Il più trito cliché revisionista e complottista afferma (di solito senza appoggiarsi a nessun argomento) che studiare la Storia è fuorviante, perché essa “è scritta solo dai vincitori”. Non è certo chi abbia pronunciato per primo questa frase (forse rappresenta l’elaborazione di un pensiero di Aristotele: “le bugie dei vincitori diventano Storia”) ma, di sicuro, con la sua icasticità stile biglietto nel biscotto della fortuna o nel Bacio Perugina, si è diffusa rapidamente a macchia d’olio. Ovviamente, soprattutto tra quelli che la Storia non la frequentano nemmeno di striscio, ma pretendono ugualmente di dire la loro su qualunque argomento.

In realtà, ai tempi di Aristotele e per molto tempo dopo, intere civiltà potevano essere distrutte senza lasciare quasi traccia; ma, da almeno due o tre secoli, questo è del tutto impossibile, vuoi per il progredire dell’alfabetizzazione, vuoi per la graduale globalizzazione culturale, che ha preceduto quella economica. Anticamente, le civiltà potevano scomparire anche per effetto di un cataclisma o di una carestia, non necessariamente in conseguenza a una sconfitta militare: la lingua scritta era patrimonio di una ristretta élite di popolazione, al di fuori dei confini non la conosceva praticamente nessuno e, con la scomparsa dei pochi “intellettuali”, scompariva anche la possibilità di interpretare tutte le iscrizioni e i documenti: non a caso, si data la fine della Preistoria e l’inizio della Storia proprio con l’invenzione della scrittura, o almeno delle scritture che sono arrivate fino a noi.

Tutta la Storia recente, invece, è perfettamente documentata da ogni punto di vista: le fonti, basta andarsele a cercare.

Però è vero che, quando si esce dall’ambito specialistico e si va a insegnare la Storia come elemento della formazione di cittadini responsabili, non di rado, si ricorre a semplificazioni che, pur non falsificando i fatti, ne smussano gli aspetti più inquietanti. È come se, per facilitarne l’apprendimento, la Storia fosse proposta come una sequenza continua di avvenimenti che rispettano un certo ordine, soggetto a delle leggi. Mentre, in realtà, in molti eventi storici importanti, il peso delle circostanze casuali è stato preponderante. Un ex corrispondente di guerra, Erich Durschmied, ha scritto tutta una serie di libri divulgativi per raccontare quante volte, in un momento storico decisivo, il semplice Caso ha deciso al posto degli uomini, per quanto questi potessero essere potenti.

E poi, ma questo è un dettaglio molto spinoso da affrontare, esiste un vistoso imbarazzo nell’affrontare le questioni più dolorose, quelle che mostrano fino in fondo non tanto una generica malvagità dell’essere umano, ma la fondatezza degli esperimenti di Milgram e di Zimbardo, quelli capaci di dimostrare che chiunque di noi, sotto la pressione delle circostanze, può diventare assurdamente malvagio e insensibile. Forse si vuole evitare di offrire un quadro troppo fosco del genere umano?

Sotto, Stanley Milgram, psicologo statunitense:

Quindi, esistono storie che, sicuramente, a scuola o in altri contesti educativi, nessuno ci racconterà mai. Anche perché sono così mostruose che si fa fatica anche a raccontarle: quando si vanno a raccogliere le informazioni che servono per trattarle, si ha sempre poca voglia di andare avanti, di sapere com’è andata a finire, perché si comprende che sarà la peggiore fine possibile.

La storia che stiamo per raccontare adesso è una di queste.

Siamo in Polonia, nel 1946. La guerra è finita da poco tempo e ha lasciato degli strascichi dolorosissimi e ben lungi dall’esaurirsi. Il Paese ha subito due invasioni, una tedesca e poi una russa, entrambe con evidenti finalità coloniali, tant’è che entrambi gli invasori si sono accaniti duramente contro le persone istruite e le classi dirigenti, come a voler decapitare definitivamente la società.

