La prima volta che ho sentito parlare della misteriosa città di Rama mi trovavo in una bocciofila di Bussoleno, nella Bassa Valle di Susa. Qui, tra lo schioccare delle sfere d’acciaio e il tintinnare dei bicchieri di vino, Alessandro e Sara, due cari amici, mi parlarono di una città leggendaria, misteriosamente scomparsa, che sorgeva, in tempi remoti, nella valle.

Mi raccontarono di un contadino che, intento a dissodare la propria vigna con un palanchino, all’improvviso sentì la pesante asta di ferro sfuggirgli di mano, come risucchiata nel buco che stava faticosamente scavando nel terreno, e atterrare con un clangore diversi metri più sotto. Allargando il varco che aveva fortuitamente aperto, il contadino si affacciò su una sala sotterranea o forse sul corridoio di una città dedalica e misteriosa, antica come il vento e le montagne, che in tempi remoti si estendeva per chilometri.

I miei amici non seppero dirmi di più sugli sviluppi della vicenda, né sui ritrovamenti fatti dal contadino nella sala ipogea, ma quelle poche parole, gettate lì quasi per caso tra un bicchiere di arneis e una partita a freccette, infiammarono la mia fantasia: mi vennero in mente Ferdinand Ossendowski e René Guenon, che raccontano di passaggi segreti sotto al deserto dei Gobi, attraverso i quali deambula il Re del Mondo con il suo misterioso corteo. All’improvviso le note del tema di Indiana Jones si fecero strada nel mio cervello.

Da allora sono trascorsi un paio d’anni, durante i quali, occasionalmente, ho fatto ricerche e raccolto testi. Quello della città preistorica valsusina è un mito nebuloso, sfuggente, restio a lasciarsi indagare: ricercare sul tema è come arrampicare su una parete scivolosa, disseminata di falsi appigli che, non appena afferrati, si sgretolano tra le dita. E così, a fatica, di sito in sito, di libro in libro, ho messo insieme qualche tassello: certo, Rama rimane tutt’ora un mistero, ma almeno ho provato a raccontarlo.

Che cos’è Rama?

“Un’altra tradizione è l’esistenza di una antichissima città alle falde del Roc-Maol [antico nome del monte Rocciamelone, in Val Susa n.d.r.] sparita sotto il terreno di alluvione tra i torrenti di Foresto di Chianoc [Chianocco n.d.r.] e Bruzolo”

La Valle di Susa vista dalla Sacra di San Michele. Fotografia condivisa con licenza CC BY-SA 4.0 via Wikipedia. Il monte Rocciamelone (3538 m) domina la Valle di Susa (provincia di Torino) attraverso la quale l’Autostrada del Frejus conduce al tunnel del Frejus:

Le parole citate provengono da uno strano libretto pubblicato nel 1893 da Matilde Dell’Oro-Hermil (1843-1927), con il titolo di “Roc-Maol e Mompantero (Sue leggende e suoi abitanti)”. Il testo è un curioso miscuglio di esoterismo, antropologia ingenua ed etimologie strampalate, con le quali l’autrice, proveniente da Susa, cerca di spiegare le origini arcaiche dell’area del Rocciamelone, riconducendole a migrazioni antidiluviane. Ci sono passaggi tragicomici, in cui l’autrice cerca di ricondurre la fisionomia dei montanari valsusini a tratti negroidi, per rafforzare l’ipotesi di una migrazione dall’India di una “razza nera versatissima nelle scienze esatte ed occulte”. Senza volerci addentrare in una critica dettagliata del testo, si può senza dubbio affermare che la logica stringente e la consequenzialità degli assunti non siano tra i suoi punti di maggiore forza.

