I primi processi attestati per stregoneria si svolsero intorno al 1400. La “canonizzazione” dei fondamenti sulla stregoneria e l’inquisizione fu sancita, però, dalla pubblicazione del Malleus Maleficarum nel 1486. Il trattato fu redatto dai domenicani Heinrich Kramer e Jacob Sprenger.

Tra il 1500 e il 1600, la persecuzione in Europa portò a circa 12.000 condanne a morte. Molti documenti sono andati perduti e quindi le vittime sono da considerarsi, verosimilmente, molte di più.

La “caccia alle streghe” si estese principalmente in Europa Centrale: in Germania, Francia, Svizzera… e in seguito oltreoceano nel New England (specialmente nell’odierno Massachusetts). In Italia meridionale, i tribunali civili imposero pene severe solo in casi isolati, però è da lì che nacquero molte tradizioni, terminologie e immagini legate alla stregoneria. In special modo, un posto di primo piano fu assunto dalle famose “Streghe di Benevento”.

Benevento parve essere la meta preferita delle streghe di mezza Europa

Sotto un noce imponente, le streghe si radunavano a Benevento per il Sabba… dopo aver raggiunto in volo la località grazie a un unguento magico con il quale aspergevano il loro corpo nudo.

Da dove nasce questa leggenda? o sarebbe corretto parlare di storia?

In territorio Sannita, e anche tutto intorno nelle zone dell’Italia centrale e meridionale, si sente ancor oggi parlare delle Janare.

Il termine janara proviene probabilmente da dianara (sacerdotessa di Diana), o dal vocabolo latino ianua (porta).

La dea Diana associata alla Luna, in un’opera del Guercino (1658):

Le Janare sono delle donne che hanno fatto un patto con il maligno: di giorno sembrano delle persone comuni, ma il loro sguardo tutto osserva e annota. Di notte, queste Janare perdono le sembianze umane e si trasformano in entità disgustose: capelli disordinati, occhi demoniaci, pelle rugosa e lunghi artigli a mani e piedi scalzi. Le Janare, con il favore delle tenebre, escono dalle loro case e si recano in volo davanti all’abitazione della malcapitata famiglia prescelta.

Janare intorno al Noce di Benevento:

Riguardo al volo si parla di scope, ma nelle tradizioni folkloristiche si dice chiaramente che le Janare entrano nelle stalle e rubano le giumente per cavalcarle nel cielo notturno. La Janara lascia poi una treccia nella criniera dell’animale che è il simbolo inoppugnabile del “tocco” della Janara. Se il cavallo poi è il tuo, allora, c’è da preoccuparsi ancora di più: hai il malocchio. Le sorti della bestia cavalcata, beh, sono ovviamente, il più delle volte, nefaste.

La Janara s’infila sotto le porte (ed ecco il collegamento con la ianua), attraverso il buco della serratura. L’unico modo per fermarla è mettere una scopa di saggina davanti a tutte le porte: la Janara è costretta a contare ogni singolo filo della scopa, uno a uno. L’arrivo dell’alba fa poi scappare la Janara che non riesce mai a finire il suo conto in tempo. La Janara di giorno, ricordiamo, è una persona pressoché normale e segna nella sua mente i nomi di chi meriterà la sua vendetta.

I bambini sono le vittime per eccellenza: la Janara si sfoga sui piccoli delle famiglie oggetto del suo cieco odio; si mette sul loro petto e li soffoca, li tormenta. Anche l’infertilità, gli aborti e le morti in culla sono fenomeni spesso associati all’opera demoniaca della Janara. Sale, formule antimalocchio: ogni famiglia ha il suo segreto.

La Janara è solo uno dei “nomi” attribuiti alle creature nate dalla storia, dalla società e dalla conformazione stessa di quei territori. Molti topoi legati alla stregoneria, non solo nostrana, devono la loro origine a Benevento e a chi collegò primamente quest’area ad un albero, a un rito, a un simbolo. Anzi, a innumerevoli simboli.

La prima attestazione completa di tutti gli elementi legati alle “Streghe di Benevento” è da ricondurre alla figura di Matteuccia di Francesco da Todi.

Matteuccia da Todi fu processata nel 1428. La donna venne condannata perché “donna di pessima condizione, vita e fama, pubblica incantatrice, fattucchiera, maliarda e strega”.

Sotto, immagine dal processo alle streghe di Salem:

La “strega” attirò l’attenzione perché aveva guadagnato una grande notorietà poiché a lei si rivolgevano molte persone anche di rango elevato. Queste donne additate a streghe erano spesso delle guaritrici che conoscevano i segreti delle erbe: se ne servivano per curare, per procurare aborti o addirittura per liberare i posseduti. Quest’ultimo aspetto non le rendeva di certo degne di plauso ma le avvicinava ancor di più alla figura del maligno.

Come riportato negli atti del processo, tra gli ingredienti utilizzati da Matteuccia figurano oggetti consacrati, ossa di animali e di cadaveri: di questi ultimi impiegava anche il grasso corporeo, il che, all’epoca, era anche comprensibile dato che il grasso umano era un ingrediente primario per saponi e altri preparati. La questione, però, non si limita a preparati e oggetti: Matteuccia ammette il consumo di sangue di infante. Di neonati sacrificati si parlò spesso nell’oscuro scenario inquisitorio.