Non si sa cosa si prospetti per l’avvenire, visto che i tedeschi sono stati sconfitti ma i russi la fanno ancora da padroni. La sola cosa certa è che la gente è incattivita come non mai. L’assuefazione alla violenza bellica, dopo 5 anni di sangue sparso, ha lasciato un desiderio di vendetta che ha qualcosa di bestiale. In questo periodo si concludono diversi processi a ex nazisti responsabili di ogni genere di atrocità a danno di civili e prigionieri. Le condanne capitali sono tante e il mezzo di esecuzione preferito è la forca. Dalla documentazione giunta fino a noi, composta da molte fotografie e da qualche filmato, si nota con raccapriccio che quasi sempre le esecuzioni vengono effettuate con la corda corta, ossia con il preciso intento di infliggere al condannato una morte lenta e dolorosissima.

Si dirà: sono dei mostri, non meritano altro. Sarà. Ma un tale feroce istinto di vendetta sarebbe giustificato se riguardasse privati cittadini, nell’immediatezza della scoperta dei crimini. Invece qui stiamo parlando di istituzioni pubbliche che agiscono in nome del Diritto, e che hanno avuto tutto il tempo di un dibattimento processuale per metabolizzare quanto è accaduto. Quando le istituzioni si abbassano anch’esse al livello dei peggiori criminali, diventa faticoso parlare di Giustizia. Due cose sbagliate non ne fanno una giusta.

Il più pesante tributo di sangue, nella Polonia invasa, lo hanno pagato gli ebrei. Prima della guerra erano circa 3 milioni, durante il conflitto è morto oltre il 90% di essi. A volte, a sterminarli, non sono stati neanche i nazisti. A Jedwabne, nella zona a est del Paese, il 10 luglio 1941, un numero non definitivamente noto di ebrei (si va da 350 a 1600) è stato trucidato da una folla assetata di sangue composta per lo più da civili polacchi (la vicenda è raccontata nel libro “I carnefici della porta accanto” di Jan T. Gross), come è emerso solo da studi recenti, dato che in precedenza la strage era stata attribuita ai nazisti. Non si è trattato dell’unico caso del genere, ma solo del più clamoroso.

E qui diventa obbligatorio aprire una parentesi sull’antisemitismo. Un altro diffusissimo cliché afferma che a diffonderlo furono i nazisti con la loro ossessiva propaganda. Senza voler assolvere i nazisti, questo non è vero. Se mai è vero che i nazisti sfruttarono fino in fondo l’antisemitismo già ben radicato nelle popolazioni del Nord Europa per affermarsi, sin dalle origini del loro movimento politico.

Da secoli, gli ebrei venivano accusati di ogni nefandezza, generalmente riprendendo accuse del passato, basate su dicerie e invenzioni, e adattandole al proprio tempo. Il filo che unisce tutte queste criminali falsità è svelato, tra gli altri, da Errico Buonanno, nel libro “Sarà vero”: la “summa” di questo lavaggio del cervello collettivo è rappresentato dai Protocolli dei Savi Anziani di Sion, un testo redatto dall’Ochrana, l’onnipotente polizia segreta della Russia zarista, per giustificare i pogrom (assalti e stragi a danno di comunità ebraiche) che avvenivano continuamente nella Russia del XIX secolo. I Protocolli, che illustrano un fantasioso piano degli ebrei per dominare il mondo, sono stati uno dei bestseller del XX secolo. Ancora oggi, benché sia stato smascherato da decenni, si trovano in giro parecchi esaltati (o delinquenti) che lo citano come Verità rivelata, soprattutto sui social network.

Sarà Vero, di Errico Buonanno:

Quindi, partiamo dal presupposto che molti polacchi (e non soltanto loro) erano già antisemiti prima che arrivassero i tedeschi e che non furono particolarmente addolorati dallo sterminio degli ebrei.

