La Maledizione del Club dei 27

Era l’8 aprile del 1994 quando l’elettricista Gary Smith giunse in una sontuosa dimora di Seattle e nei pressi del garage rinvenne il corpo senza vita del padrone di casa. Kurt Cobain, un’icona del panorama musicale dell’epoca, era lì che giaceva disteso, senza vita, con accanto una lettera d’addio e un fucile a pompa. Aveva solo 27 anni, proprio come Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison.

Aveva firmato il suo ingresso nel famigerato Club dei 27

Murales di Tel Aviv dedicato ai membri del Club dei 27. Da sinistra verso destra: Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Jean-Michel Basquiat, Kurt Cobain e Amy Winehouse – Immagine di Psychology Forever condivisa con licenza CC BY-SA 4.0 via Wikipedia

Il Club dei 27 è un’espressione giornalistica nata all’inizio degli anni ’70, in seguito alla morte di quattro celebri artisti, scomparsi a 27 anni e in un periodo compreso fra il 3 luglio del 1969 e il 3 luglio del 1971. La curiosa coincidenza della prima e dell’ultima data non è che un piccolo ago in un pagliaio di leggende, complotti e circostanze misteriose. Quando Kurt Cobain passò a miglior vita il Club era una vecchia diceria senza alcuna rilevanza, ma grazie al frontman dei Nirvana tornò in auge e si impose nell’immaginario collettivo moderno.

Oltre a tanti altri membri aggiuntisi negli anni, il Club annovera una cerchia ristretta composta da nomi altisonanti che hanno vergato pagine su pagine di storia della musica: Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison. Nel ’94, poi, si aggiunse Kurt Cobain, seguito, nel 2011, da Amy Winehouse. Tutti questi artisti rappresentano i cosiddetti Big Six, ai quali è accostato colui che è considerato il capostipite della presunta maledizione alla base del mito: Robert Johnson, deceduto nel 1938.

Il Club dei 27 – Immagine di Eden, Janine and Jim condivisa con licenza CC BY 2.0 via flickr

Alcolici, marijuana, LSD, eroina, insoddisfazione professionale, ansia, stress, depressione, barbiturici… Il Club ha accolto fra le sue braccia artisti tormentati morti, talvolta, in circostanze dubbie. Eppure, nessuno ha mai sentito parlare di un Club dei 29, dei 40 e via dicendo. Allora, perché è diventato così importante il 27? Scopriamolo insieme raccontando qualche stralcio della vita degli artisti.

il Club dei 27 – Immagine di Eden, Janine and Jim condivisa con licenza CC BY 2.0 via flickr

Kurt Cobain

Kurt Cobain nacque ad Aberdeen il 20 febbraio del 1967. A vent’anni fondò i Nirvana e la band s’impose come punta di diamante dell’alternative rock. Kurt era un musicista di grande talento, ma anche la sua indole anticonformista, da poeta maledetto della musica, contribuì a renderlo un’icona. Basti pensare che il 24 febbraio del 1992 convolò a nozze con Courtney Love indossando un pigiama. La coppia ebbe una figlia, Frances Bean; tuttavia, né il matrimonio né la paternità alleviarono i suoi malesseri.

Courtney Love – Immagine di dan10things condivisa con licenza CC BY-NC-SA 2.0 via flickr

Era una rockstar, era nato per esserlo, ma odiava quel mondo, non era in grado di salire sul palco e fingere che andasse tutto bene. Nel ’94 Kurt era allo sbando, pressato dai media ed eroinomane. Il 1° marzo i Nirvana chiusero il loro tour europeo con un concerto a Monaco, in Germania, e Kurt volò a Roma con moglie e figlia. La notte successiva ingerì oltre cinquanta pasticche di Rohypnol, un sedativo dieci volte più potente del Valium, e Courtney lo trovò in overdose. Fu subito trasportato in ospedale e salvato, ma, a posteriori, la moglie affermò che quell’episodio fu il suo primo tentato suicidio.

Quando tornò negli Stati Uniti le cose non fecero che peggiorare. Si isolò dal resto del mondo e si rifugiò nella droga, ma, con il sostegno della moglie e l’amore della piccola Frances Bean, provò ad aggrapparsi alla vita e a cercare di uscire da quel tunnel senza fine. Il 30 marzo si recò di sua volontà all’Exodus Center di Los Angeles per disintossicarsi e la mattina del 1° aprile vide per l’ultima volta i familiari.

Un minibus in Nepal con un ritratto di Kurt Cobain sul lunotto – Immagine di Adam Jones condivisa con licenza CC BY-SA 2.0 via Wikipedia

Quella notte Kurt uscì dall’edificio con la scusa di fumare una sigaretta; dopo aver scavalcato un muro alto due metri, scappò in aeroporto e salì su di un volo per Seattle. Nessuno sapeva dove fosse, nessuno conosceva le sue reali intenzioni e il perché di quel gesto tanto avventato, perciò, visti i precedenti, Courtney ingaggiò un investigatore privato per rintracciarlo. Purtroppo non fece in tempo. La mattina dell’8 aprile il cadavere di Kurt giaceva dinanzi agli occhi attoniti di un povero elettricista.

