Negli articoli precedenti, abbiamo analizzato l’importanza della pedagogia speciale e del corpo. A tal proposito, desideriamo proseguire questo viaggio attraverso la pedagogia nelle sue svariate sfaccettature, con l’analisi di un film: “Il ragazzo selvaggio”. “Il ragazzo selvaggio” è una pellicola di Truffaut del 1970 e racconta la storia di Victor, un bambino di undici – dodici anni, ritrovato nel sud della Francia.
Il film inizia con i suoi primi avvistamenti da parte di contadini e cacciatori in alcuni boschi. Non si fa avvicinare, cerca la fuga o si difende con calci e morsi, solo dopo diversi tentativi, viene catturato. Jean Itard legge la notizia del ritrovamento sul giornale e pensa subito che se il ragazzo venisse spostato a Parigi lui potrebbe studiare il grado di intelligenza di un adolescente che non ha ricevuto alcun tipo di educazione e ha vissuto i suoi primi anni di vita lontano da tutto e da tutti. Nel paese si parla solo di questo ragazzo, soprannominato “Il selvaggio dell’Aveyron”. Grazie al permesso rilasciato dal Ministro degli Interni, arriva a Parigi dove viene visitato da alcuni luminari dell’epoca.
Il ragazzo continua a muoversi, cammina con tutti e quattro gli arti, non è in grado di comunicare. Le sue abilità dal punto di vista linguistico, cognitivo, relazionale sono molto limitate. Come si vede nel film, viene individuata una cicatrice all’altezza della trachea, è diversa dalle altre, sembrerebbe il segno di un’arma da taglio. Itard ipotizza che qualcuno abbia tentato di ucciderlo e poi abbandonarlo nel bosco quando aveva tre o quattro anni. Il suo mutismo potrebbe essere dovuto alle condizioni di isolamento in cui ha vissuto fino a quel momento, dato che non vengono individuate malformazioni.
Il selvaggio viene portato all’Istituto Nazionale per Sordomuti dove diventa l’attrazione principale. Itard capisce che questo posto non fa per lui, viene ridicolizzato e basta. Per Sicard e Pinel il ragazzo è al pari di un animale, non c’è alcuna possibilità di essere educato, ma il medico francese vuole dimostrare il contrario, perciò ne chiede l’affidamento alle autorità e lo porta a casa sua, nelle campagne fuori Parigi: inizia così il suo nuovo percorso.
Il medico francese fissa cinque obiettivi da raggiungere:
“Primo obiettivo: fargli amare la vita in società, rendendogliela più piacevole di quella che allora vi conduceva e, soprattutto, più simile a quella che da poco aveva abbandonato.
Secondo obiettivo: risvegliare la sensibilità nervosa con i più energici stimolanti e talora sfruttando i più vivaci affetti dell’animo.
Terzo obiettivo: estendere la sfera delle sue idee, sviluppando in lui nuovi bisogni e moltiplicando i suoi rapporti con gli esseri circostanti.
Quarto obiettivo: condurlo all’uso della parola, provocando l’esercizio dell’imitazione mediante l’imperiosa legge della necessità.
Quinto obiettivo: esercitare per qualche tempo sugli oggetti dei suoi bisogni fisici le più semplici operazioni della mente, per poi trasferire l’applicazione di queste ultime sugli oggetti della sua istruzione.”
Come si evince, Itard vuole concentrare il suo intervento su diverse sfere: quella relazionale, permettere a Victor di avvicinarsi alla società; quella cognitiva, aiutare il ragazzo ad allargare i propri bisogni per poi esprimerli attraverso l’uso del linguaggio, sfera linguistica. È sua intenzione inoltre stimolare le sue abilità sensoriali e le capacità di calcolo.
Victor ha vissuto diversi anni della sua vita da solo nei boschi, è abituato a correre libero, a rincorrere animali, a mangiare e a dormire. Si agita quando nevica o esce il sole, ammira con una certa eccitazione il panorama fuori dalla finestra, poi dopo un po’ torna a essere calmo e tranquillo.