Ciononostante, e forse proprio grazie a ciò, il libro della Dell’Oro-Hermil conserva un certo fascino, perché riflette le tendenze culturali piemontesi fin de siecle, pervase da inquietudini metafisiche che, fuoriuscendo dall’alveo della tradizione cattolica, si disperdevano in rivoli sincretistici ed esotici. Spiritismo, teosofia, occultismo trionfavano nei salotti esoterici torinesi e le parole della Dell’Oro-Hermil ne rispecchiano i fasti. Non a caso, l’autrice era in contatto epistolare con il celebre occultista francese Alexandre Saint-Yves d’Alveydre (1842-1909), citato da René Guenon nell’apertura del suo celebre “Il re del mondo” come primo teorico di un centro iniziatico misterioso dal nome di Agarttha. Il Saint-Yves era anche noto come reazionario teorico della “sinarchia”, sistema politico rigido e conservatore contrapposto all’anarchia. Molto spesso, i cultori della Tradizione non hanno idee progressiste.

Un articolo dell’8 Aprile del 1975 della Stampa parla della città di Rama:

Ma torniamo alla città di Rama: di essa, si racconta nell’opuscolo, “rimangono solo più poche case, o meglio solo alcune casette là dove fu uno dei punti della preistorica città; di essa si dice con vanto melanconico che i suoi portici andavano per tutta la larghezza della valle, da Bussoleno alle ghiaie di Bruzolo”.

Volendo prendere alla lettera le parole della scrittrice valsusina, Rama era un insediamento abitativo di tutto rispetto, con un diametro di circa otto chilometri: l’autrice immagina che questa antica città sacra sotto il segno dell’Ariete si opponesse alla città del Toro (Torino), “laggiù, fra le nebbie del Po”. Rama sarebbe stata una “sede pacifica intellettuale”, mentre il non troppo distante monte Rocciamelone sarebbe stato “la sede estiva”, nella quale gli abitanti si sarebbero rifugiati per sfuggire alla calura.

Non solo: il monte avrebbe anche rappresentato una roccaforte difensiva: “il deposito, la cassa forte del tesoro, la vedetta colle macchine infernali per tener lontano gli importuni”. Nei paragrafi precedenti, infatti, si narra di come un re arcaico di nome Romolo avesse conquistato il Roc-Maol sconfiggendo la “razza nera” e instaurando la sinarchia. Questo re avrebbe raccolto e nascosto nel monte un gran tesoro, e lo avrebbe difeso con “ordigno spaventoso” di catapulte, in grado di scatenare fenomeni atmosferici avversi contro chi cercava di scalarne la vetta: “chiunque tentava di avvicinarsi n’era respinto da improvvisa folta nebbia con grandine di pietre e pioggia di saette e accompagnamento di spaventevole fragore”.

Purtroppo, Matilde dell’Oro-Hermil non si dilunga troppo nel descrivere la città misteriosa né nel narrare la causa della sua scomparsa, genericamente riferita a un “alluvione”: “Io ho accennato ai punti fosforescenti che emergono qua e là nella notte. Agli studiosi e agli amatori del vero lo scandagliare e trovare i le vie e i fili che li collegano tra loro”.

Come già detto, però, la ricerca di quelle vie e di quei fili è tutt’altro che agevole. C’è una cartina di fine Settecento, in cui si leggono le parole “Rovine di Rama” nei pressi del paese di Chianocco e “Rivo di Rama”, indicato come un affluente della Dora Riparia. Forse, la stessa Matilde dell’Oro-Hermil vide questa cartina, in quanto scrive: “in una carta geografica antica vedo questo nome sulla riva della Duranza; forse uno sbaglio, una scorrettezza del geografo che non sa a qual punto fissare una vaga terminologia intesa e non più esistente”. In ogni caso, il nome Rama ricorre anche nelle denominazioni di varie frazioni della Val di Susa, come, ad esempio, la Ramats di Chiomonte, e a Caprie esiste una via denominata “via città di Rama”.

Analizzando la cartina, risalente al 1764, vediamo le “Rovine di Ramà” collocate nel fondovalle compreso nel triangolo tra Bussoleno, Chianocco e San Giorio, poco più a nord di un corso d’acqua, il “rivo di Ramà”. È da notare che in entrambi i casi la parola è accentata, a indicare, forse, un’abbreviazione di “Ramat”.

In merito alla supposta ubicazione geografica della città megalitica indicata sulla mappa, poi, si può rilevare che si trova in una posizione piuttosto improbabile. In genere, infatti, le città dell’antichità sorgevano in posizioni sopraelevate e arroccate, avvalendosi di barriere e difese naturali per proteggersi dagli attacchi di eventuali nemici.

