Anno del Signore 1405. Nella città piemontese di Savigliano un contadino sta arando un campo nei pressi di una vecchia chiesa. All’improvviso sente un grande clangore: il vomere, fendendo la terra, ha incontrato un ostacolo. Il bue si è fermato e, malgrado le nerbate, non accenna a proseguire, come se una forza invisibile lo stesse trattenendo. Incuriosito, l’uomo si mette a scavare: dalla terra emerge una lastra di pietra, sul dorso della quale si trova una croce, ricoperta e circondata da scritte incomprensibili. Sollevandola, dal luogo in cui giaceva la strana pietra affiora una sorgente d’acqua.

Il contadino carica la lastra sul carro e decide di portarla a casa, ma per due volte la pietra ritorna inspiegabilmente nel luogo in cui era stata trovata

Nel frattempo, la notizia si sparge e la curiosità intorno al ritrovamento cresce: tutti vogliono vedere e toccare la pietra, alcuni bevono dalla sua sorgente e dicono che ha proprietà miracolose.

Tutte le fotografie sono di @Anna di Stefano condivisa con il permesso dell’autrice:

Anche il proprietario del terreno, il nobile e arrogante Oggeri, si interessa al reperto rinvenuto nei suoi possedimenti: ordina al contadino di caricarla ancora una volta sul suo carro e di portarla in città. Il contadino esegue il compito assegnatogli, ma, quando il carro giunge nei pressi del torrente Mellea, la pietra si mette a sobbalzare da sola, come se volesse tornare nuovamente dov’era prima. Il nobile signore, stizzito dal comportamento della pietra, mette mano alla spada e vibra un gran colpo sulla croce, la quale si mette a sanguinare e ad arrossare le acque del rio, che diventano anch’esse, temporaneamente, miracolose.

Fotografia di Anna di Stefano:

Le conseguenze del gesto empio, tuttavia, non si fecero attendere: al nobile Oggeri si girò la testa al contrario e così rimase per il resto della sua vita, e anche la sua discendenza erediterà gravi malformazioni fisiche. In altre versioni della leggenda, anziché il nobile con la spada, è il contadino con la frusta a vibrare il terribile fendente contro la pietra: anche in questo caso, comunque con le medesime terribili conseguenze:

Volto rivolto indietro e prole deforme

Dopo questi eventi drammatici la pietra venne murata nella cappella campestre di Santa Croce e successivamente trasferita con solenne processione nella chiesa parrocchiale della Pieve, dove un ciclo di dipinti raccontava la sua storia. I dipinti sono andati perduti, ma rimangono delle riproduzioni fatte da un pittore di nome Giovanni Angelo Dolce nel 1586.

Fotografia di Anna di Stefano:

La pietra riposò nella cappella per cinque secoli, fino agli inizi del Novecento, e divenne oggetto di venerazione perché “Il popolo per devozione baciava la pietra e cercava staccarne polvere e schegge guastando la scrittura e alterandola con punte di ferro”: la polvere così ottenuta veniva disciolta nell’acqua e somministrata ai malati, nella speranza che potesse guarirli dalla febbre o da altre malattie.

Fotografia di Anna di Stefano:

Alla radice di questa popolarità vi era senz’altro l’impossibilità di decifrarne le scritte, e sembra che fino al 1600 nessuno ci abbia nemmeno provato. Un senatore saviglianese di nome Carlo Barattà aveva dichiarato, verso la metà del Cinquecento, che “le lettere non erano né latine, né greche, né ebraiche, né avevano forma di alcun carattere conosciuto”. Si evitava così di studiare la pietra, chiamandola semplicemente “Croce miracolosa”.

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Per un approccio più scientifico alla materia bisogna attendere la seconda metà dell’Ottocento, in cui due studiosi della storia di Savigliano, Carlo Novelli e Casimiro Turletti, ne tentano due interpretazioni parzialmente divergenti.

Per avere una soluzione definitiva dell’enigma, tuttavia, occorrerà attendere fino al 1949, quando Monsignor Alfonso Maria Riberi pubblica un brillante saggio in cui svela il mistero dell’epigrafe una volta per tutte.

