Nel 1957, anno della sua morte, viveva in un piccolo appartamento di Londra, dove continuava a coltivare la sua passione per lo spiritismo. Il 1° giugno di quell’anno, la Marchesa Luisa Casati se ne andò per un’emorragia cerebrale, praticamente in miseria, dopo aver dissipato l’enorme capitale di famiglia per trasformare se stessa in un’opera d’arte.

Fu sepolta nel cimitero di Brompton insieme al suo cane pechinese imbalsamato, sugli occhi un paio di lunghissime ciglia finte nuove, comprate apposta da una delle ultime amiche rimaste. I suoi occhi, che lei amava enfatizzare con bistro nero (o lucido da scarpe negli anni della povertà) e gocce di belladonna per dilatare le pupille, si erano chiusi per sempre, ma poche persone parteciparono al suo funerale.

Luisa Casati fotograta da Adolf De Meyer – 1912

Tra loro, un gondoliere che la portava in giro sui canali di Venezia insieme al suo leopardo domestico e ai suoi levrieri colorati di blu, nelle notti in cui la “divina marchesa” voleva apparire come “un’opera d’arte vivente”. Teneva al guinzaglio il ghepardo ornato con un collare di pietre preziose, anche quando passeggiava di notte per Piazza San Marco, indossando solo un mantello e niente sotto, mentre il suo teatrale passaggio veniva illuminato dalle torce tenute in mano da un servo nubiano.

Luisa Casati in una foto di Adolf De Meyer – 1912

Luisa Casati, ereditiera e musa di artisti famosissimi, fu una delle protagoniste indiscusse della Belle Epoque, quel breve periodo di ottimismo e libertà che si dissolse con la Prima Guerra Mondiale.

Ritratto di Luisa Casati – Leon Bakst

Sono gli anni in cui Luisa Amman, ricchissima ereditiera milanese divenuta marchesa grazie al matrimonio con il Marchese Camillo Casati Stampa di Soncino, inizia una relazione con lo scrittore e poeta Gabriele D’Annunzio, che le cambia la vita, o forse semplicemente tira fuori il suo lato eccentrico: si taglia i capelli e li tinge di rosso fuoco, si cosparge il viso di cipria bianca e si veste con abiti che devono trasformala in un’opera d’arte, come quello fatto di lampadine collegate ad un generatore (che le fanno prendere una forte scossa), o il copricapo di penne di pavone sporcate con sangue di pollo che cola lungo le sue braccia…

Luisa Casati nel 1922 – Fotografo sconosciuto

D’Annunzio la convince a comprare casa a Venezia, città “ombrosa e romantica”: la marchesa acquista Palazzo Venier dei Leoni, che oggi è la sede del Museo Guggenheim. Qui tiene un serraglio di animali che devono accentuare la sua immagine di donna fuori dal comune: un boa constrictor che tiene avvolto attorno al collo, pavoni bianchi addestrati a rimanere vicino alle finestre, merli albini ai quali colora le piume secondo l’umore del giorno, e poi uccellini meccanici in gabbia e servitori nubiani che devono tingersi la pelle di color oro…

La Marchesa Luisa Casati, con levriero – opera di Giovanni Boldini – 1908

Con la fine della Belle Epoque, Luisa Casati diventa la musa di innumerevoli artisti delle nuove avanguardie, in particolare di futuristi come Marinetti, Balla, Boccioni, finché decide di trasferirsi a Parigi, dove compra il Palais Rose, che trasforma secondo il suo gusto eccentrico, ma troppo dispendioso. Come troppo dispendiosi sono gli incredibili ricevimenti che impressionano i suoi ospiti, personaggi come Coco Chanel, Picasso, Man Ray…

La Marchesa Casati – opera di Alberto Martini

La marchesa è costretta a vendere molte delle sue proprietà e dei suoi gioielli, e alla fine deve a mettere all’asta tutti i suoi beni: ha accumulato debiti per 25 milioni di euro, al cambio attuale.

La Marchesa Luisa Casati con penne di pavone – Opera di Luigi Boldini

Nel frattempo aveva divorziato dal marito, nel 1924, e quasi perso i contatti con l’unica figlia, Cristina, sposata a un nobile inglese.

E proprio a Londra si trasferisce la marchesa, quando è costretta a vivere con piccole somme che le fanno arrivare gli amici, la figlia e la nipote. Nonostante le difficoltà economiche, non perde la voglia di truccarsi come un’opera d’arte e di tingersi i capelli di rosso, mentre fruga nei bidoni per cercare pezzi di stoffa gettati da altri, e cerca conforto in qualche “bottiglia di vino scadente” anziché nell’oppio e nell’assenzio che consumava nei tempi dell’abbondanza…

La tomba della Marchesa Luisa Casati

Sulla sua tomba, la nipote fa incidere un verso di Shakespeare dedicato a Cleopatra:

L’età non può appassirla, né l’abitudine rendere insipida la sua varietà infinita

La donna che voleva essere “un’opera d’arte vivente”, in realtà ha continuato a esserlo anche dopo la sua morte…

Categorie: Arte e Design

Annalisa Lo Monaco

Annalisa Lo Monaco

Appassionata di arte, romanzi gialli e storia, ha scoperto che scrivere può far viaggiare tutto il mondo da una sedia!