Installarsi a fondovalle, invece, significava mettersi alla mercé degli attacchi di eserciti e predoni. Le “Rovine di Ramà” sulla carta settecentesca, quindi, sorgono in una posizione assolutamente debole dal punto di vista strategico. Non solo: l’area indicata nella cartina indica anche un’area facilmente soggetta ad alluvioni e allagamenti, come fa notare Mariano Tomatis in alcuni suoi brillanti rilevamenti (vedi bibliografia).

Le due fonti citate, il libro e la cartina, sono le più antiche testimonianze documentali a sostegno dell’antica città perduta.

Le origini mitiche della città di Rama

L’opera della Hermil istituisce un collegamento destinato a germinare nell’immaginario collettivo: quello tra la città di Rama e il mito di Fetonte.

Chi era Fetonte? Per rispondere alla domanda, dobbiamo fare riferimento alla mitologia greco-romana. Spulciando le Metamorfosi di Ovidio, ad esempio, scopriremo che era il figlio, orgoglioso e irrequieto, del Sole, che lo aveva concepito con Clìmene, una divinità marina. Desideroso di provare la sua discendenza da Apollo, Fetonte chiese e ottenne di poter condurre il carro d’oro del sole, trainato, secondo il mito da quattro cavalli, “focosi per quelle fiamme che hanno in petto e che soffiano fuori dalla bocca e dalle froge”. Il padre, riluttante a concedergli il privilegio perché ben conscio dei rischi che implica, cerca di dissuaderlo e gli raccomanda di usare prudenza: “evita, ragazzo mio, di spronare, e serviti piuttosto delle briglie”, ma l’irruente semi-dio, incurante delle sue parole, balza alla guida del carro e si lancia in una corsa forsennata attraverso i cieli.

Il “folle volo” di Fetonte crea scompiglio tra le costellazioni – Ovidio ce lo descrive con le fiamme del carro solare che “per la prima volta scaldano la gelida Orsa” e fanno infuriare la costellazione del Serpente, prima di finire quasi tra le terribili chele dello Scorpione. Nella frenesia della corsa, il figlio di Apollo perde il controllo dei cavalli, che proseguono la loro corsa verso la terra, bruciando tutto quello che sfiora il loro tragitto: le nubi ribollono, le montagne si incendiano ed “ecco che grandi città van distrutte con le loro mura e gli incendi riducono in cenere intere regioni con le loro popolazioni”.

L’impresa scriteriata di Fetonte rischia di sovvertire il Cosmo: fa evaporare i mari e fa crepare il suolo, facendo affiorare il regno infero di Ade. A questo punto Zeus, il padre degli dei, è costretto a intervenire per arrestare lo scempio: con sommo dolore di Apollo, scaglia sul figlio scapestrato le sue folgori.

“Fetonte, con la fiamma che divora i suoi capelli rosseggianti, precipita girando su se stesso e lascia per l’aria una lunga scia, come a volte una stella può sembrare che cada, anche se non cade, giù dal cielo sereno. Finisce lontano dalla patria, in un’altra parte del mondo, nel grandissimo Po (in latino Eridanus), che gli deterge il viso fumante”. Qui il corpo, incenerito dalla folgore, verrà seppellito dalle Naiadi.

Insomma, Fetonte si era macchiato di quella che per i Greci – non ancora flagellati dal senso di colpa giudaico-cristiano – era la colpa più grande: l’ybris, la tracotanza di volersi pari agli dei, una colpa che nella mitologia greca e successivamente nella tragedia viene sempre duramente castigata.

Ma cosa c’entra tutto questo con la città di Rama? È presto detto: Matilde Dell’Oro-Hermil – e molti altri sulla sua scorta – ipotizzano che il luogo dello schianto del carro solare sia proprio la Valle di Susa. Fetonte, in realtà, sarebbe sopravvissuto allo scontro e avrebbe raccolto intorno a sé dei discepoli, educandoli al culto del sole e facendo loro dono di un sapere iniziatico e divino. Tutto il suo sapere sarebbe stato iscritto in una gigantesca ruota d’oro che, ancora oggi, sarebbe custodita segretamente nelle viscere del monte Rocciamelone, in una grotta misteriosa il cui accesso è ignoto ai più.