Alla fine della guerra, sono rimasti pochissimi ebrei nel Paese. In seguito, il loro numero è aumentato. Alcuni, miracolosamente sopravvissuti ai campi di sterminio, sono rientrati dalla Germania. Un numero molto superiore è invece arrivato dalla Russia, che non vedeva l’ora di disfarsene spedendoli altrove. In realtà, gli ebrei hanno fiutato subito l’aria che tira e compreso che la situazione è molto rischiosa. La maggior parte di essi vorrebbe emigrare in USA o in Palestina, ma progetti di questo tipo incontrano grandi ostacoli: anche negli USA il sentimento antisemita è fortissimo (prima della guerra, le autorità americane hanno negato i visti di ingresso a molti familiari di ebrei già residenti sul posto, che tentavano di ricongiungersi a essi, e respinto alla frontiera delle navi cariche di ebrei che chiedevano di sbarcare, come nel caso della “St.Louis” ricordata nel film “La nave dei dannati” del 1976) e anche gli inglesi scoraggiano in ogni modo l’ulteriore emigrazione di ebrei in Palestina, perché temono che esplodano conflitti con i palestinesi di origine araba (che, in effetti, poi, si avranno sul serio).

Sotto, Joachim Hirsch, uno dei passeggeri della St. Louis, ucciso ad Auschwitz:

Prima che finisse la guerra, quando i rapporti con l’URSS erano ancora quelli tra alleati, gli angloamericani hanno creato un “Bureau for Matters Concerning Aid to the Jewish Population of Poland”, proprio per assistere gli ebrei polacchi ed evitare che cerchino di emigrare (una forma, evidentemente, di “aiutateli a casa loro”). Già nel 1944, appena i nazisti hanno cominciato a ritirarsi, i rapporti di questo ufficio segnalano violenze e omicidi ai danni di ebrei da parte di civili polacchi. Finito il conflitto, molti ebrei superstiti hanno paura di tornare a casa o sono espressamente scoraggiati dal farlo.

Una ragazza ebrea di Lodz, Sara Palger-Susskind, sopravvissuta ad Auschwitz, una volta tornata nella sua città, testimonierà di aver vissuto un’esperienza agghiacciante: mentre sta comprando del cibo in un negozio, sente le donne in fila alle sue spalle mormorare

Ma quanti ebrei sono ancora in giro? E ci avevano detto che Hitler era riuscito a sterminarli tutti!

Altre due ragazze, Sala Ungerman e Lida Tiefenbrun, racconteranno di essere andate a Lodz anziché tornare ai loro villaggi, Klementow e Tarnow, dopo essere state raggiunte, lungo la strada, da notizie di uccisioni di ebrei.

La politica, specie quella più “populista”, che non disdegna mai nulla pur di portare acqua al suo mulino, anziché pensare a come rimediare a questa situazione, ci inzuppa il biscotto. Nell’agosto 1945 si tiene a Bochnia il congresso del neonato Partito Contadino Polacco e, dal palco, un oratore propone di ringraziare Hitler per aver eliminato gli ebrei polacchi:

Viene sommerso dagli applausi

Ci si mette di mezzo anche l’integralismo cattolico, molto forte da quelle parti. La vecchia accusa dei rapimenti e degli omicidi rituali di bambini cristiani viene rispolverata più volte. Il primo caso è a Chelm, nella primavera del 1945: alcuni ebrei vengono arrestati e torturati dalla polizia, ma nessuno viene ucciso. Poi, in giugno, a Rzeszow, durante le indagini per l’omicidio di una ragazza il cui corpo è stato rinvenuto mutilato in una cantina, i sospetti convergono (sulla base quasi certamente di prove fabbricate o interpretate a senso unico) verso un ebreo che si occupa di macellazione kosher: tutti gli ebrei del paese vengono arrestati, picchiati dai poliziotti, bersagliati dalla sassaiola della folla ed è un miracolo che stavolta non muoia nessuno.

Ormai è partita un’escalation di violenza che nessuno ferma, forse perché nessuno vuole davvero fermarla. Gli episodi si susseguono, spesso raccapriccianti come l’attacco, a colpi di fucile e con lancio di una bomba a mano, contro una clinica di Rabka in cui sono ricoverati alcuni bambini ebrei orfani, ammalati e denutriti, la notte del 12 agosto.

