La Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi: storia del Caravaggio scomparso

Certamente non in molti erano a conoscenza di quel quadro, incastonato sull’altare maggiore dell’Oratorio di San Lorenzo, alla Kalsa di Palermo, quartiere centrale della città siciliana, un mandamento ad altissima densità mafiosa in quegli anni. E probabilmente anche in pochissimi conoscevano la biografia dell’autore dell’opera, Michelangelo Merisi, il Caravaggio (1571-1610), e il valore della tela conservata all’interno del luogo di culto di stile barocco costruito già nella seconda metà del Cinquecento.

Almeno fino all’autunno del 1969, quando tutti i palermitani scoprirono l’importantissima opera d’arte che si trovava a pochi passi da loro e che fino a quel momento avevano ignorato o non avevano considerato nella giusta misura.

Una intrigante ipotesi vorrebbe che il popolo palermitano venne a conoscenza del capolavoro conservato nell’Oratorio attraverso la televisione, grazie a un programma Rai dal titolo “Capolavori nascosti” che informava ogni settimana i telespettatori del grande patrimonio artistico celato nelle città italiane.

Navata dell’Oratorio di San Lorenzo

Fotografia di Stendhal55 – Opera propria condivisa via Wikipedia con licenza CC BY-SA 4.0

In una puntata della trasmissione, in quell’autunno del 1969, si parlò proprio della “Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi”, opera del Caravaggio custodita nel luogo di culto vicino alla Basilica di San Francesco d’Assisi, nel mandamento popolare di origine araba della Kalsa, tra piccole piazze, botteghe, casupole e palazzi storici in disfacimento.

Potrebbe essere stato proprio quello il momento in cui i ladri iniziarono a progettare il furto.

La “Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi” era una tela a olio, databile al 1609, tra le ultime opere del Caravaggio, grande 268 centimetri per 197. Essa rappresentava la scena della natività di Gesù, con Maria, con la mano poggiata sul ventre dolorante, rapita dal pargolo adagiato su uno scarso cumulo di paglia, e con Giuseppe, distratto invece dalla venuta alla sua destra di San Lorenzo e San Francesco d’Assisi. Una scena ariosa, distante dalla tradizione, come di consueto per il pittore lombardo, completata da un angioletto che plana dalla sinistra, il cui braccio è avvolto da una fascia con su scritto “Gloria in Eccelsis Deo”, Gloria a Dio nel più alto.

Come scrisse nell’Ottocento Vincenzo Mortillaro nel volume “Guida per Palermo e pei suoi dintorni”, la tela si trovava nel piccolo oratorio già nell’immediato della sua realizzazione, quindi da oltre 350 anni.

Ritratto di Caravaggio di Ottavio Leoni, 1621 ca. (Firenze, Biblioteca Marucelliana)

Fotografia di Ottavio Leoni – milano.it di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Nell’anno 1609, il penultimo della sua travagliata esistenza, di fatti, Michelangelo Merisi si trovava nella città di Palermo, angustiato dalla condanna a morte che si portava appresso per il famoso delitto del ternano Ranuccio Tomassoni, compiuto tre anni prima, nel maggio del 1606, per un banale litigio scoppiato durante una partita a pallacorda. Per quell’episodio Caravaggio era stato costretto a fuggire da Roma, trovando rifugio prima sull’isola di Malta, dove era finito anche in galera per aver ingiuriato un cavaliere, e poi in Sicilia, prima di chiudere la sua vita, a soli trentanove anni, a Porto Ercole, nella Maremma Grossetana, il 18 luglio 1610.

L’opera rimase solitaria nell’Oratorio per tutto il Seicento, fin quando all’inizio del secolo successivo la tela fu circondata da una serie di sculture del maestro stuccatore Giacomo Serpotta, dei “teatrini” che raffigurano le gesta dei santi Lorenzo e Francesco d’Assisi e di altri putti di carattere allegorico.

Statua del Serpotta raffigurante la Virtù Costanza

Fotografia di Effems – Opera propria condivisa via Wikipedia con licenza CC BY-SA 4.0

Arriviamo dunque al furto dell’opera, il giorno in cui Palermo, città arabo-normanna, crogiolo di culture e religioni, perse inerme una inestimabile fonte di bellezza e attrazione turistica che avrebbe sicuramente portato nei decenni successivi, anni in cui la sensibilità verso le arti e lo spazio offerto dai media all’arte hanno avuto una enorme impennata, dei considerevoli benefici di immagine e natura economica.

La “Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi” fu trafugata in una notte di tempesta tra venerdì 17 e sabato 18 ottobre del 1969 da un paio di piccoli delinquenti che non faticarono neppure troppo per irrompere all’interno della chiesa, staccare la tela dall’altare principale e arrotolarla in un tappeto per poi portarla via chissà dove. Di allarmi, telecamere e guardiani notturni non ve ne era neppure l’ombra e il furto fu scoperto soltanto nel pomeriggio di sabato, molte ore dopo la ruberia.

