Pedagogia generale, pedagogia speciale, educazione, bambini, concetti strettamente collegati.
Ora parliamo di pedagogia del corpo, che cos’è?
Molti di noi, probabilmente, hanno sempre pensato all’apprendimento come un percorso scolastico basato prettamente sui libri, in questi anni anche su supporti tecnologici come computer, LIM, materiali audio-visivi ecc.
Ebbene, non è proprio così. Il corpo è essenziale fin da quando il bambino è nella pancia della mamma.
La pedagogia del corpo può essere definita come:
“Una cornice di senso all’interno della quale noi possiamo trovare una molteplicità di pratiche a mediazione corporea che vanno dalla psicomotricità alla danza, allo yoga, al teatro. Anche metodi che arrivano da culture diverse dalla nostra. Lo sport.”
La definisce così, Ivano Gamelli, pedagogista, Professore di Pedagogia presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, ideatore e docente di Pedagogia del corpo. Non parliamo di una nuova disciplina da affiancare a quelle già presenti, ma piuttosto di “far emergere un particolare stile educativo e formativo fondato consapevolezza del movimento, su certe ritualità, sulla organizzazione attenta dei luoghi, delle parole, dei gesti, delle posture, dei silenzi.”
Parola chiave: consapevolezza. L’insegnante o educatore dev’essere consapevole dei bisogni dell’allievo e dare a quest’ultimo la possibilità di esprimerli attraverso il proprio corpo. L’obiettivo della pedagogia del corpo è quello di vedere tutte quelle “attività” che coinvolgono il movimento da un altro punto di vista, andando alla scoperta del proprio corpo anche attraverso l’attivazione di tutti e cinque i sensi.
Con “corpo” non ci riferiamo semplicemente all’organismo, a un’oggetto, “l’avere un corpo”, ma qualcosa che noi stessi siamo, le emozioni che proviamo.
Queste relazioni si instaurano già fin da quando il bambino è piccolo: si muove, crea un rapporto di attaccamento con la mamma, imita l’adulto, impara a relazionarsi con il mondo esterno. Costruisce la propria identità. È grazie al proprio corpo che il piccolo impara a stare al mondo.
Per definire meglio la pedagogia del corpo, secondo Gamelli potremmo parlare di tre grandi sotto-categorie: psicomotricità, sensi, narrativa.
La prima si riferisce al rapporto del bambino con il mondo esterno, tiene conto anche dell’aspetto simbolico e sensomotorio. Nasce in Francia, nel Novecento, come pratica educativa attuata da alcuni educatori di “scuole speciali”. Al centro di tutto vi è il bambino con il suo corpo, ogni giorno fa esperienze, conosce il mondo e lo rappresenta. Il compito dell’educatore è quello di osservarlo senza esprimere giudizi, di entrare in contatto con lui e guidarlo nel suo percorso di crescita.
Per la prima volta, negli anni ’70 in Italia si inizia a parlare di nuovi linguaggi, non basati soltanto sulle conoscenze, ma piuttosto sul corpo come “luogo” per fare esperienze, non più qualcosa da controllare.
La seconda sotto-categoria si riferisce ai sensi che oltre vista, udito, tatto, olfatto, gusto inglobano:
“Quello dell’equilibrio, della temperatura e del dolore, della pressione e della fluidità del sangue, il “senso chimico comune” e, soprattutto, la propriocezione (cioè la consapevolezza del nostro corpo. Esistono “sensi del movimento”, sensi dimenticati dalla cultura educativa (Gamelli, 2013). Di più, la percezione sensoriale, la cognizione e l’azione non avvengono – come si è a lungo creduto e da cui discendono i tradizionali sistemi d’insegnamento – in sequenza: le tre funzioni agiscono in modo simultaneo. ”
Gamelli, inoltre, parla del teatro come luogo fatto di sperimentazioni: si parla, ci si muove nel tempo e nello spazio. Per questo ogni educatore dovrebbe creare le proprie lezioni sulla base del teatro per poter creare il giusto contesto.