L’immediato trasferimento dei bambini evita il peggio, ma la situazione resta esplosiva

Il fatto che gli ebrei cerchino di concentrasi nelle città, più soggette al controllo della polizia, non li salvaguarda. Per tutta l’estate si sono diffuse voci inventate di bambini rapiti e uccisi dagli ebrei: prima uno, poi tredici, poi addirittura ottanta. Le sinagoghe di Cracovia sono assediate da bande che le prendono continuamente a sassate. L’11 agosto, un ragazzo di 13 anni entra nella sinagoga Kupa e dopo qualche minuto ne esce fuori correndo e gridando che gli ebrei vogliono ucciderlo. La sinagoga viene distrutta e poi data alle fiamme. I feriti (racconterà una di essi, Anna Zajdman) vengono aggrediti e picchiati anche in ospedale, sia dagli altri pazienti, sia dai poliziotti che dovrebbero proteggerli.

Le cose non cambiano per tutti i mesi che seguono. Occasionalmente ci scappa il morto, ma non tanti. Fino al 4 luglio 1946.

Siamo a Kielce, una città quasi al centro del Paese, in mezzo a Varsavia, Cracovia, Lodz e Lublino. Prima della guerra ospitava 24.000 ebrei su una popolazione di circa 75.000 persone. Nel 1946, gli ebrei non superano i 200, molti dei quali sono semplicemente di passaggio. Quasi tutti vivono nella stessa zona, divisi tra pochi edifici, il principale dei quali sta al numero 7 di via Planty.

Veduta di Kielce, fotografia condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

È un momento di forti tensioni politiche. Si è appena svolto il referendum popolare su tre questioni: l’abolizione del Senato, la riforma agraria e la nazionalizzazione delle industrie. Hanno vinto i tre sì, ma l’opinione generale è che il risultato sia stato molto condizionato dalle pressioni esercitate sugli elettori dai partiti filosovietici di governo, tramite la polizia e l’esercito. I comunisti polacchi stanno tenendo atteggiamenti sempre più intimidatori verso i loro oppositori, tra i quali ci sono anche i vertici del clero. I quali, forse timorosi di esporsi troppo a conseguenze se si opponessero direttamente ai russi, se la prendono solo con gli ebrei. Dato che moltissimi tra gli ebrei del Paese (circa due terzi) sono arrivati negli ultimi mesi dalla Russia, vengono indicati come degli agenti incaricati di diffondere il comunismo tra i polacchi.

Si moltiplicano le segnalazioni di bambini rapiti. Praticamente, qualunque bambino torni a casa in ritardo, racconta di essere stato seguito o sequestrato dagli ebrei per evitare di essere punito. Il 1° luglio scompare davvero un bambino di Kielce, si chiama Henryk Blaszczyck e ha nove anni. Torna a casa solo il 3, del tutto illeso. In realtà, senza il permesso dei genitori, se n’è andato in autostop a Pielaki, un villaggio in cui la sua famiglia viveva fino a poco prima, per salutare dei parenti.

Ma racconta di essere stato rapito e tenuto sequestrato in una cantina dagli ebrei

La mattina dopo, insieme al padre Walenty e ad alcuni vicini, Henryk si reca alla polizia per denunciare il sequestro. Passando davanti al numero 7 di via Planty, uno degli uomini, Antoni Pasowski, chiede al bambino se è stato tenuto lì ed Henryk risponde subito di sì, affermando di riconoscere in un uomo affacciato a una finestra uno dei suoi sequestratori.

La polizia prende sul serio il racconto del bambino, si reca in via Planty e arresta l’ignaro uomo affacciato alla finestra, Kalman Singer, che viene portato in caserma e picchiato. Intanto, il capo della comunità ebraica, Sewerin Kahane, fa notare ai poliziotti che il palazzo non ha cantine, quindi il bambino non può essere stato tenuto lì.

