Ha gli occhi ghignanti, un sorriso maligno, un’espressione ambigua: è la maschera di Mozia, un reperto antichissimo trovato in un’isoletta che dista appena un chilometro dalla Sicilia. Qui i Fenici, nel VII secolo, trovarono terreno fertile per fondare una colonia, lontanissima dalla patria, che curarono e fecero crescere come un’articolata città con santuari, mura, porto, una complessa rete stradale e persino un’area industriale.

Ricostruzione di Mozia nel V Secolo. Immagine di Selinous, Aldo Ferruggia, condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

La maschera di Mozia ha una funzione che è oggi sconosciuta, ma diversi storici e studiosi hanno avanzato delle ipotesi riguardo il suo utilizzo. La corrente comune di quel sorriso stirato, di un’espressione demoniaca vuole la figura come Apotropaica, (dal greco apotrépo, allontano; apotrópaios) cioè che allontana i mali.

La maschera sarebbe la rappresentazione distorta del volto dei padri che portavano i figli maschi primogeniti, ancora in fasce, al sacrificio rituale. Gli uomini sorridevano alla divinità, ma dentro di sé piangevano per il dolore della perdita. La maschera venne ritrovata presso il santuario dove i bambini venivano sacrificati alle divinità Baal Hammon e Astarte, bruciati vivi per carpire il favore degli dei, le cui ceneri venivano poi conservate in contenitori di terracotta.

Fotografia di b.roveran condivisa con licenza Creative Commons 2.0 via Wikipedia:

Sono state ritrovate diverse maschere simili a quella di Mozia, a Sperate (Cagliari), a Tharros, nell’area archeologica dell’antica Cartagine e a Ibiza, testimonianze che fanno comprendere quanto potesse essere articolata l’antica rete del popolo fenicio e cartaginese.

Fotografia di b.roveran condivisa con licenza Creative Commons 2.0 via Wikipedia:

Nonostante l’espressione della maschera, quello dei sacrifici umani presso i fenici è un rituale che non trova concordi tutti gli studiosi. Diodoro Siculo (90-27 a.C.) racconta che:

C’era una statua di Cronos in bronzo, dalle mani stese con le palme in alto e inclinate verso il suolo, in modo che il bambino posto su esse rotolava e cadeva in una fossa piena di fuoco

Secondo alcuni i fenici sacrificavano a Crono i propri figli, ma il rito è tutto tranne che storicamente accertato. Non ne parlarono altri grandi storici come Erodoto, Livio e Tacito, e quello dei sacrifici umani potrebbe essere il tentativo di discredito da parte dei vincitori, una “leggenda nera” creata per screditare il nemico sconfitto agli occhi dei posteri.

Sia come sia, la maschera di Mozia ha un fascino unico, che ci porta alla mente paure ancestrali, che noi, come i fenici, non siamo in grado di domare.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...