Secondo altre fonti, invece, riportate da Antonio Zampedri nel suo “Magia e Leggenda in Val di Susa”, Rama sarebbe stata fondata da profughi di Atlandide: “quando la grande isola Atlantide sprofondò negli abissi, molti superstiti giunsero nella Valle , quasi guidati da un prodigioso disegno ultraterreno e trovarono ivi dimora, costruendo una città senza confronti”. Purtroppo, però, anche questo secondo insediamento era destinato a una tragica fine, quella di venire cancellato dalla faccia della terra da un terremoto o da un cataclisma di qualche tipo.

Il commento semiserio dell’autore è il seguente: “certo che se la succitata supposizione fosse vera, quali tremendi misfatti devono aver commesso i supremi Atlantidei per essere perseguitati in continuazione […]?”

Le prove

Queste le fonti bibliografiche sulla misteriosa megalopoli arcaica. Per cercarne le evanescenti tracce sul territorio dobbiamo però abbandonare i libri e addentrarci tra i boschi, le rocce e i sentieri scoscesi della bassa valle.

Ruote solari o macine?

Un sito che viene comunemente associato alle vicende di Rama è il cosiddetto “Bosco del Maometto”, nei pressi di Borgone di Susa. Il sito è facilmente raggiungibile con una passeggiata di pochi minuti, e deve il suo nome ad una discussa effige scolpita a circa tre metri da terra su un masso gigantesco. Tradizionalmente, la figura umana raffigurata nel basso-rilievo, smangiato e rovinato dalle intemperie, è stata identificata arbitrariamente con il profeta islamico Maometto, facendo riferimento all’invasione dei Saraceni sulle Alpi del X secolo d. C. L’analisi epigrafica dell’edicola rupestre, però permette di farla risalire al un periodo molto anteriore, ovvero al II secolo d. C.

Una volta esclusa la pista islamica, rimangono comunque delle incertezze sull’identificazione della figura, incorniciata in un tempietto scolpito di 80 x 65 cm. Si tratta di sicuramente di una figura antropomorfa, con un animale – forse un cane – accucciato ai piedi e un mantello a cingergli le spalle. Nel timpano dell’edicola c’è un’epigrafe di non facile lettura, che potrebbe essere una dedica ex voto di un certo Lucius Vettius Avitus. La presenza del cane ha portato a identificare la figura con Silvanus, divinità agreste romana, ma non mancano ipotesi alternative: potrebbe più semplicemente trattarsi di un’epigrafe funeraria, oppure di una rappresentazione di Diana Cacciatrice, oppure ancora di una dedica al cartaginese Annibale, che nel 218 a.C. varcò le Alpi per affrontare Roma con il suo esercito e i famosi elefanti. Altre fonti ancora identificano il “Maometto” con Giove Dolicheno, variante asiatica di Giove che veniva particolarmente venerata nelle zone periferiche dell’Impero. Nei pressi della roccia sono stati rinvenuti dei resti umani, che fanno pensare a una sepoltura.

Ad infittire ulteriormente il mistero, su un lato della roccia si trovano delle coppelle, ovvero delle conche semisferiche del diametro di una decina di centimetri, la cui presenza viene sempre associata alle popolazioni celtiche e a funzioni cultuali non ben determinate (forse servivano per contenere delle luci oppure il sangue dei sacrifici).

In ogni caso, l’elemento che accende la fantasia dei ricercatori della città di Rama non è l’edicola romana, bensì un masso erratico che giace nei suoi pressi, con tre macine abbozzate.