A questo punto, Henryk cambia versione, dice di essersi confuso e che la sua prigione non è stata una cantina ma una baracca. I poliziotti cominciano a farsi venire qualche dubbio, ma intanto, fuori del palazzo, si è raccolta una folla di facinorosi che sembra aspettare solo una scintilla per esplodere.

E la scintilla è la chiamata che qualcuno fa alla polizia politica, un organismo creato dai sovietici per tenere sotto controllo il dissenso. Gli agenti della polizia politica arrivano verso le 10,00, convinti di dover perquisire il palazzo in cerca di corpi di bambini rapiti e uccisi. Gli ebrei presenti si oppongono e vengono trascinati fuori. Mentre i poliziotti cercano cadaveri che non troveranno mai (anche se ogni tanto si sparge la voce di qualche macabro ritrovamento, senza alcun riscontro), man mano che vengono portati fuori, gli ebrei vengono linciati dalla folla, in mezzo alla quale molti sono eccitati soprattutto dalle notevoli bevute di alcolici consumate durante l’attesa. Il primo a essere ucciso è un lattoniere, Berel Frydman, finito dopo essere stato scaraventato da una finestra. I militi che non partecipano alla perquisizione, anziché calmare la folla, si uniscono a essa. Alle 11:00 qualcuno spara alle spalle di Sewerin Kahane, che sta cercando di allontanarsi in cerca di aiuto, uccidendolo.

Il caos e la violenza sono tali che deve intervenire l’esercito, disperdendo la folla verso le 12,00. In questo modo, si riesce a trasportare in ospedale alcuni feriti. Ma, dopo poco, anche l’ospedale viene assalito da una folla di circa 600 persone, guidate dallo zio di Henryk Blaszczyck, un cacicco del partito comunista locale, e la caccia all’uomo riprende. Cinque sacerdoti, giunti sul posto, chiedono ai soldati di sparare colpi in aria per intimidire la folla, ma i soldati rifiutano di sparare per timore di colpire accidentalmente qualcuno. La furia della folla ebbra di alcol e di violenza non risparmia nessuno. Per strada, qualcuno grida di aver visto passare una donna ebrea e una ignara donna di passaggio, che ebrea non è, viene malmenata finché il figlio (che è biondo e con l’aspetto di un ariano puro) riesce a convincere i presenti che sono in errore.

Sette ebrei in fuga vengono picchiati a morte alla stazione ferroviaria

Altri ebrei, ignari di quanto sta accadendo, si trovano in via Leonarda, a quasi 2 km di strada da via Planty. Intorno alle 14,00, un poliziotto, accompagnato da tre civili, bussa alla porta di una delle loro famiglie. In casa si trovano una ragazza, Regina Fisz, il suo bambino neonato e un amico, Abram Moskowicz. I quattro ordinano a Regina e Abram di seguirli. Sembra che il poliziotto, di nome Stefan Mazur, sia stato convinto dagli altri a guidarli dagli ebrei, per derubarli approfittando della situazione. Ma questo significa che dovranno anche ucciderli. Il pensiero che tra le vittime vi sia anche un neonato non sembra avere il minimo effetto.

La folla che si è radunata in strada vorrebbe ucciderli subito, ma Mazur e i suoi complici preferiscono far sparire le tracce del misfatto e fermano un camionista di passaggio, chiedendogli di portarli insieme alle loro vittime in aperta campagna. Il camionista fa storie, non perché abbia scrupoli morali, ma perché vuole essere pagato e la somma che Mazur gli offre non gli sembra sufficiente. Alla fine i due si mettono d’accordo. Per tutto il tragitto, Regina e Abram cercano di far ragionare i loro rapitori, offrendosi di pagare un riscatto se saranno liberati, ma senza alcun risultato. Appena scesi dal camion, Regina tenta la fuga. Mentre gli altri la inseguono, scappa anche Abram, che tiene il bambino in braccio. Regina viene uccisa sparandole alle spalle, anche Abram è ferito, non così gravemente da fermarsi ma abbastanza da lasciar cadere il bambino. Abram riesce a nascondersi in un campo di segale e i suoi inseguitori si sfogano uccidendo il neonato a colpi di pistola. Più tardi, Abram sarà aggredito e pestato da un altro gruppo di facinorosi, ignari di ciò che gli è accaduto poco prima.