La terza sotto-categoria viene chiamata “narrativa”, parla del legame tra parola e corpo. Quest’ultimo non può essere un segno linguistico da noi utilizzato per comunicare. Spesso si tende a dividere le parole, da azioni e riflessioni. Solitamente l’esperienza precede l’espressione verbale, ma la stessa narrazione è anch’essa un’esperienza. L’aspetto corporeo si lega al racconto delle esperienze personali, diventano un tutt’uno. Sono linguaggi diversi che entrano in contatto e si combinano tra di loro.
La pedagogia del corpo considera il soggetto nella sua integrità ed evidenzia l’unione tra corpo –mente, come appunto qualcosa di unico, non separato. Pedagogia del corpo e pedagogia speciale trovano un punto d’incontro nella Globalità dei Linguaggi, un metodo pedagogico ideato da Stefania Guerra Lisi, pedagogista, educatrice, arte-terapeuta, saggista italiana.
Innanzitutto, si parla di Globalità dei Linguaggi perché considera l’individuo nella sua globalità, secondo un approccio basato sulla sinestesia, il quale tiene conto dei nostri sensi. Questo metodo si basa su quello che Stefania Guerra Lisi chiama Progetto Persona, dove l’intento è prendersi cura dell’altro, indipendentemente dal tipo di handicap. Alla base di tutto il corpo e l’individuo che si esprime utilizzando linguaggi diversi. Potremmo sintetizzare così: centralità individuo, handicap, comunicazione, esperienze, realtà, sicurezza, apprendimento. Il soggetto dev’essere libero di esprimersi, sperimentare, sentirsi sempre più sicuro e di conseguenza dare vita al processo di apprendimento.
La Globalità dei Linguaggi pone inoltre l’attenzione anche su un altro aspetto: l’osservazione. L’operatore è chiamato a osservare il paziente, analizzare come si muove a seconda degli spazi e l’energia utilizzata. Secondo Stefania Guerra Lisi:
“Il soggetto investe quella stessa parte del suo corpo con una particolare energia rispetto ad uno spazio sia interno emotivo (come il contesto si imprime in lui), che esterno a sé (come si esprime emo-tonico-fonicamente con il corpo e attraverso le sue tracce) ad un tempo con cui si articola l’azione-reazione.
I parametri di decodifica sono:
- Intensità (intesa soprattutto come prendere corpo tonicamente dell’emotività),
- Lo Spazio (a cui dà vita l’espressione di sé: lo spazio apticamente si restringe o si dilata secondo l’azione psicocorporea),
- Il Tempo dell’azione, scandito dalla pulsazione ritmica della scarica bioenergetica personale.”
In questo step è importante capire come il soggetto si relaziona con noi, cosa ci vuole comunicare, il tipo di canale utilizzato, le difficoltà riscontrate, in una continuità corpo – mente che avevamo già accennato prima.
È indispensabile partire dalla ricostruzione delle memorie fisiche e psichiche del feto nel grembo materno, che condizionano le esperienze sensoriali, gli stili espressivi, le risposte date ad alcuni stimoli. Il focus della Globalità dei Linguaggi e della pedagogia speciale sono i bambini affetti da handicap, ricostruendo ciò che abbiamo detto fin qui, queste due “discipline” potrebbero essere considerate complementari. Per poter puntare a una scuola inclusiva è necessario innanzitutto riconoscere le diversità, mettere a disposizione dei supporti tecnologici che vadano incontro alle necessità di ogni singolo studente, ma uno degli aspetti che molto spesso viene sottovalutato, o addirittura escluso dal percorso formativo è il nostro “corpo”, ciò che noi siamo. Il compito degli educatori è quindi osservare i singoli, identificare le difficoltà, ma soprattutto, imparare a conoscere i linguaggi del corpo. Quando le parole faticano ad arrivare, infatti, deve poterci sostenere la relazione e il nostro corpo, ecco perché è necessario, oggi più che mai, parlare dell’importanza della pedagogia del corpo.
A cura di Haidi Segrada e Federica Mascheroni

