L’archeologo Arnaldo Gonzales Cruz deve aver provato la stessa eccitazione avvertita da Howard Carter quando, attraverso un piccolo foro, aveva visto per primo le “cose meravigliose” contenute nella tomba inviolata di Tutankhamon.

Il contesto è diverso e anche l’epoca non è più quella degli avventurosi scavi condotti in Egitto agli inizi del ‘900, eppure la scoperta della misteriosa Tomba della Regina Rossa, nella città Maya di Palenque, richiama in qualche modo quella della tomba di Tutankhamon.

Il Tempio XIII a Palenque

Immagine di Anagoria via Wikimedia Commons – licenza CC BY 3.0

L’accesso alla tomba viene scoperto in modo un po’ fortunoso in entrambi i casi: in Egitto è un ragazzino addetto al rifornimento dell’acqua a vedere per caso il primo gradino della scala che scendeva verso la tomba del faraone, mentre a Palenque, nel 1994, è un’archeologa alle prime armi, Fanny López Jiménez, a notare una piccola crepa nella scala del Tempio XIII, una piramide a gradoni alta circa 12 metri.

Aiutandosi con una torcia e uno specchio, Jiménez riesce a scorgere quello che sembra uno stretto cunicolo.
La squadra di ricerca dell’istituto Nazionale di antropologia e Storia del Messico, guidata da Arnaldo Gonzales Cruz, inizia a scavare e individua un varco, chiuso da pietre, nel secondo livello della Piramide. Dopo aver liberato l’accesso, gli archeologi si trovano in uno stretto corridoio, invaso da detriti, che pare condurre al centro del Tempio. Quel cunicolo porta a un altro corridoio ben conservato, lungo 15 metri, sul quale si affacciano tre camere, due vuote e senza porte, mentre una è chiusa con un muro di pietre che mostra ancora tracce di stucco e di pigmenti colorati.

L’accesso alla stanza del sarcofago

Immagine di Wolfgang Sauber via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

Si tratta evidentemente dell’accesso a una camera inviolata da secoli, che custodisce certamente qualcosa ritenuto importante dai Maya. Cruz non può demolire quel muro, perché rischia di danneggiare eventuali decorazioni poste all’interno, così decide di praticare un piccolo foro, di 15×15 centimetri, per guardare dentro la camera.

Alla luce di una torcia elettrica, e non di una candela come Carter, Cruz vede una piccola stanza (3.8 x 2,5 metri) con un tetto a volta di pietra. Nota che non ci sono dipinti sulle pareti e che la camera è occupata quasi interamente da un sarcofago di pietra calcarea, intorno al quale sono sparsi oggetti di ceramica.
A quel punto la squadra di archeologi decide di rimuovere con grande cautela le pietre che impediscono l’accesso: sono le prime persone a mettere piede in quella camera dopo 1300 anni.

Il sarcofago aperto

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Immediatamente notano due scheletri che giacciono sul pavimento della stanza. Si tratta dei resti di un bambino di circa 11-12 anni e di una donna intorno ai 30, che presentano entrambi i segni di una morte violenta. Sono probabilmente le vittime di un sacrificio, destinate ad accompagnare l’occupante del sarcofago nel viaggio verso lo Xibalba, il “Luogo della Paura”, il mondo sotterraneo governato dalle divinità della morte.

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Il sarcofago, ricavato da un unico blocco di roccia calcarea, è sigillato da una grossa lastra di pietra. Il tutto era probabilmente dipinto con pigmento rosso, portato via dall’umidità nel corso dei secoli. Sul coperchio della tomba c’è un piccolo foro, chiamato dagli archeologi psicodotto: un’apertura che rendeva possibile la comunicazione tra l’anima del defunto e il mondo esterno, quello dei vivi.

La tecnologia del 1994 consente a Cruz di guardare dentro al sarcofago attraverso quel foro, con una telecamera, grazie alla quale intravede dei resti umani. Una volta sollevata la pesantissima lastra di pietra, operazione che ha richiesto quattordici ore di lavoro, gli archeologi si trovano di fronte a una cosa inaspettata. I resti umani, la maschera funeraria e ogni cosa all’interno del sarcofago è ricoperto da una uno strato di polvere rossa, il cinabro (solfuro di mercurio).

Gli studi condotti successivamente hanno dimostrato che quel corpo apparteneva a una donna di circa 50/60 anni, ribattezzata la Reina Roja, la Regina Rossa. Perché certamente quelli erano i resti di un personaggio importante dell’élite Maya, sepolta con molti oggetti di giada, e poi perle, conchiglie, ossa, che al momento della sepoltura dovevano essere gioielli (collane, orecchini, braccialetti).

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Sul viso, la Reina Roja aveva una maschera di malachite e intorno alla testa un diadema di giada. Il corredo funebre, che comprendeva anche una minuscola statuetta di pietra adagiata in una conchiglia, ha da subito fatto capire l’importanza della donna, sepolta tra il 600 e il 700 d.C.

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La piramide eretta per conservare i suoi resti sorge proprio a fianco della più grande Piramide delle Iscrizioni, la tomba del più importante sovrano di Palenque, Pakal il Grande, che regnò tra il 615 e il 683 d.C.

Piramide delle Iscrizioni e, a destra, il Tempio XIII

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Molte ipotesi sono state fatte sull’identità della Reina Roja: in un primo tempo si era pensato trattarsi la madre di Pakal, che peraltro aveva affiancato il figlio nel governo per alcuni anni. L’esame del DNA ha però escluso qualsiasi parentela fra la misteriosa signora rossa e il grande sovrano.

I gioielli funebri della Reina Roja

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Gli archeologi oggi sono convinti che la Reina Roja fosse proprio la moglie di Pakal, Ix Tz’akb’u Ajaw (nonna dell’ultimo sovrano Maya), arrivata a Palenque da una città vicina proprio per andare sposa al sovrano, nel 626 d.C. La prova definitiva potrebbe arrivare solo con il ritrovamento dei resti dei due figli di Ix Tz’akb’u Ajaw e Pakal, sepolti probabilmente in qualche tempio ancora inesplorato nella grande città maya.

Pakal il Grande

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La Reina Roja riposa oggi a Palenque, ma non nel Tempio XIII, troppo umido per conservare ancora a lungo i suoi resti. Se non altro, dopo tante analisi e studi condotti in laboratori specializzati, la misteriosa donna è tornata nella sua Lakam Ha (come i Maya chiamavano Palenque), circondata da una giungla certamente molto amata e lambita dalle acque del fiume Usumancita.

La sua bellissima città, resa grande e potente proprio da Pakal e poi dai suoi due figli, finì per essere gradatamente abbandonata fin dal X secolo. Protetta per secoli dalla giungla, fu riscoperta nel 1773 e oggi è un sito Patrimonio dell’Umanità, protetto dall’UNESCO.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.