Cosa si intende con l’espressione “Pedagogia speciale”?

Partiamo dall’inizio, cos’è la pedagogia? Questo nome trae le sue origini dalla lingua greca: “παιδαγωγία” un termine legato alla procreazione, ai bambini e al senso di guida, accompagnamento. Accanto al concetto di pedagogia c’è infatti la figura del pedagogo presente nell’Antica Grecia, inizialmente uno schiavo che accompagna i bambini a scuola e successivamente un vero e proprio maestro.

La pedagogia si può definire una scienza dedicata all’educazione e in particolar modo a favorire lo sviluppo integrale e armonico della personalità.

La pedagogia speciale è invece una branca della psicologia che si occupa dei soggetti con bisogni speciali. L’Unesco nel 1997 parla di Bisogni Educativi Speciali come:

“Una qualsiasi difficoltà evolutiva, in ambito educativo e apprenditivo, espressa in un funzionamento problematico anche per il soggetto, in termini di danno, ostacolo o stigma sociale, indipendentemente dall’eziologia, e che necessita di educazione speciale.”

Potremmo semplificare ciò di cui stiamo parlando in questo modo: soggetto – bisogni educativi – pedagogia; soggetto – Bisogni Educativi Speciali– pedagogia speciale. Il compito della pedagogia speciale è quello di accompagnare il discente durante il percorso di apprendimento centrato su di lui.

Parliamo quindi di pedagogia speciale perché essa si impegna a trovare soluzioni volte a ridurre le “distanze” in situazioni di disagio fisico, sensoriale, psichico, ad aiutare il soggetto a non estraniarsi, ma al contrario, ad affermare il suo posto all’interno della società.

La questione relativa all’integrazione di soggetti con disabilità all’interno della società non è di certo qualcosa di nuovo, però, l’atteggiamento nei loro confronti, le metodologie, gli strumenti messi a disposizione per aiutarli, sono cambiati. La diversità è sempre stata vista come un peccato, un problema, un limite insuperabile, portando con sé emarginazione, negazione di alcuni diritti. La vita di queste persone viene condizionata dal punto di vista fisico, se si tratta di un handicap che riguarda l’apparato motorio, psichico, nel caso di un disagio di tipo cognitivo, ma soprattutto relazionale: gli individui vengono isolati da tutto e da tutti, diventa difficile ricevere aiuto, cercare di superare le difficoltà e in qualche modo rientrare a far parte della comunità.

Nell’Antica Grecia, ad esempio, la disabilità era considerata una maledizione degli dei, qualcosa di non tollerabile, soprattutto a Sparta, dove l’arte bellica era fondamentale, perciò alcune persone con handicap venivano uccise, altre allontanate dalla città e abbandonate a loro stesse. C’erano dei casi in cui il disagio veniva visto sia in senso negativo che in positivo, come l’essere cieco che già nella mitologia greca rimandava a qualcosa di spirituale, oppure i disagi di tipo cognitivo erano una cosa sovrannaturale, che sebbene incutesse terrore, allo stesso tempo meritava rispetto.

Nell’Antica Roma, nella Legge delle Dodici Tavole si ribadiva la necessità di sopprimere i bambini con malformazioni. Più tardi, Romolo aveva stabilito che prima dei tre anni non doveva essere ucciso nessuno. Chi invece aveva subito danni di guerra, incidenti e altre malattie debilitanti aveva diritto a cure sanitarie. Si puntava alla guarigione fisica, ma non si parlava di inclusione, queste persone il più delle volte conducevano una vita da emarginati.

Se solitamente le deformità venivano viste come castighi divini, un primo “cambio di direzione”, se così si può definire, viene testimoniato nei Vangeli: in più occasioni Gesù guarisce e aiuta i bisognosi, insegnandoci ad accogliere, rispettare l’altro.

Nell’Alto Medioevo si continua parlare di castigo divino e si pensa che i bambini affetti da disabilità siano il frutto di comportamenti immorali, come l’adulterio. La mamma veniva ritenuta colpevole di tutto ciò tanto da essere bruciata insieme al figlio.