Ad alcuni, tra cui Giancarlo Barbadoro e Rosalba Nattero, autori del libro “Rama antica città celtica”, è parso di ravvisare, in queste macine, una testimonianza del mito di Fetonte in Val di Susa di cui si è parlato prima: “un’evidente testimonianza postuma del mito della ruota d’oro forata donata da Fetonte all’umanità del suo tempo in ricordo della sua presenza nel nostro mondo. La tradizione druidica riporta infatti che Fetonte, prima di congedarsi dai suoi allievi, avesse lasciato in dono una grande ruota d’oro forata, di circa due metri di diametro, sulla quale avrebbe inciso tutta la sua conoscenza. Una tradizione che probabilmente in seguito, in epoche più recenti, si sarebbe poi trasformata in un vero e proprio culto che avrebbe perpetuato il mito attraverso le ruote solari”.

E in effetti di macine, in Val di Susa e dintorni, ce ne sono parecchie: dalla “Roca d’la Pansa” (dal piemontese, Pietra della Pancia), presente sulla rocca di Cavour fino al Sentiero delle Macine di Giaveno. Un dubbio, però, si fa strada prepotentemente: più che di un’antica civiltà antidiluviana, le macine potrebbero essere più prosaicamente l’opera dei picapera, che non è il nome di un popolo misterioso, ma il piemontese per “batti-pietra”.

Massimo Centini, antropologo e da sempre grande indagatore di misteri, argomenta così: “A Borgone, anche se sono stati chiamati in causa “simboli solari” risalenti alla preistoria e legati ad atavici riti religiosi, il masso “sacro” sembrerebbe contenere semplici macine di pietra incompiute che, per un qualche motivo, non furono mai estratte dalla roccia”.

In effetti, in prossimità del sito menzionato c’è una cava, detta Roca Furà (in Piemontese, Rocca Bucata). A quanto pare, le macine venivano sbozzate direttamente in loco e poi staccate dalla parete di roccia inserendo dei cunei di legno che venivano poi intrisi d’acqua. Forse, le tre macine sgrossate sul masso servivano per addestrare i picapera, e vennero abbandonate in loco per ragioni che ci sono oscure.

Antiche mura di Rama

Lasciamo ora le misteriose ruote solari per rivolgerci a un sito che sarebbe di grandissimo interesse. Purtroppo, la località ci è ignota e anche l’ubicazione: l’unica fonte di cui possiamo avvalerci è di nuovo il libro di Barbadoro e Nattero, in cui si trova la descrizione di “bastioni di mura megalitiche” inghiottiti dalla boscaglia valsusina, corredata da fotografie.

Gli autori descrivono questo muro come affiorante dalla montagna, come se fosse stato sepolto da una valanga, e lo paragonano alle costruzioni andine: “le pietre sono considerevolmente grandi, mediamente si tratta di blocchi di almeno 1,60 metri per 1 metro circa, e appaiono sistemate con sagomature che sembrano aver avuto lo scopo di dare compattezza alle mura”.

Di questo muro portentoso, scoperto nel 2007, esistono anche dei video su youtube, girati sempre dagli stessi autori, che purtroppo si guardano bene dal rivelarne l’ubicazione, forse per proteggere il sito da ipotetici nemici della tradizione celtica, che potrebbero danneggiarlo. Si limitano a dire che si trova “in piena Valle di Susa”, che, come indicazione geografica, è piuttosto fumosa e sibillina.

Se queste mura esistono davvero, è un peccato che non vengano mostrate al pubblico, perché la loro esistenza potrebbe traghettare il discorso dal mito alla storia. Il “se” in apertura di frase, tuttavia, è dovuto al fatto che, da quanto si vede in foto e in video, è difficile stabilire se si tratti davvero di una costruzione umana o se invece sia una curiosa concrezione naturale di crepe su una parete rocciosa.

Un libro d’oro

Il libro di Barbadoro e Nattero cita poi un’altra prova documentale estremamente affascinante ma, ancora una volta, piuttosto “evanescente”: il cosiddetto “libro d’oro dei Druidi di Rama”.

Si tratterebbe (ancora una volta, sottolineo l’uso del condizionale) di una custodia in pietra a forma di parallelepipedo, contente sessantasei lamine d’oro, forate sul lato lungo e tenute insieme da cordoni di colore beige.