Itard prende del tempo per osservare il ragazzo, capisce che per ottenere i risultati sperati deve anche assecondare i suoi desideri. Ammette che si tratta di un percorso non di certo facile, Victor fa tutto per la prima volta. Il medico francese e la sua governante, Madame Guérin fanno delle prove: ad esempio, per stimolare i suoi sensi, riempiono le narici del ragazzo di tabacco, ma non ha nessuna reazione. Sembra insensibile al calore, c’è una scena del film in cui Victor fa un bagno bollente, Madame Guérin è preoccupata, perché dice che secondo lei è troppo caldo. Itard insiste, proponendogli ogni giorno dei bagni caldi, per far scattare in lui qualche reazione, ma niente. Al contrario, da quello che il medico registra nelle sue memorie, sembra diventare sensibile al freddo: si mostra esitante se l’acqua è tiepida, impara a vestirsi da solo quando capisce che i vestiti servono per coprirsi.
Victor appare insensibile a qualsiasi tipo di emozione, “nessuno l’ha mai visto piangere”, afferma Itard nel film. Il ragazzo mostra principalmente o gioia o rabbia. I tentativi fatti per stimolare la sua sensibilità sono diversi, dopo tre mesi si notano i primi miglioramenti: il piacere nel toccare dei pantaloni di velluto, tasta le patate per vedere se sono cotte, porta alcuni oggetti e si ferma a osservare le sue mani per vedere se sono ferite, lo starnuto dopo aver annusato qualcosa di “irritante”.
Allo stesso tempo Itard inizia a lavorare sull’aspetto motorio: infatti, nel film vediamo Victor in piedi che prova a camminare. Ricordiamo che il ragazzo quando viveva nei boschi si muoveva appoggiando anche le braccia. Poco per volta impara anche a calzare le scarpe e a indossare i vestiti.
Spostandosi sull’aspetto comunicativo: non solo non comunica, ma non reagisce agli stimoli, infatti, sempre nel film, quando la governante chiede se il ragazzo li può sentire, il medico risponde: “Ci sente senza ascoltarci, così come guarda senza vedere. Noi gli insegneremo a vedere e ad ascoltare.” Oppure, durante la visita, il cacciatore dice di aver visto Victor girarsi quando ha sentito il rumore delle noci schiacciate dietro di lui. Un udito senza dubbio indirizzato ai suoni collegati alla sua sopravvivenza. Itard distingue queste due abilità: il prestare attenzione alla voce e l’articolazione delle parole. Cita casi di allievi di Sicard che sanno individuare alcuni suoni, come quello dell’orologio, il battere delle mani, ma non riescono a riprodurre una parola.
Si tratta di deduzioni, infatti il medico francese mostra molta incertezza a riguardo. Dopo quattro o cinque mesi, Victor inizia a distinguere la voce umana, ad esempio andando a chiudere la porta quando ci sono delle persone che parlano nel corridoio.
Passano i mesi e Itard continua con le sue osservazioni:
“All’inizio del mese di nevoso feci un’osservazione più interessante. Un giorno si trovava in cucina intento a far cuocere delle patate, e due persone discutevano animatamente alle sue spalle senza che egli desse segno di prestarvi la minima attenzione. Sopraggiunse una terza persona che, intervenendo nella discussione, cominciava tutte le sue repliche con queste parole: «Oh! Non è così». Osservai che ogniqualvolta quella persona pronunciava la sua esclamazione favorita: «oh!», il selvaggio dell’Aveyron volgeva vivamente il capo. La sera stessa, quando venne per lui l’ora di andare a letto, feci qualche esperimento basato sul tono di quell’esclamazione e vidi che otteneva gli stessi effetti. Passai in rassegna tutti gli altri suoni semplici conosciuti con il nome di vocali, ma senza alcun successo. Questa preferenza per la o mi indusse a dargli un nome che terminasse con questa vocale e fu così che lo chiamai Victor. Questo nome gli è rimasto, e quando viene pronunciato ad alta voce è difficile che egli non volti la testa o non si avvicini.
