Sospeso per il piede ad una trave, oppure al ramo di un albero, il ginocchio che cade ripiegato perpendicolarmente all’altra gamba, a guisa di croce, l’impiccato, l’appeso, o il traditore, è il dodicesimo degli arcani maggiori dei tarocchi. Raffigura un giovane dalle mani legate dietro la schiena, colto nel terribile momento della tortura o della gogna pubblica, il cui volto appare tuttavia inspiegabilmente sereno, segno forse di una rassegnata accettazione del proprio destino. Questo tarocco dalla simbologia ambigua e controversa ha un’origine tanto antica quanto sorprendente, che risale a quella che, in ambito artistico, è nota come “pittura d’infamia”.

La pittura d’infamia o infamante, fu una forma di arte sorta in Italia, in area centrosettentrionale, in epoca comunale e rinascimentale, dalla curiosa funzione di pittura “punitiva” per i fuorilegge.

Destinata ad additare al dileggio pubblico i criminali che erano sfuggiti alla giustizia, la pittura d’infamia, commissionata dalle autorità locali, consisteva nel far affrescare i condannati in contumacia nei luoghi più visibili e significativi della città, mentre venivano sottoposti alle punizioni che sarebbero state loro inflitte in condizioni normali. Una didascalia accompagnava le immagini, spesso esprimendo disprezzo per fuggiaschi.

Emblematico fu il caso del capitano di ventura Muzio Attendolo, detto Sforza che, ritenuto colpevole di tradimento, fu fatto dipingere dal papa all’inizio del Quattrocento sulle porte della cinta muraria e sui ponti di Roma.

Pittura infamante tedesca risalente al 1490:

Fu tuttavia Firenze il luogo in cui la pittura d’infamia raggiunse sicuramente i suoi livelli più alti, complici le turbolente vicende storiche della città e l’assegnazione della loro esecuzione ad artisti di chiara fama. Se lo scopo delle raffigurazioni era, infatti, quello di rappresentare delle vere e proprie foto segnaletiche ante litteram, affinché chi si fosse macchiato di crimini potesse esser riconosciuto ed assicurato alla giustizia, allora le pitture dovevano risultare il più verosimili e fedeli possibili alle sembianze del modello originario, ovvero il condannato, e la scelta per la loro esecuzione non poteva che ricadere su artisti di comprovata perizia.

A Sandro Botticelli, ad esempio, vennero commissionate le pitture infamanti destinate a ritrarre i partecipanti alla congiura dei Pazzi, che si erano fortunosamente sottratti alla sommaria giustizia popolare.

La congiura dei Pazzi del 1478, culminata con l’assassinio di Giuliano de’ Medici ed il ferimento di Lorenzo il Magnifico, ebbe una lunga scia di sanguinose conseguenze per i congiurati e i loro alleati. Testimone di eccezione dell’impiccagione di uno dei responsabili del tradimento ai danni della dinastia medicea fu Leonardo da Vinci, che assistette all’impiccagione di Bernardo Bandini Baroncelli – autore della prima stilettata mortale inferta a Giuliano – che si era rifugiato a Costantinopoli, da dove fu estradato a Firenze, per essere poi giustiziato con ancora i medesimi abiti di foggia turca che indossava al momento della cattura. Impressionante per il suo realismo è il disegno che ci ha lasciato Leonardo, in cui il cadavere del condannato è colto mentre penzola nel vuoto, nel suo elaborato ed esotico costume.

Sotto, il bozzetto di Leonardo da Vinci dell’impiccagione di Bernardo Bandini Baroncelli:

Nei secoli scorsi le esecuzioni pubbliche erano eventi allestiti in luoghi ben visibili e vicini ai centri del potere, al fine di divenire un preciso monito per la popolazione, che si riuniva ad assistere alla fine dei malcapitati in grandi masse, combattute tra l’orrore e la fascinazione del macabro. Si verificava così una vera e propria spettacolarizzazione della morte, che poteva di frequente trasformarsi persino in un momento di oltraggio dei giustiziati, oppure risolversi in grevi istanti di silenzio irreale, rotto solo dalle ultime parole dei condannati e dalle formule di conforto pronunciate dai religiosi presenti, con le vittime, al patibolo.

Teatro prediletto, con le sue mura, delle pitture infamanti fiorentine fu la sede del capo della polizia locale, il Bargello, già dimora del Capitano del Popolo e successivamente del Podestà.

Fu sulla facciata del Bargello che Andrea del Castagno dipinse, dopo la battaglia di Anghiari del 1440, le sembianze dei fuggiaschi Albizi, Strozzi e Peruzzi impiccati, e lo fece così bene che ne derivò l’odiato nomignolo di “Andreino degli Impiccati”. Ad Andrea del Sarto, nel 1529, furono invece commissionati i ritratti d’infamia a seguito dell’Assedio di Firenze, che vide tre capitani tradire la Repubblica passando al nemico.

Narra il Vasari che il pittore, pur accettando l’incarico, memore dell’esperienza del suo collega, mise in giro la falsa voce che gli affreschi sarebbero stati eseguiti materialmente non da lui, bensì da un collaboratore della sua bottega.

Pochi sono gli esempi di pittura infamante giunti sino a noi, perché gli affreschi venivano spesso rimossi, a distanza di tempo, per la cattura o per il perdono concesso ai caduti un tempo in disgrazia.

Bozzetti di Andrea del Sarto per pitture di condannati in contumacia da esporre a Firenze:

Alla fine del XVI secolo la pittura infamante, con il suo fantasioso corredo di corpi impiccati e capovolti, colti spesso in pose oscene o grottesche, scomparve. Era stata l’espressione di una cultura che rispondeva ad un codice medievale, in cui il pubblico disonore rappresentava la più grave forma di punizione, accanto a quella dell’essere bandito dalla propria città e a quella di vedere i propri beni confiscati. Un libro in inglese riguardo l’argomento è stato scritto dallo studioso Samuel Edgerton, “Pictures and Punishment”, ed è oggi disponibile in Italia su Amazon, mentre in italiano da Gherardo Ortalli “La Pittura infamante – Secoli XIII-XVI”.

Giovanna Potenza
Giovanna Potenza

Giovanna Potenza è una dottoressa di ricerca specializzata in Bioetica. Ha due lauree con lode, è autrice della monografia “Bioetica di inizio vita in Gran Bretagna” (Edizioni Accademiche Italiane, 2018) e ha vinto numerosi premi di narrativa. È uno spirito curioso del mondo che ama viaggiare e scrivere e che legge avidamente libri che riguardino il Rinascimento, l’Età Vittoriana, l’Arte e l’Antiquariato. Ha una casa ricca di oggetti antichi e di collezioni insolite, tra cui quella di fums up e di bambole d’epoca “Armand Marseille”.