Leggiamo l’affascinante storia del ritrovamento: “… un giorno dei primi di ottobre del ’74 due contadini della Valle di Susa portarono a vedere a [ll’archeologo Mario n.d.r] Salomone un cofanetto di pietra. Gli dissero di averlo trovato casualmente in una delle stanze sotterranee del complesso megalitico della città di Rama, che di tanto in tanto esploravano alla ricerca di possibili tesori.”

L’archeologo chiede ai contadini di lasciargli il prezioso manufatto per qualche giorno, ma questi rifiutano recisamente. Nel breve tempo a sua disposizione, lo studioso riesce comunque a ricalcare su carta le incisioni presenti sulle lamine, facendo ricorso alla classica tecnica della matita strofinata obliquamente.

Dopo questa breve parentesi, il libro scompare nel nulla da cui era venuto, custodito da misteriose “Famiglie Celtiche”.

Il testo ricalcato è pressocché incomprensibile, solo uno sconosciuto linguista francese (il nome, non è dato conoscerlo) riesce a venirne a capo, stabilendo che il documento è stato scritto in greco arcaico. Il luminare, però, è vecchio e stanco e non ha voglia di intraprendere un faticoso lavoro di decifrazione, così indirizza i ricercatori in Svizzera, da un suo allievo (anch’esso anonimo) che affronta stoicamente l’oneroso compito.

Purtroppo, neanche i calchi sono visibili al pubblico, Barbadoro e Nattero ci raccontano che gli originali sono conservati in una banca di Mentone, in Francia, mentre le fotocopie consegnate al traduttore giacciono in una cassetta di sicurezza in Svizzera, lontano dagli occhi e dalle grinfie dei nemici della cultura celtica che infestano il suolo italico.

In merito al contenuto, gli autori sono, ancora una volta, piuttosto parchi di indicazioni: “il Libro d’oro era una sorta di enciclopedia, una raccolta sistematica di varie leggende e di cronache di eventi storici riguardanti la città di Rama e il mito di Fetonte”. Di più, non è dato sapere.

 
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A questo punto, però ci si possono porre alcune domande: che fine ha fatto il misterioso libro d’oro? E se esiste davvero, perché i Celti lo avrebbero scritto in Greco?

La vicenda narrata porta alla memoria un altro libro d’oro scomparso misteriosamente: quello che l’Angelo Moroni avrebbe consegnato a John Smith nel 1823, su una collina nei pressi di New York. In questo caso, il testo era in “Egiziano riformato”, ma il profeta riuscì a tradurlo da sé (facendo ricorso a due pietre magiche di nome Urim e Thummim) e consegnò così al mondo il “Libro di Mormon”, libro sacro dei Santi degli Ultimi Giorni, meglio noti come Mormoni.

Anche in questo caso, il libro svanì “misteriosamente” o, se preferite, venne restituito all’Angelo che lo aveva rivelato… Peccato che fonti così preziose si dissolvano con tanta facilità.

Dischi volanti?

Il tragico schianto della carro d’oro di Fetonte potrebbe essere associato allo schianto di un meteorite o, meglio ancora, a un ufo crash: il figlio di Apollo diventerebbe così il rappresentante di una civiltà aliena che fece dono agli uomini di avanzate conoscenze tecnologiche.

Per questo tipo di ricerche, il punto di riferimento in Val di Susa è senza dubbio il monte Musiné, un monte dalla fama tenebrosa che sorge all’imboccatura della Valle, quasi a sfidare il prospiciente Monte Pirchiriano, mistica sede della Sacra di San Michele. Tra parentesi, anche l’etimo di questo secondo monte rimanda alla tematica ufologica, in quanto significa “fuoco del signore” e si riferisce a una colonna di fuoco che sarebbe apparsa sul monte in epoca medievale, intorno all’anno mille.

A partire dagli anni Sessanta del Novecento, però, il primato delle apparizioni extraterrestri spetta senza dubbio al Musiné: per decenni il monte sarà teatro di misteriosi avvistamenti e addirittura di incontri ravvicinati con sedicenti alieni ultra centenari, descritti già dal grande Peter Kolosimo e brillantemente compendiati da Mariano Tomatis nel suo “Camminata spirituale sul monte Musiné”.