Non si tratta di una lingua sconosciuta né di un alfabeto misterioso, ma – più semplicemente – di “un latino un po’ barbaro e scorretto”. Il lapicida che ha inciso l’epigrafe non solo – come afferma il Riberi con un po’ di ironia – “non era un gran letterato”, ma doveva anche avere aver poca dimestichezza con le lettere dell’alfabeto e le corrette spaziature tra le parole. Gli errori grammaticali, uniti alle abbreviazioni epigrafiche (VV, ad esempio, sta per “Venerabilis Vir”, Uomo Venerabile, mentre la sigla “PRB” indica “presbiter”, prete), hanno contribuito a costruire l’aura misteriosa che aleggiava intorno al mistico sasso, rendendolo indecifrabile per lungo tempo.

Fotografia di Anna di Stefano:

Il testo in latino, senza errori e abbreviazioni, suona così:

“In nomine Domini. Hic requiescit venerabilis vir Gudiris presbyter in somno pacis. Et qui posuerit alium in meum hunc sepulcrum, esto a beata requie reiectus: sit ei anathema. Ego Gennarius feci, qui in eo tempore fui magister marmorarius”.

Riberi traduce il testo come segue:

“Nel nome del Signore. Qui riposa il venerabile uomo Gudiris prete nel sonno di pace. E chi avrà posto un altro in questo mio sepolcro venga escluso dalla beata requie: sia a lui l’anatema. Io Gennario ho fatto, che in quei tempi fui maestro marmorario”.

Insomma:

La tanto venerata “Croce Miracolosa” non era altro che una lastra tombale!

Dal testo si evince sia il nome del sepolto, un prete di nome Gudiris, che quello dello scultore sgrammaticato, Gennarius. La minaccia di anatema contro i profanatori di tombe era una formula ricorrente nell’antichità: troviamo traccia di queste “maledizioni” non solo nelle piramidi egizie, ma anche nelle più recenti tumulazioni di età romana.

Proprio come accade con i giochi di prestigio, una volta svelato il “trucco”, il mistero perde il suo incanto: cessano le preghiere e la devozione popolare. Quali miracoli potrà mai operare una lastra sepolcrale? I cimiteri ne sono pieni… La lastra viene così rimossa dalla chiesa e donata al Museo Civico di Savigliano, dov’è tutt’ora visibile al pubblico.

Nondimeno, anche se privata del suo alone di mistero, la Pietra di Gudiris rimane un reperto archeologico di grande importanza. Databile intorno alla fine del VII secolo dopo Cristo, è probabilmente uno dei più importanti reperti di origine longobarda in Piemonte.

L’analisi della Pietra

Ora che abbiamo raccontato la storia incredibile di questa strana pietra, avviciniamoci per guardarla un po’ più da vicino: si tratta di una spessa lastra di pietra calcarea, di colore grigio-azzurrognolo. All’intersezione dei due bracci della croce c’è, in effetti, un profondo solco che scende da destra verso sinistra: forse, il famoso colpo di spada del nobile Oggeri di cui ci parla la leggenda, ma più probabilmente il segno dell’aratro che la fece affiorare dal terreno. In alcuni punti, poi, la croce sembra effettivamente più consunta: si tratta, probabilmente, dei segni della devozione popolare e dei tentativi di asportare schegge e polvere.

La forma stessa della croce è particolare: la forma slanciata e i bracci che si rastremano verso il centro fanno venire in mente la croce bizantino-ravennate che si può vedere nel sontuoso mosaico absidale di Sant’Apollinare in Classe.

Ma è la base della croce a destare ancora maggiore interesse e curiosità. Nella sua parte inferiore, infatti, si vede un cenno di decorazione floreale a tralci, che fa venire in mente le croci dei cimiteri irlandesi. Oltre a questo, dalla base si dipartono quattro rami che si arricciano a spirale.

