La neve sopra Sarajevo: a quaranta anni dalle Olimpiadi invernali “più belle di sempre”

Nel 1984, Sarajevo si trovò al centro del mondo per la prima volta nella sua storia. La decisione di designare la capitale della Repubblica Socialista di Bosnia ed Erzegovina, come sede dei XVI Giochi Olimpici Invernali, fu annunciata il 18 maggio 1978 durante l’80ª sessione del Comitato Olimpico Internazionale (CIO) ad Atene. Le alternative erano Sapporo in Giappone e Göteborg in Svezia.

Questi erano i secondi Giochi olimpici assegnati a un paese socialista, dopo Mosca 1980, e i primi in assoluto invernali. In Jugoslavia giunsero 1.272 atleti provenienti da 49 paesi (998 uomini e 274 donne). Furono costruite nove arene in città e nelle montagne circostanti, tutte successivamente danneggiate o distrutte durante l’assedio. Secondo l’allora presidente del Comitato Olimpico Internazionale, Juan Antonio Samaranch, i Giochi olimpici invernali di Sarajevo 1984 furono quelli con l’organizzazione più impeccabile della storia.

Sul monte Trebević la pista di Bob è oggi una attrazione per comitive di turisti curiosi. Tra quelle montagne si scrissero alcune tra le pagine più cruente delle guerre balcaniche e la pista, spariti gli slittini, divenne prima una postazione d’artiglieria e poi una enorme tela, colorata da generazioni di writer. Il podio di cemento, originariamente destinato alla premiazione degli atleti, venne successivamente utilizzato come luogo per le esecuzioni da parte delle truppe assedianti. La Sala Olimpica Zetra, dove si tenne la cerimonia conclusiva dei Giochi, durante l’assedio venne trasformata in un obitorio e poi in un’area di stoccaggio delle forniture ONU. Oggi è tornata a nuova vita, come spazio per fiere e concerti. Al suo interno, un piccolo museo (https://www.facebook.com/profile.php?id=100064097822472) , ripercorre le tappe di quei giorni incredibili.

Nel 1984 erano passati ormai quattro anni dalla morte dei Tito, che fortemente aveva voluto la kermesse olimpica: quell’evento doveva mostrare al mondo il nuovo corso della Jugoslavia e il successo di quella terza via, alternativa sia all’Occidente che all’Unione Sovietica, che per un certo periodo sembrò davvero sul punto di convincere tutti. A differenza delle Olimpiadi di Mosca 1980 e di quelle di Los Angeles (che si sarebbero tenute l’estate stessa del 1984) a Sarajevo parteciparono sia gli atleti russi che quelli americani: Sarajevo come il trionfo del “non allineamento”, un messaggio di unificazione e fraternità tra i popoli che arrivava dalla città più multietnica di Europa. Una narrazione che sembrava poter resistere ancora a lungo ma che invece rivelerà tutte le proprie fragilità solo pochi anni più tardi, quando Misolevic, sulla piana dei Merli, pronunciò il celebre discorso di Gazimestan che – di fatto – preannunciava un decennio di guerre e tribolazioni.

La mascotte ufficiale dei Giochi olimpici invernali di Sarajevo 1984 era Vučko, un simpatico lupo, dallo sguardo forse un po’ inquietante. La proposta per la mascotte venne presentata dal pittore sloveno Jože Trobec e Vučko vinse una gara in cui la concorrenza – a dire il vero – non era granché, tra palle di neve, camosci e agnelli. La mascotte voleva contribuire a riposizionare l’immagine del lupo come un animale affabile, in contrasto con l’idea tradizionale di un predatore sanguinario. Si racconta che il successo di vendita dei souvenir di Vučko non siano stato ancora superato da nessuna altra mascotte delle successive edizioni olimpiche. 

I gadget nei Balcani si vendono ancora, ma oggi fanno leva “jugonostalgia” e non più sullo sport.

Nello shop di “Yugo Dream”, 53 mila follower su Instagram (https://www.instagram.com/yugo.nostalgia/) si vendono online articoli ispirati all’iconografia balcanica dal 1945 al 1991 e disegnati da “creator” più o meno nostalgici. Tra i prodotti più venduti la t-shirt con la pista di bob delle Olimpadi del 1984, quella dedicata allo sci nordico e quella “Yugo Boss“.

Negli ultimi decenni, si è diffusa l’idea che Tito fosse stato l’unico in grado, per quasi cinquant’anni, di mantenere la coabitazione e la pacificazione forzata di popoli diversi. Dopo decenni dalla sua scomparsa, molti conservano un forte attaccamento al Paese che non c’è più e rimpiangono la sua disgregazione: il memoriale del dittatore a Belgrado è una delle attrazioni più visitate dei Balcani, dove gran parte delle persone fa ancora fatica a spostarsi, visto che il passaporto serbo e bosniaco preclude l’accesso a molti paesi del mondo, come invece consentiva quello, ben più forte, della Jugoslavia unita. La nostalgia è un sentimento diffuso specialmente in Bosnia, paese lacerato dagli accordi di Dayton che – di fatto – cristallizzarono la mappa già partorita dalla mente di Radovan Karadzic: un puzzle di territori in cui la Federazione di Bosnia ed Erzegozina, croata e musulmana, convive forzatamente con la Repubblica Srpska, avamposto più estremo dell’orgoglio serbo.

In Bosnia il 77% delle persone pensa ancora che la disgregazione della Jugoslavia sia stata più un danno che un beneficio. Una percentuale che sale all’81% in Serbia. Se una vera integrazione nell’Unione Europea può essere l’unica via verso una moderna pacificazione, questa risulta ancora troppo lunga e tortuosa. Partire da una roadmap europea, che non sia umiliante per nessuna delle parti coinvolte, sembra davvero l’unica soluzione prima che possano riprendere a soffiare nuovi venti di guerra e secessione. All’aeroporto di Sarajevo il lupo Vučko è tornato, e accanto a lui c’è la mascotte di Parigi 2024. “Keep the flame alive”, recita lo slogan dell’account ufficiale del 40esimo anniversario dei giochi (https://www.instagram.com/sarajevolympicweek/). Un post recita: “Celebrando il passato, stiamo costruendo il futuro, ed è proprio questo il messaggio della settimana olimpica di Sarajevo, quella che vogliamo rimanere testimoni di tutto quello che facciamo e di quello che dobbiamo ancora fare”. Chissà che sia il giusto auspicio per il futuro.  


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