Gli anni passano ed è necessario un cambiamento: nel VI secolo si istituisce l’ordine benedettino di San Benedetto da Norcia. Nascono le prime comunità cristiane e con queste il linguaggio dei segni. Inizialmente utilizzato per comunicare tra i monaci “costretti” al silenzio, viene poi considerato come mezzo di comunicazione per i sordi. Anche se siamo ancora lontani da quello che intendiamo noi oggi, si comincia a capire che anche chi è affetto da qualche malformazione può seguire un percorso di apprendimento. Vengono aperti gli ospizi per poveri, disagiati, coloro che necessitano di assistenza, cure e riconoscimento.

Molte di queste persone però si riversano nelle strade, chi le incontra mostra paura, esitazione, chiusura. Gli individui con disabilità vengono emarginati e considerati colpevoli dei problemi che affliggono la comunità.

Dagli ospizi della carità dell’epoca medievale si passa agli istituti per reduci di guerra del XVII secolo. Si iniziano a riconoscere le invalidità a livello motorio e quelle a livello mentale.

Nel 1770, in Francia l’abate Charles-Michel de l’Épée fonda una scuola dedicata ai sordi. L’abate Tommaso Silvestri prende spunto per fondare un istituto a Roma che prendesse come modello quello francese. Inizialmente ci si concentra sull’educazione di sordi e muti, finalizzando a questo proposito un linguaggio dei segni, utilizzato per comunicare.

Per quanto riguarda invece i ciechi, nasce un istituto a Napoli nel 1818. Solo nel 1923 verrà resa obbligatoria la loro istruzione.

Un contributo fondamentale viene fornito da Jean Itard, che nonostante lo scetticismo di alcuni esperti in materia, dedica la sua attività a tutti gli “ineducabili”, come ad esempio Victor, il “suo” ragazzo selvaggio.

In Italia, una figura di rilievo in questo ambito è sicuramente Maria Montessori; laureata in medicina, si trasferisce per un breve periodo in Francia dove viene a contatto con il lavoro svolto da Itard e Séguin, suo allievo. Questo fa maturare in lei la volontà di lavorare con i bambini in difficoltà, coloro che a causa dei loro deficit vengono considerati “anormali”. Grazie a loro perfeziona il Metodo che la renderà famosa in tutto il mondo.

Principi alla base della pedagogia speciale

Abbiamo già parlato brevemente della pedagogia speciale, del rapporto che la lega alla pedagogia generale e della sua evoluzione nel corso degli anni. Ora ci concentriamo sui suoi principi. Possiamo definirli così: educabilità, intenzionalità, accettazione della diversità, cura dell’altro, inclusione, valorizzazione dell’apprendimento.

L’educabilità si riferisce alla disponibilità di una persona a essere educata, ad acquisire abilità e competenze. Parlando di questa viene subito in mente la parola “ineducabile”: era così che venivano chiamati i bambini affetti da deficit, i quali secondo diversi esperti dell’epoca, non solo non potevano ricevere un’educazione come tutti gli altri coetanei, ma era anche impossibile cambiare le sorti del proprio destino.

Proseguendo con l’analisi degli aspetti propri della pedagogia speciale troviamo l’intenzionalità. Questa non è altro che la consapevolezza, l’impegno verso il percorso intrapreso al fine di raggiungere gli obiettivi prefissati. Come un po’ in tutte le cose, per far sì che si verifichi un cambiamento ci dev’essere la volontà, il coinvolgimento dei soggetti.

Per fare questo bisogna partire dall’accettazione della diversità: il riconoscimento di ciò che appare insolito, non frequente, fuori dagli “standard”. Riconoscere i propri limiti, quelli del paziente o allievo in questione e utilizzarli per dare vita al proprio percorso educativo. Disponibilità, impegno, consapevolezza, accettazione sono tutti tasselli dello stesso puzzle.