Solo l’intervento di ulteriori rinforzi militari giunti in parte da un’accademia poco distante e in parte da Varsavia, al comando del colonnello Stanislaw Kupza, riesce finalmente a far cessare il pogrom, verso le 15,00.

Sono morti 42 ebrei. Tra essi, una donna incinta, un neonato e un altro bambino

L’età media delle vittime è 17 anni. Quasi tutti aspettavano da tempo il sospirato visto d’ingresso per trasferirsi in Palestina. Sette dei corpi non vengono identificati. Non hanno documenti e non li conosce nessuno: erano appena arrivati a Kielce. Sono stati uccisi anche tre non ebrei, inclusi due militari, forse dal fuoco amico.

La violenza però non si placa del tutto, bensì si sposta alla stazione. I treni di passaggio sono fermati per vedere se trasportino ebrei: almeno altre due persone vengono uccise. È solo l’inizio di una serie di uccisioni di ebrei di passaggio, che a Kielce si protrarranno ancora a lungo.

La fotografa franco-polacca Julia Pirotte, che si trova sul posto, documenterà in un servizio gli orrori di Kielce.

Julia Pirotte, giornalista franco-polacca:

La successiva inchiesta di polizia porterà all’incriminazione e all’arresto di dodici civili, individuati come i capi della folla assassina. In seguito a un rapido processo, nove di essi saranno condannati a morte e impiccati (nonostante le condanne siano state accolte con scioperi e altre manifestazioni in diverse località polacche) e tre condannati a pene detentive. Il capo della polizia di Kielce viene condannato a una pena ridicola, un anno, per non aver fatto nulla per fermare la folla, ma morirà per cause naturali prima di aver finito di scontarla. Il poliziotto ladro e assassino Stefan Mazur, incredibilmente, presenta una sfilza di testimonianze a favore e se la cava, nonostante la deposizione di Abram Moskovicz.

Da decenni, la responsabilità del pogrom di Kielce viene rimpallata tra comunisti, nazionalisti e integralisti cattolici, che si accusano a vicenda. A pesare molto sulla coscienza di questi ultimi, c’è la posizione tenuta dal vescovo di Kielce, Czeslaw Kaczmarek: sollecitato, nelle settimane precedenti ai fatti, perché prendesse posizione contro le violenze rivolte agli ebrei, rispose senza mezzi termini che tali violenze erano giustificate perché gli ebrei erano responsabili di diffondere il comunismo in Polonia. Non era il solo alto prelato a pensarla in questo modo, tant’è vero che il cardinale Augustus Hlond usò gli stessi argomenti per giustificare il massacro davanti agli americani che gli chiedevano chiarimenti.

Ma, per gli storici di parte ebraica (che sono quelli ai quali mi sono appoggiato maggiormente per la stesura del presente testo), nessuno dei tre gruppi è esente da colpe. Tutti e tre fecero la loro parte, per le più svariate ragioni, e a questo si aggiunsero l’assuefazione alla violenza criminale in conseguenza della guerra, l’antisemitismo già presente nella società polacca e il fatto che non pochi polacchi avessero fatto fortuna durante la guerra impossessandosi delle proprietà sottratte agli ebrei (uno studio ha mostrato che 13 ebrei erano già uccisi a Kielce nel giugno del 1945 e che in 10 casi l’autore del delitto era qualcuno che avrebbe dovuto restituire dei beni alla vittima).

Un effetto del pogrom di Kielce fu lo sblocco dei visti per l’emigrazione, soprattutto in Palestina. Il numero degli ebrei che lasciò la Polonia, in capo a poche settimane, raddoppiò e successivamente triplicò.

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.