Negli anni Settanta vi fu chi ipotizzò che il monte fosse in realtà cavo e che ospitasse una base segreta per gli ufo: da lì alla misteriosa città di Rama, sulle ali della fantasia, il passo è molto breve e si potrebbe nuovamente parlare di caverne nascoste che custodiscono un sapere arcano ma al contempo ipertecnologico. Dal punto di vista documentale, invece, la questione è più spinosa: sul monte vi sono in effetti dei massi coppellati e delle misteriose incisioni rupestri, ma è difficile stabilirne la genuinità e l’attendibilità, perché furono con ogni probabilità frutto di una contraffazione da parte di un giornalista burlone di nome Nevio Boni, che confessò la sua opera in un’intervista a Famiglia Cristiana del 1988.

Conclusioni

Finisce qui la nostra ricerca speculativa sulla misteriosa città di Rama. Purtroppo, come abbiamo constatato, l’esistenza di questa megalopoli dell’antichità si scontra con l’assenza pressoché totale di riscontri archeologici tangibili.

Ciononostante, io rimango fedele alla linea dell’I want to believe e, ogni volta che mi addentro nei boschi di Bruzolo spero di inciampare in una pietra che possa farmi ricredere, aprendo il passaggio verso il mondo antico e meraviglioso di Rama, gravido di tesori ancora da scoprire.

Personalmente, credo anche che il tesoro più grande della Val di Susa non sia nascosto sotto pietre e oscuri cunicoli. Il vero tesoro è la valle stessa, con i suoi paesaggi mozzafiato, le cime innevate, i torrenti pullulanti di vita e i boschi densi di ombre e magie.

Il vero tesoro è, soprattutto, la gente che la abita, franca, fraterna, compatta in un ideale di resistenza e solidarietà, una comunità in senso antico, dove ho conosciuto persone eccezionali e alcuni tra i miei più grandi amici.

A ben vedere, il tesoro di Rama lo potete trovare nella bocciofila di Bussoleno… è forse questo il prezioso indizio nascosto nel libro di Matilde Dell’Oro-Hermil, quando ci rivela che “Un’insegna di osteria su una casetta in mezzo ai campi […] attesta sola la vaga memoria, se non il luogo di questa Rama scomparsa fin dall’elenco dei morti”.

Riferimenti Bibiliografici

Giancarlo Barbadoro, Rosalba Nattero, Rama antica città celtica, Edizioni l’Età dell’Acquario, 2016; Massimo Centini, Provincia Misteriosa. Tradizioni, storia e leggenda nella provincia di Torino, Accademia Vis Vitalis, 2013; Giacomo Augusto Pignone, Pier Paolo Strona, Pietre sacre in Val di Susa. Dolmen coppelle altari e menhir, Neos Edizioni, 2016; Mariano Tomatis, Camminata Spirituale sul Monte Musiné, stampato in proprio, 2014; Mariano Tomatis, Davide Gastaldo, Filo Sottile, Il codice dell’Oro. Sulle tracce del tesoro del Rocciamelone, Edizioni Tabor, 2018; Antonio Zampedri, Magia e leggenda in Val di Susa, Susalibri, 1991; Publio Ovidio Nasone, Metamorfosi, traduzione di Pietro Bernardini Marzolla, Einaudi, 1979.

Un ringraziamento a Mariano Tomatis, wonder injector ed esperto di mentalismo, per i preziosi consigli bibliografici, per i suggerimenti cartografici ma soprattutto per il suo lavoro di divulgazione della meraviglia.

Gian Mario Mollar
Gian Mario Mollar

Classe 1982, laureato in filosofia con una tesi sul platonismo magico, Gian Mario Mollar è da sempre un lettore onnivoro e appassionato. Collabora con vari siti e riviste, i suoi interessi principali sono il West americano e il misterioso e l'insolito in generale. Nel 2019 ha pubblicato il suo primo libro, I misteri del Far West per le Edizioni il Punto d’Incontro. Lavora nell’ambito dei veicoli storici e, quando non legge, va a pesca o arranca su sentieri di montagna.