Ed è forse per la medesima ragione che successivamente ha compreso il significato della negazione no, di cui mi servo spesso per fargli capire che si sbaglia quando commette errori.”
Migliora l’udito, ma per la riproduzione di suoni bisogna aspettare, del resto questo ragazzo è stato troppo tempo fuori dalla società. Itard decide di stimolare l’utilizzo della parola attraverso la sollecitazione di oggetti che servono al ragazzo, ad esempio il latte.
“Avevo motivo di ritenere che avrebbe pronunciato per prima la vocale o, dal momento che era stata la prima ad essere intesa da lui, e consideravo come una felice coincidenza ai fini del mio piano il fatto che la semplice pronuncia di quel suono fosse il segno di uno dei bisogni più ordinari del giovanetto.
Tuttavia non potei trarre alcun vantaggio da questa favorevole circostanza. Anche nei momenti in cui era fortemente assetato, invano tenevo dinanzi a lui una caraffa d’acqua gridando eau, eau, offrendo la caraffa ad un’altra persona che accanto a lui pronunciava la stessa parola o reclamandola a mia volta allo stesso modo: l’infelice si tormentava in tutti i sensi, agitava le braccia intorno alla caraffa in maniera quasi convulsa ed emetteva una specie di soffio senza articolare suono alcuno. Sarebbe stato disumano insistere. Cambiai quindi argomento pur senza cambiare metodo e fu sulla parola lait che si orientarono i miei tentativi.
Al quarto giorno dopo l’inizio di tali tentativi riuscii nel mio intento e udii Victor pronunciare distintamente, seppure in modo un po’ rozzo, la parola lait e ripeterla poco dopo. Era la prima volta che usciva dalla sua bocca un suono articolato e ciò fu per me motivo di profonda soddisfazione.”
Dopo questo tentativo, Victor pronuncia questa parola, solo però quando Itard finisce di versare il latte nella tazza. Il secondo realizza che questa è solo un’esclamazione di gioia, non favorisce la comunicazione tra i due.
Attraverso la parola lait il ragazzo inizia a esercitare altri due monosillabi: la e li, e modificando poco per volta la pronuncia del secondo. Vengono acquisiti alcuni suoni vocalici e altri consonantici come l e d. Itard è consapevole che il percorso è lungo e richiede tempo. Victor sta crescendo e con lui la volontà di mostrare i propri bisogni: non essendo in grado di esprimerli a parole, si serve di gesti e oggetti. Per esempio, quando arriva all’Osservatorio e vuole il latte, tira fuori dalla tasca la scodella che si è portato da casa, oppure, se vuole farsi porta sulla carriola, ma nessuno lo fa, entra in casa, prende qualcuno per il braccio, lo porta fuori, gli indica la carriola, mentre lui si siede dentro. O ancora, quando è ora di mangiare apparecchia e porge a Madame Guérin i piatti da usare.
Se, inizialmente, Itard si concentra su un “linguaggio pantomimico”, ovvero fatto di segni non verbali, successivamente sposta l’attenzione sui segni arbitrari. Come vediamo nel film, il medico francese prima disegna sulla lavagna delle sagome: una chiave, un paio di forbici e un martello, pronuncia i nomi degli oggetti e li mette sul proprio disegno. Dopo questa spiegazione, li appoggia su un altro mobile e chiede al ragazzo di portargli il martello, la chiave e alla fine le forbici. Victor però non sembra attento, porta le tre cose al tavolo ma senza disporle al posto giusto. Itard si rende conto che avrebbe dovuto sfruttare la passione di Victor per l’ordine, così disegna nuovamente le sagome, sotto ciascuna c’è attaccato un chiodo. Il ragazzo deve appendere l’oggetto sotto il disegno corrispondente, lo fa senza grandi esitazioni.