Oltre a questi troviamo l’avere cura, cioè il mostrare interesse, attenzione verso colui che è in difficoltà, comprendere, rispettare le sue “debolezze” e aiutarlo a stare meglio. E da ultimo, ma non per importanza, l’inclusione: eliminare ogni tipo di ostacolo permettendo a questi individui di entrare a far parte della comunità. I soggetti coinvolti devono saper riconoscere i Bisogni Educativi Speciali e individuare le strategie adeguate a ogni studente, fare in modo che la diversità non sia un fattore di allontanamento, ma piuttosto uno strumento per apprendere. Perciò ci si deve attivare per la valorizzazione dell’apprendimento, mettere al centro il soggetto senza focalizzarsi sul problema da curare.

A questo proposito occorre fare una chiarificazione riguardo a questi tre termini usati spesso come sinonimi, ma che presentano alcune differenze. Il primo: inserimento; viene eliminata una prima barriera, quella che separa i bambini con disabilità dai coetanei. I primi non devono più frequentare scuole speciali o classi diverse, possono andare nella scuola “normale”, il corpo docente e il personale scolastico non prestano però particolare attenzione al percorso di apprendimento di questi studenti all’interno del gruppo classe.

La seconda parola: integrazione. Abbiamo capito che il semplice inserimento non è sufficiente, è necessario lavorare sull’organizzazione come l’offerta formativa, la programmazione individualizzata, il lavoro di squadra tra docenti, il tutto volto a favorire la valorizzazione del singolo.

Il terzo termine: inclusione. La scuola dev’essere in grado di accogliere e riconoscere questi studenti, di supportare le famiglie, spesso in difficoltà, mettendogli a disposizione gli strumenti e le metodologie adeguate alla loro crescita.

La pedagogia speciale nel contesto scolastico

La pedagogia si occupa di educazione, la pedagogia speciale ha il compito di prendersi cura dei soggetti con Bisogni Educativi Speciali, fissando gli obiettivi volti a creare dei percorsi su misura per ogni allievo a seconda delle sue necessità.

Nel corso degli anni, nel nostro Paese, si è lavorato per creare una scuola più inclusiva sotto diversi punti di vista. Partiamo dai riconoscimenti a livello giuridico: articolo 3 e articolo 34 della nostra Costituzione. Il primo sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, senza alcuna distinzione di sesso, razza, lingua. Nel secondo comma riporta che è compito della Repubblica:

“Rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Eliminare, quindi, ciò che ostacola la crescita personale, un aspetto da non sottovalutare quando si parla di pedagogia speciale.

L’articolo 34 parla dell’istruzione scolastica e apre affermando che “La scuola è aperta a tutti.”

Con l’entrata in vigore della Legge n.118 del 30 marzo 1971 si fanno dei passi avanti verso l’inclusione scolastica. In particolare, l’articolo 28 prevede l’accesso e l’assistenza negli ambienti scolastici per mutilati e invalidi civili non autosufficienti.

“L’istruzione dell’obbligo deve avvenire nelle classi normali della scuola pubblica, salvi i casi in cui i soggetti siano affetti da gravi deficienze intellettive o da menomazioni fisiche di tale gravità da impedire o rendere molto difficoltoso l’apprendimento o l’inserimento nelle predette classi normali.

Sarà facilitata, inoltre, la frequenza degli invalidi e mutilati civili alle scuole medie superiori ed universitarie.

Le stesse disposizioni valgono per le istituzioni prescolastiche e per i doposcuola.”

Sempre in questi anni, precisamente nel 1975, viene pubblicata la circolare Falcucci che affronta il problema degli allievi con disabilità e delinea un modello di scuola che favorisca l’integrazione. Si tratta innanzitutto di un istituto che deve accogliere tutti, senza alcuna esclusione; le classi dovrebbero essere di massimo 15-20 alunni, il numero di studenti portatori di handicap viene deciso dai docenti insieme agli specialisti.

Con questa circolare viene introdotta una nuova concezione di insegnamento: non c’è più il singolo insegnante, abbandonato a sé stesso con la propria classe, ma è il team dei docenti che lavora in sinergia con l’insegnante specializzato, seguendo da vicino gli studenti con gravi difficoltà e gli specialisti, ovvero, operatori scolastici chiamati a risolvere eventuali problematiche di tipo affettivo-relazionale, inclusivo dell’intera classe.