Le prime indagini furono perciò confuse e senza elementi chiari da cui partire: si pensò subito a un colpo compiuto dalla criminalità locale, ma non si tralasciò l’eventualità che la tela fosse stata asportata dall’Oratorio da una banda internazionale specializzata in furti d’arte. Mentre gli inquirenti brancolavano nel buio più profondo, scaturirono una serie di accuse rimpallate tra le autorità, dalla sovrintendenza delle Belle Arti agli ecclesiastici del luogo di culto: la prima perché non avrebbe imposto e i secondi perché non avrebbero richiesto mai l’adozione di misure di sicurezza per preservare il prezioso dipinto.

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Dal lunedì seguente, la notizia comparse su tutti i giornali nazionali e le stime sul valore dell’opera si sprecarono arrivando, secondo alcune testate, a superare anche il miliardo di lire, un miliardo di lire del 1969: soldi veri.

L’inchiesta per il ritrovamento della tela fu affidata al neonato nucleo tutela del patrimonio artistico di Roma, ma il caso rimase ugualmente complicato, vuoi per la omertà, dettata dalla paura, dei cittadini onesti, vuoi per il capillare controllo che Cosa Nostra aveva a quel tempo sugli affari della città di Palermo e della Sicilia tutta.

La Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi del Caravaggio

Fotografia di Caravaggio – caricata da Cuppoz di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Fu però proprio tramite Cosa Nostra e in specie attraverso i primi collaboratori di giustizia che tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta, due decenni dopo il furto, si riuscì a capire qualcosa sulla faccenda.

Fu in questi anni che emerse che il quadro, rubato sì da alcuni esponenti minori della criminalità locale e inizialmente nascosto in una fabbrica abbandonata, pervenne presto però nelle mani della Cupola, informata proprio dalla stampa del valore inestimabile della tela. Si ipotizzò che la “Natività” di Caravaggio passò prima nei lussuosi appartamenti di Stefano Bontate, detto il Principe di Villagrazia, boss amante del bello, la cui uccisione nel 1981 fece scoppiare la seconda guerra di mafia; poi nelle mani meno avvezze a oggetti d’arte di Gaetano Badalamenti, tra i più potenti capi di Cosa Nostra.

Secondo questa ricostruzione, il quadro rimase comunque poco a Palermo, giungendo già nel 1970 in Svizzera dove fu venduto sul mercato nero d’arte e mai più ritrovato.

Un’altra ipotesi, avallata da diverse rivelazioni, vorrebbe che la tela, arrotolata dai malviventi che la rubarono dalla parte interna, si fosse irrimediabilmente rovinata già durante il trasporto dall’Oratorio al primo luogo di “detenzione”. Una volta scoperto il disastro, il dipinto sarebbe stato quindi distrutto.

Altre fantasiose tesi vedrebbero invece il capolavoro caravaggesco nascosto in una stalla e accidentalmente divorato da topi e maiali, fungere da scendiletto del celebre boss di Cosa Nostra Totò Riina o addirittura utilizzato come contropartita nel corso della trattativa Stato-Mafia. Supposizioni che non hanno mai trovato una solida base su cui poggiarsi.

Tra i capolavori dell’arte più ricercati al mondo secondo l’FBI, quello della “Natività” di Caravaggio – oggi valutata tra i venti e i trenta milioni di euro – è uno dei più famosi crimini della storia dell’arte, assieme a quello del famoso “Urlo” di Edvard Munch e dei due Van Gogh, quadri poi ritrovati, e al più recente colossale furto dei dipinti di Pablo Picasso, Salvador Dalí, Henri Matisse e Claude Monet trafugati nel 2006 al Museu da Chácara do Céu di Rio de Janeiro.

La copia oggi presente nell’Oratorio

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Fotografia di Salvo Loiacono – opera propria condivisa via Wikipedia con licenza CC BY-SA 4.0

Quella che ora si trova sull’altare dell’Oratorio di San Lorenzo alla Kalsa, circondata dagli eleganti stucchi del Serpotta, è soltanto una riproduzione perfetta dell’opera, realizzata nel 2015. L’originale si trova chissà dove, sperando che non sia stata realmente distrutta, come tanti, oramai, dopo più di mezzo secolo dalla scomparsa, temono. Sulla fine della “Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi” di Caravaggio rimangono innumerevoli fantasie e un alone di mistero, come era solito fare nelle sue opere anche lo stesso geniale autore del capolavoro rubato.

Il misterioso furto della “Natività” di Palermo ha ispirato l’intricato caso al centro del romanzo “Una storia semplice”, ultima opera di Sciascia, appassionato e contraddittorio narratore della sua terra, dei suoi drammi, delle sue bellezze.

Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si occupa di editoria e giornalismo. È vicepresidente di Glicine associazione e rivista, autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".