Fotografia di Anna di Stefano:

Se anche voi, come chi scrive, avete trascorso l’adolescenza a leggere i libri di H.P. Lovecraft, potrete facilmente immaginare una rappresentazione dei viscidi tentacoli di Cthulhu e nella vostra mente affiorerà l’immagine di un’antica stirpe di esseri marini ibridi, dai tratti di batrace simili a una maschera, affiorati dalle più profonde viscere del mare per dare vita a culti innominabili, in cui il cristianesimo si fonde con la perversa adorazione di oscure divinità degli abissi… Ma niente di tutto questo – purtroppo – corrisponde alla realtà storica e Savigliano non è la Innsmouth del celebre racconto del Visionario di Providence.

Le quattro protuberanze arricciate rappresentano, con ogni probabilità, delle radici stilizzate e conferiscono così alla croce il significato di “Albero della Vita”, un archetipo ricco di valenze simboliche. Già per i celti, infatti, l’albero aveva un grande valore simbolico ed era spesso oggetto di culto. L’albero, con la sua ciclicità di morte e rinascita stagionale, porta un messaggio di vita e immortalità ed è dunque naturale che, con il sopraggiungere del cristianesimo, venisse associato al simbolismo della croce, dando vita a un sincretismo religioso.

Anche la Croce su cui è morto Cristo rappresenta per il cristiano non uno strumento di tortura, ma un simbolo di rinascita e redenzione. Così come l’Albero della Croce (portatore della famosa mela e del serpente corruttore) rappresenta il momento della caduta nel peccato originale, allo stesso modo la croce su cui Cristo si sacrifica per l’umanità è un simbolo di resurrezione. Si legga, a titolo di esempio, questo passo della Liturgia dell’Esaltazione della Santa Croce:

Nell’albero della Croce tu (o Dio) hai stabilito la salvezza dell’uomo, perché donde sorgeva la morte di là risorgesse la vita

Come spiega bene Hans Biedermann in un importante lavoro sui simboli: “La “croce ad albero” della scultura medievale… è in rapporto con il simbolismo della Resurrezione, suggerito dal fatto che l’albero perde le sue foglie e riposa in inverno prima di ricominciare a germogliare”. Questo simbolismo è particolarmente diffuso in Liguria, dove si possono ammirare croci dalle cui estremità germogliano complessi intrichi vegetali. Anche in Piemonte, tuttavia, ne troviamo un pregevole – e poco conosciuto – esempio nell’affresco della frazione Soubras di Oulx, in Val di Susa.

Il legame con l’albero accomuna Gesù a Odino, la più importante divinità norrena

Anch’egli, infatti, si appese all’immenso albero cosmico di Yggdrasil per nove giorni e nove notti, sacrificando “se stesso a se stesso” per ottenere in cambio la conoscenza, il dono delle rune.

Tanto la Croce che l’Albero sono rappresentazioni dell’Axis Mundi, il fulcro che unisce cielo e terra, l’asse che unisce i tre mondi e la via che mette in comunicazione tra loro i vivi, i morti e le divinità.

È quindi comprensibile che, sulla pietra tombale di Gudiris, la croce sia stata rappresentata come albero, a titolo di auspicio per una futura resurrezione:

Come l’albero si spoglia delle foglie durante l’inverno per rinascere a primavera, così l’uomo è chiamato a spogliarsi del corpo per risorgere nel regno dei cieli

È significativo, poi, che le quattro radici dell’albero croce siano raffigurate come altrettante spirali. La spirale, infatti, è uno dei simboli più antichi e diffusi. Fin dalla preistoria la troviamo associata, sotto forma di graffiti, alle grandi pietre che fungevano da sepolcri, forse, perché, intuitivamente, ricorda un gorgo, uno sprofondare nelle acque della morte.

Nella lastra di Gudiris, però, la spirale è duplice: da una parte si avvolge su se stessa, dall’altra si svolge, veicolando così non solo l’idea della morte, ma anche quella, antitetica ma allo stesso tempo misteriosamente affine, della rinascita. La doppia spirale compariva sulle statuette neolitiche dedicate alla Dea Madre proprio per trasmettere questo concetto di divenire, di ciclo vitale. In epoca romanica, la doppia spirale compare talvolta sulle vesti del Cristo, anch’egli “morto e risorto”.

