L’Albania è un paese con un tragico passato, i cui resti sono ancora visibili lungo tutta la nazione. In ogni angolo del paese è possibile vedere numerosi bunker, si trovano ovunque: nelle città, sulle colline e persino sulle spiagge. Tra il 1960 e il 1980 furono costruiti circa 17.000 bunker, commissionati dal dittatore Enver Hoxha all fine di proteggere il paese da un’invasione o da un attacco nucleare, con il mondo che era in piena guerra fredda. Per la costruzione dei bunker Hoxha prosciugò le casse dello stato, aggravando ulteriormente la fragile economia del paese. Per gli albanesi erano tempi bui, il paese era completamente isolato, venne costituita una polizia di frontiera per impedire a chiunque di entrare o uscire:

l’ordine era di sparare a vista a chi tentasse di fuggire

La vita dei cittadini era molto dura. Le libertà di espressione, di stampa e di religione erano totalmente negate. Il regime incoraggiava la popolazione a denunciare al Sigurimi, la polizia segreta, familiari o vicini ritenuti sospetti. Il controllo era così serrato che si stima che all’epoca un albanese su tre sia stato interrogato o sia finito nei campi di lavoro. Almeno 3.000 persone vennero internate in campi di concentramento, secondo i racconti dei sopravvissuti la crudeltà delle condizioni in cui vivevano erano paragonabili a quelle dei campi nazisti.

I prigionieri erano costretti a lavori inumani, privati di un’adeguata quantità di cibo, costretti a dormire per terra e in condizioni igieniche precarie, nei campi erano rinchiusi anche numerosi bambini. Queste le parole di uno degli internati: “la vita era insopportabile nel campo d’internamento di Tepelena. C’era mancanza di cibo, eravamo abituati a mangiare erba e animali morti. A causa delle epidemie circa sette persone morivano al giorno, per la maggior parte bambini. Una madre di Elbasan ha perso cinque dei suoi sei figli“.

Questo “disumano” passato è ormai alle spalle. l’Albania sta vivendo un notevole progresso economico, è l’economia che sta crescendo di più nei Balcani, persino molti pensionati italiani si recano sull’ “altra” costa adriatica per vivere meglio. Nonostante la corruzione dilagante, molti emigrati all’estero stanno ritornando in patria, lo sbarco della Vlora dei 20000 albanesi a Bari avvenuto nel 1991 adesso è un lontano ricordo.

Il passato però non è qualcosa da nascondere, ciò che più sorprende è la volontà degli albanesi di non dimenticare. La capitale albanese oggi è un mausoleo vivente contro il totalitarismo, l’esempio più fulgido è la Piramide di Tirana. Quando venne costruita, nel 1988, fu l’edificio più costoso di tutta l’Albania, venne ideata come museo per onorare la figura di Enver Hoxha.

Con la caduta del regime comunista la sua funzione venne cambiata numerose volte, e quando ne venne proposta la demolizione gli stessi cittadini si opposero:

non si poteva dimenticare

Adesso la piramide è un luogo abbandonato nel centro di Tirana, un punto d’incontro per i giovani, con i ragazzini che si divertono ad arrampicarvisi in cima. Molti bunker sono ancora lì, alcuni sono stati convertiti in bar, opere d’arte e musei.

Il bunker’art 2 è forse l’esempio più bello di questa conversione, nelle sale dell’edificio viene mostrata al visitatore tutta la sofferenza che la lucida follia del regime di Enver Hoxha causò agli albanesi. In una sala del bunker è ospitata un’opera d’arte che causa un nodo alla gola.

È una figura umana che ha nelle mani un piccone e un fucile, i piedi sono avvolti dalle catene e la testa è un televisore sormontato da telefoni, fotocamere e videocamere: i mezzi con cui il regime spiava i cittadini. Rinchiusi all’interno di una gabbia si trovano il cuore e il cervello, entrambi avvolti dal filo spinato.

Soprattutto in questo periodo dovremmo prendere esempio: ricordare il passato è uno degli atti più “rivoluzionari” che possiamo fare per guardare al presente con ragionata consapevolezza.

Tutte le fotografie sono di Terence Biffi

Terence Biffi
Terence Biffi

Sono cresciuto con i libri di Terzani e Kapuscinski quindi era inevitabile che viaggiassi e ne scrivessi. Non amo i luoghi troppo turistici e mi piace capire un paese osservando la gente e ascoltando le loro storie. Sono profondamente sensibile alle tragedie umane senza voce, scriverne è l'unico modo per urlare alle coscienze.