villa aveva un laboratorio di alchimia, passione condivisa con Cristina di Svezia, la regina che visse, e morì, in esilio a Roma. La sovrana, discepola di Cartesio, era considerata la donna più colta del suo secolo, e riuniva intorno a sé molti scrittori, poeti e artisti, oltre a un gruppo di persone conosciute come “gli alchimisti di Palazzo Riario”, la magione dove visse Cristina.

Qui Palombara incontrò diversi personaggi, come l’alchimista bolognese Pietro Antonio Bandiera e il gesuita Atanasio Kircher, studioso dell’antica alchimia egiziana, e soprattutto il mistico milanese Giuseppe Francesco Borri, che dopo aver trascorso alcuni anni in prigione per eresia, dal 1677 fu ospitato proprio a Villa Palombara, fino alla morte del marchese.

Nel legame tra Palombara, Borri, e la regina Cristina si nasconde il mistero della Porta Magica, forse voluta per celebrare un riuscito esperimento di alchimia.

La leggenda, che venne fatta conoscere nel 1802 da Francesco Girolamo Cancellieri, narra di un pellegrino trovato a curiosare nel giardino di  Villa Palombara. L’uomo, portato al cospetto del marchese, chiese il permesso di cercare una particolare erba in grado, a suo dire, di trasformare il metallo in oro. Palombara, che come ogni alchimista credeva in quella possibilità, decise di ospitarlo per la notte, concedendogli anche l’uso del suo laboratorio. L’entusiasta marchese acconsentì a lasciare lo sconosciuto in solitudine, a patto che il giorno seguente l’uomo gli avesse rivelato i suoi segreti. Di primo mattino Palombara cercò il misterioso alchimista ma di lui non c’era più traccia: aveva lasciato solo un crogiolo, qualche scaglia d’oro, prova dell’avvenuta trasmutazione, e un manoscritto pieno di indecifrabili simboli magici, forse la formula della pietra filosofale.

Il marchese fece incidere quegli enigmatici simboli sulle cinque porte della sua villa, e anche su alcuni muri, sperando che prima o poi qualcuno riuscisse a decifrarli. Sembra che le scritte siano collegabili al manoscritto Voynich, uno dei testi più misteriosi della storia. Il prezioso codice illustrato risalente al XV secolo, insieme ad altri trattati di alchimia, era passato dalle mani di Rodolfo III di Boemia a quelle della regina Cristina, e poi, attraverso il suo libraio, a quell’Atanasio Kircher che faceva parte del circolo degli alchimisti di Palazzo Riario e che era stato insegnante del Borri, ma non per molto. Il giovane Francesco mal si adattava alla rigida disciplina del seminario gesuita, tanto da istigare una ribellione collettiva che fu sedata solo grazie alle forze dell’ordine. Inutile dire che Borri venne espulso dal collegio.

Nel corso della sua vita passò dal predicare una rinascita spirituale della Chiesa, che gli costò la condanna per eresia, ad esercitare, in giro per l’Europa, la professione di medico, esaltato dai molti (anche sovrani e nobili) che riuscì a guarire con un’arte talvolta simile alla magia, e denigrato dai “veri” dottori, che lo definivano un ciarlatano “buono solo a mungere le borse dei ricchi,”

La versione storicamente più credibile sui simboli della Porta Alchemica indica Borri e Palombara, insieme, come gli autori delle misteriose incisioni, realizzate tra il 1678 e il 1680. In ogni caso, chiunque sia stato a fare quelle incisioni, sicuramente aveva avuto modo di consultare testi di alchimia e filosofia esoterica dove quei simboli compaiono: nel frontone i triangoli sovrapposti, il sigillo di Davide, l’oculus (simbolo del sole e dell’oro) sono tutti riconducibili a immagini presenti nell’Aureum Seculum Redivivum, scritto da un adepto dei misteriosi Rosacroce.

Lungo gli stipiti c’è una teoria di simboli che rappresentano i pianeti, con i metalli ai quali venivano associati (ad es. Venere /rame, Marte/ferro etc), ma anche motti ermetici relativi agli stessi pianeti, che letti secondo una precisa direzione paiono indicare la porta alchemica come il simbolo del passaggio dalla tradizione cristiana più comune (ovvero accessibile a tutti) a quella più misteriosa e segreta che stava prendendo piede nel ‘600, e spesso identificata con l’ordine dei Rosacroce

Alla fine del 1800, la Porta Magica fu smontata e poi collocata nella posizione attuale, su un vecchio muro di una chiesa, in Piazza Vittorio Emanuele II. A fianco di essa ci sono due statue della divinità egizia Bes, un dio che proteggeva gli uomini dalle forze del male. Forse l’accostamento non è casuale, per chi crede all’alchimia!

Ma la storia non finisce qui… Nel 1691 Borri fu nuovamente imprigionato a Castel Sant’Angelo, dove morì quattro anni dopo. Eppure, secondo molti, esiste una strana somiglianza tra Borri ed un altro famosissimo alchimista, il Conte di San Germano, nato pochi anni dopo la morte di Borri, figlio forse di un principe della Transilvania, e sicuramente affiliato, guardacaso, ai Rosacroce. Nelle sue infinite peregrinazioni attraverso l’Europa e forse anche l’India e il Tibet, il Conte incontrò Cagliostro, Voltaire, Mozart e Casanova, che nelle sue memorie lo ricordava così:

“Quest’uomo straordinario, re degli impostori e dei ciarlatani, affermava con la massima serietà di avere trecento anni, di conoscere il segreto della medicina universale, di essere signore dei quattro elementi e di essere in grado di fondere i diamanti”.

Non stupisce quindi che racconti leggendari attribuiscano al Conte l’invenzione dell’elisir di lunga vita, così come la capacità di scomparire e riapparire a suo piacimento in luoghi diversi. Chissà quale angoli di Roma avrà frequentato, e magari continua a frequentare!


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