Il fatto che le spirali sulla pietra di Gudiris siano quattro non fa che rafforzare il messaggio, perché quattro sono le stagioni, simbolo per eccellenza della “ruota dell’anno” e dell’eterna degenerazione-rigenerazione che caratterizza la natura.

Non ci è dato sapere se il lapicida Gennarius fosse consapevole di tutti questi aspetti nel momento in cui si mise a scolpire il sepolcro di Gudiris, ma sicuramente la cultura del tempo – l’inconscio collettivo, se vogliamo dirla in termini junghiani – era imbevuto di questi archetipi.

Insomma la croce di Gudiris, pur non essendo di per sé “miracolosa”, è comunque un punto di confluenza di suggestioni pagane e cristiane, un intreccio di simbologie affascinante malgrado il “malinteso” che ne ha determinato la venerazione per cinque secoli.

Lo stesso culto litico – l’adorazione di pietre e massi – ha profonde radici pagane, di cui si trovano tutt’ora tracce in Piemonte. Massi erratici e pietre della fertilità sono stati inglobati all’interno di luoghi di culto cristiani, senza tuttavia perdere la loro più antica matrice. Una tradizione che risale alla notte dei tempi riteneva che queste rocce fossero cariche di un’energia che poteva venire trasmessa agli esseri umani: le pietre della fertilità sono in genere una sorta di scivoli o fessure, sulle quali le donne che non riuscivano ad avere figli sfregavano i lombi per ottenere una gravidanza.

È il caso, ad esempio, del “roch” (pietra, in dialetto Piemontese) nella cappella di Sant’Eusebio, nei pressi di Oropa, nel biellese; della roccia che reca le impronte delle ginocchia di San Valeriano nel Cumianese; dellla “Pera d’la pansa” (letteralmente “la roccia della pancia”) di Cavour, o ancora della Pietra Isana (probabilmente dal piemontese “ij san-a”, ovvero “li guarisce”), capace – si dice – di guarire il mal di schiena, nel vercellese. Gli esempi sono numerosi ed estremamente variegati, ma tutti rimandano a un sostrato antico e in gran parte coperto dalle nebbie dell’oblio.

Se la Pietra di Gudiris vi ha affascinato, potete andarla a vedere dal vivo presso il Museo Civico e Gipsoteca “Calandra – Galateri”, in Via San Francesco 17 a Savigliano (CN). Ne vale la pena. Oltre alla Pietra di cui abbiamo parlato, infatti, il museo custodisce diverse collezioni interessanti, tra cui una bellissima esposizione di modelli in gesso dello scultore Davide Calandra.

Riferimenti bibliografici

Clypeus – Miti leggende e folclore del Piemonte Insolito – Anno 13° – nuova serie n. 10 – luglio – settembre 1978, pp. 12-20.

Hans Biedermann, Simboli, Garzanti, 2004.

Roberto Gremmo, Le grandi pietre magiche. Residui di paganesimo nella religiosità popolare alpina.

Un ringraziamento doveroso al CISU (Centro Italiano di Studi Ufologici) per avermi messo a disposizione le copie, antiche e piuttosto rare, della rivista Clypeus e allo Staff, professionale e disponibile, del Museo Civico di Savigliano.

Gian Mario Mollar
Gian Mario Mollar

Classe 1982, laureato in filosofia con una tesi sul platonismo magico, Gian Mario Mollar è da sempre un lettore onnivoro e appassionato. Collabora con vari siti e riviste, i suoi interessi principali sono il West americano e il misterioso e l'insolito in generale. Nel 2019 ha pubblicato il suo primo libro, I misteri del Far West per le Edizioni il Punto d’Incontro. Lavora nell’ambito dei veicoli storici e, quando non legge, va a pesca o arranca su sentieri di montagna.