Si sottolinea che non si parla di una scuola speciale, ma di un modello adottato da tutte le scuole comuni. La presente Circolare, ribadisce inoltre che questa da sola non basta a risolvere il problema dell’emarginazione, il personale scolastico, le famiglie, gli enti locali devono unire le forze affinché l’integrazione scolastica sia possibile.

Un ulteriore passo avanti viene fatto con la Legge n. 517 del 4 agosto 1977 la quale pone in rilievo l’integrazione nelle scuole comuni di studenti portatori di handicap, la presenza di insegnanti specializzati, l’attuazione di servizi e supporto psicologico, pedagogico, soprattutto nelle classi con studenti bisognosi. Viene riconosciuta la possibilità di introdurre attività interdisciplinari che prevedano allo stesso tempo programmi individualizzati. La scuola mira a utilizzare in modo più consapevole le risorse del territorio: non basta il corpo docente, serve l’aiuto di specialisti, enti locali, erogatori di servizi al cittadino, solo così si può sconfiggere l’emarginazione e creare un ambiente accogliente.

Possiamo affermare che il ventennio 1970 – 1990 segna degli importanti passi avanti, gli anni a seguire non sono da meno: ricordiamo ad esempio la Legge n.104 del 5 febbraio 1992, il Decreto del Presidente della Repubblica 9 maggio 1994, n. 487, il Decreto del Presidente della Repubblica 8 marzo 1999, n. 275 ecc.. Non dimentichiamo i diversi provvedimenti giuridici introdotti a livello europeo: Lo Statuto di Salamanca e il Quadro di azione per l’handicap del 1994 dell’UNESCO; La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità del 2006; Le Linee Guida dell’UNESCO del 2009.

In questi anni, si registra un passaggio fondamentale: non si parla più di integrazione, ma di inclusione. Non basta accogliere gli studenti con disabilità, è necessario mettere in atto una didattica più inclusiva, che tenga conto delle diversità, delle necessità di ognuno e crei appunto dei percorsi individualizzati. I riconoscimenti normativi continuano ad arrivare: ad esempio la Legge n.170 dell’8 ottobre 2010, riconosce alcuni disturbi dell’apprendimento specifici denominati DSA. L’inclusione, però, non è uno strumento “pronto all’uso”, ma è un qualcosa da costruire giorno dopo giorno, mattone dopo mattone, tutti insieme, docenti, famiglie, esperti, istituzioni.

A cura di Haidi Segrada e Federica Mascheroni

Haidi Segrada

Haidi Segrada. È Esperta in glottodidattica infantile, counselor pedagogico e formatrice. Esperta in comunicazione pedagogica. Si occupa della supervisione pedagogica e didattica in diverse scuole e strutture educative, sia pubbliche che private. Ha maturato un’esperienza pluriventennale nel mondo della scuola ricoprendo diversi ruoli: docente, consulente, coordinatrice e direttrice. Professore associato presso UniCampus HETG.
E' autrice di testi psicopedagogici e didattici come: “Organizzare l’educazione – profili di metodo nella scuola dell’infanzia”, “La comunicazione empatica nella scuola dell’infanzia”, “Mi prenderò cura di te”, “James the storyteller” e “ACA, Ascolto, Comunicazione, Azione”, co - autrice del manuale universitario “La pratica psicopedagogica: dalle teorie all’intervento educativo” edito da Mimesis. Ha scritto, inoltre, il testo di storia della pedagogia: “Impronte di storia della pedagogia dal settecento ad oggi” e “STEAM per l’infanzia. Esperienze e proposte operative”
Autrice delle raccolte di poesie “Il Tramonto all’Alba” e “Con il vento nel cuore”.
Autrice per Vanilla Magazine. 
Formatore Docente e Progettista certificata AIF (Associazione Italiana Formatori) è ideatrice del Marchio “A.C.A” – Metodo educativo – pedagogico e didattico.
E’ Presidente dell’Associazione “ACA - educazione in rete”.

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