Negli atti del processo a Matteuccia da Todi si parla in particolare di cinque omicidi: si riportano i nomi dei genitori degli infanti e i luoghi dove i terribili atti sarebbero stati compiuti. Nel documento, i giudici non sembrano dubitare minimamente della veridicità degli eventi raccontanti. All’epoca la chiesa, invece, tendeva ad associare questi racconti ad allucinazioni, a prodotti mentali indotti dal maligno.

Il vescovo San Bernardino da Siena, già presente dal 1426 nei territori tra Spoleto, Montefalco e Todi, s’impegnò anche nel perseguire la famosa Matteuccia. Per San Bernardino i terribili eventi raccontati erano frutto di illusioni demoniache, per il tribunale laico non vi erano dubbi sulla veridicità degli omicidi e delle nefandezze “confessate” da Matteuccia.

Il tribunale che perseguì la donna fu guidato da Lorenzo de Surdis, insieme a dei giurisperiti.

La donna è negli atti definita “incantatrice”, “fattucchiera e maliarda”, e questo è da collegare alla sfera erotica che spesso è il terreno privilegiato delle accuse rivolte a molte figure femminili identificate come pericolose, probabilmente il più delle volte per motivi sociali e soprattutto privati o personali.

Senza mezzi termini Matteuccia è definita, in definitiva, una “striga”

La donna, come abbiamo detto, era al servizio di molti potenti ed è da annoverare sicuramente uno “stipendiato” del famosissimo e potente condottiero e capitano di ventura Braccio da Montone, il quale era coinvolto in molte questioni di potere del tempo: come sempre alla base delle persecuzioni sono da riscontrare sottesi interessi politici.

Il fatto che Matteuccia fosse una “striga” di professione fu considerato molto grave da parte del tribunale. La donna disfaceva fatture ma ne compiva altrettante: per guarire un paralitico lavava con un decotto il malato e poi gettava l’acqua per strada, in questo modo la fattura andava ad infettare il primo malcapitato che si trovava a passare da quelle parti.

Fra le formule attribuite alla donna una resterà celebre nei secoli:

Unguento, Unguento

Mandame a la noce de Beniviento.

Supra aqua e supra ad vento

et supra ad omne maltempo

Da Todi, nell’odierna provincia di Perugia, la strega si recava ai Sabba di Benevento.

Sotto, Obelisco egizio presente nel centro di Benevento. Fotografia di Phil Tizzani condivisa con licenza Creative Commons 2.0 via Wikipedia:

Queste indicazioni vengono poi ripetute, con lievi varianti anche da altre “streghe” inquisite.

La specifica è curiosamente presente anche negli atti di un altro processo perugino. Nel 1456 una certa Mariana ripresentò la formula con lievi varianti:

Unguento, menace a la noce de Menavento sopra l’acqua et sopra al vento.

Benevento come meta dei Sabba è un elemento ricorrente in molti processi di stregoneria. Questa nefanda fama è da attribuire ad alcuni fatti storici che riguardano il Beneventano.

I Longobardi governarono su questi luoghi per cinquecento anni, a partire dal VI secolo. Nonostante questi popoli si convertirono al Cristianesimo continuarono a praticare dei riti pagani, in particolare legati al culto di Iside. Per i pagani gli alberi erano entità sacre e sotto e per essi si entrava in contatto con le divinità. Anche i corsi d’acqua erano legati a fenomeni “magici” e mistici. Lungo le rive del fiume Sabato le donne raccoglievano erbe medicamentose, ma anche piante allucinogene come aconito e belladonna. I Longobardi praticavano riti in apparenza forti, quasi violenti. Quelle donne sole e curiose potevano assistere ai riti, avvicinarsi e anche concedersi ai conquistatori.

La storia e le occorrenze sociali sono sempre la base per gli echi che nei secoli vanno a creare le leggende. I suddetti riti pagani sono attestati da diverse testimonianze ed è da ricordare come nella VITA BARBATI, contenente la vita del vescovo Barbato che si adoperò in quelle terre tra il 663 e il 682, sia raccontato l’abbattimento di una “nefanda arbor”: probabilmente una delle piante incriminate di essere il luogo del culto di Iside e magari di qualche unione carnale dettata solo dalla necessità del momento. Non si parla, però, specificatamente di un noce. La prima attestazione di questa informazione è da ricondurre a Matteuccia da Todi.

Matteuccia fu bruciata sul rogo il 20 marzo del 1428. Di lei non si conoscono molti dettagli; resta però sulla sentenza una macabra “reliquia”: sul documento vi è un disegno sul margine della carta che riporta una donna con i capelli scompigliati (tipico dettaglio attribuito alle streghe, e anche alle Janare), mentre incanta con una bacchetta un animale di piccole dimensioni.

Documenti del processo: Mammoli Domenico (a cura di), Processo alla strega Matteuccia di Francesco (Todi, 20 marzo 1428), 1969.

Francesca Lucidi
Francesca Lucidi

Sto a gambe incrociate tra lo Zen e il Rock n’ Roll: tra la ricerca del vuoto illuminato e la passione per un rumoroso “Tutto” da cui farmi avvolgere. Dopo tutti gli studi comandati, ho incorniciato al muro la mia grande voglia di “Incontrare”.