Per mettere alla prova la sua memoria viene riproposto l’esercizio cambiando la disposizione dei disegni: Victor mette gli oggetti sempre seguendo lo stesso ordine. Il passo successivo è quello di aumentare i disegni e continuare a cambiare la loro posizione, il ragazzo non può fare altro che dedurre la sagoma guardando l’oggetto.
Pensando che non ci siano grandi difficoltà nella distinzione delle forme, Itard decide di passare a una nuova fase: l’utilizzo delle lettere per designare la parola. Per Victor però questo sembra un ostacolo insuperabile, per lui è troppo, bisogna cercare qualcosa di più semplice.
Il medico francese non si dà per vinto, decide di incollare tre pezzi di carta: il primo è un cerchio rosso, il secondo un triangolo azzurro e il terzo un quadrato nero. Prende poi dei chiodi e fissa le forme corrispondenti sui modelli. Dopo qualche giorno li toglie e chiede a Victor di rimetterli a posto. Passa del tempo e il compito diventa più difficile: le forme variano, ma il colore no. La volta successiva, le prime sono identiche, i secondi diversi. Il ragazzo non sembra avere grandi difficoltà, perciò Itard decide di cambiare, di volta in volta, l’esercizio.
Nuovo passaggio: l’alfabeto. Prima prova: disporre sulla casella corrispondente i cartoncini contenenti una determinata lettera. Il medico francese rimane sorpreso nel vedere la facilità con cui il ragazzo svolge l’attività, pur sempre in modo meccanico, probabilmente con un proprio metodo che gli fa risparmiare tempo e fatica, Victor svolge l’esercizio senza problemi. Tentativi su tentativi, Itard vuole provare a fargli utilizzare le lettere per esprimere i propri bisogni.
“Un mattino, mentre egli attendeva con impazienza il latte che costituisce quotidianamente la sua prima colazione, presi dal suo tabellone e disposi su un’assicella preventivamente predisposta queste quattro lettere: L A I T. Madame Guérin, che avevo preavvertito, si avvicina, guarda le lettere e subito mi porge una tazza di latte, di cui fingo di aver bisogno per me. Subito dopo mi avvicino a Victor, gli porgo le quattro lettere che avevo tolto dall’assicella, gli indico l’assicella stessa con una mano, mentre con l’altra gli porgo la tazza colma di latte. Le lettere vennero subito messe a posto, ma in ordine inverso, cosicché ne risultò T I A L anziché L A I T. Indicai allora le correzioni che occorreva fare, designando con il dito le lettere da spostare e il posto in cui dovevano essere collocate: quando il segno della cosa fu correttamente riprodotto, non lo feci più attendere e gli offrii il latte.
Si stenterà a credere che cinque o sei prove di questo genere siano bastate, non dico a fargli disporre ordinatamente le quattro lettere della parola lait, ma anche, oserò dire, per dargli l’idea del rapporto che esiste tra la parola e la cosa. […] Sul punto di uscire per la consueta passeggiata all’Osservatorio, si preoccupò di prendere, di sua spontanea iniziativa, le quattro lettere in questione, le mise in tasca e, appena fu giunto in casa del cittadino Lemeri dove, come ho detto sopra, si recava tutti i giorni a far merenda con del latte, dispose questi caratteri sul tavolo in modo da formarvi la parola lait.”
Queste sono le prime considerazioni fatte da Itard, il suo percorso educativo è proseguito, si è concentrato sullo sviluppo dell’udito, della vista, del tatto, del profumo e del gusto, successivamente sulle facoltà cognitive, ovvero sulla scrittura e sulla lingua parlata.
Seguiteci per la seconda parte di questo approfondimento pedagogico.
A cura di Haidi Segrada e Federica Mascheroni