La casa di Seattle di Kurt Cobain – Immagine di Etsy Ketsy condivisa con licenza CC BY-SA 2.0 via Wikipedia

L’autopsia e gli esami tossicologici stabilirono che si era sparato nel pomeriggio del 5 aprile, ma nel suo sangue era presente un tasso di eroina altissimo, pari a una tripla overdose, accompagnato da una gran quantità di Valium. Accanto al corpo fu rinvenuta una lettera d’addio dal sapore dolce-amaro, il canto del cigno di un grande artista tormentato.

“[…] Non provo più emozioni nell’ascoltare musica e nemmeno nel crearla e nel leggere e nello scrivere da ormai troppi anni. Questo mi fa sentire terribilmente colpevole. Per esempio, quando siamo nel backstage e le luci si spengono e sento cominciare il maniacale urlo della folla, non ha nessun effetto su di me. […] Il fatto è che io non posso imbrogliarvi, a nessuno di voi. Semplicemente non sarebbe giusto nei vostri confronti né nei miei. Il peggior crimine che mi possa venire in mente è quello di fingere e far credere che io mi stia divertendo al 100%. […] C’è del buono in ognuno di noi e penso che amo troppo la gente, così tanto che mi sento troppo fottutamente triste. […] Ho una moglie divina che trasuda ambizione ed empatia e una figlia che mi ricorda troppo di quando ero come lei, pieno di amore e di gioia. […] Non posso sopportare che Frances diventi una miserabile, autodistruttiva rocker come me. […] Grazie a tutti voi dal fondo del mio bruciante, nauseato stomaco per le vostre lettere e il supporto che mi avete dato nel corso degli anni. […] Non ho più nessuna emozione, e ricordate, è meglio bruciare in fretta che spegnarsi lentamente. […] Ti prego Courtney continua ad andare avanti per Frances. Perché la sua vita sarà molto più felice senza di me. Vi amo. Vi amo”.

La lettera d’addio di Kurt Cobain – Immagine condivisa con licenza Fair use via Wikipedia

All’indomani della sua morte, il Club divenne una coincidenza di grande fama. L’espressione era nata negli anni ’70 ma ormai era quasi dimenticata, relegata a semplice leggenda metropolitana dell’industria discografia, ma il contesto culturale di fine XX secolo era diverso. Grazie ai mass media, all’avvento di internet e dei blog, il Club godette di un passaparola che in passato non sarebbe mai stato possibile. Il biografo Charles Cross indica come pomo della discordia la madre di Kurt, che dopo la dipartita del figlio rilasciò la seguente dichiarazione:

Ora se n’è andato e si è unito a quello stupido club

Kurt Cobain nel 1992 agli MTV Video Music Awards – Immagine di P.B. Rage condivisa con licenza CC BY-SA 2.0 via Wikipedia

In realtà, è plausibile che il club menzionato dalla signora Cobain fosse un semplice riferimento a una serie di precedenti familiari in materia di suicido. Tuttavia, in molti sollevarono dei dubbi sulla questione. Non solo Kurt aveva dichiarato a più riprese di voler morire prima dei trent’anni, ma pare che ai tempi del liceo avesse confidato ad alcuni amici di voler diventare un grande musicista per poi uccidersi come Jimi Hendrix.

Kurt Cobain nel 1981 ai tempi del liceo – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

La fantasia dei giornalisti, dei dj radiofonici e dei fan si scatenò. Nacque una versione dei fatti alternativa: Kurt si era ucciso per entrare nel Club dei 27. Tale tesi è più ovviamente solo il frutto di speculazioni senza fondamento, ma la storia del suicidio non è universalmente condivisa e c’è chi, nel corso degli anni, ha avanzato l’ipotesi di omicidio.

Kurt Cobain – Immagine di Marcela Arancibia condivisa con licenza CC BY 2.0 via flickr

Seguendo il filo di quest’ultima ipotesi, Kurt avrebbe usato un fucile troppo lungo per spararsi, e pare inverosimile che un uomo con in corpo una quantità tanto elevata di eroina riesca a tenere in mano un’arma così pesante e a premere il grilletto. Inoltre, la sua lettera di addio sembra comunicare un ritiro dalle scene e non un addio alla vita e, infatti, nella seconda metà la grafia cambia e diventa più confusionaria. In virtù di ciò, per i sostenitori di questa tesi, Kurt fu ucciso da qualcun altro, che lo drogò e forse falsificò la lettera. La versione ufficiale resta quella del suicidio e, al di là del vasto campo delle illazioni, il suo nome è oggi legato a quello di altri grandi artisti che, come lui, avevano condotto una vita al limite.

Kurt Cobain nel 1991 – Immagine di Julie Kramer condivisa con licenza CC BY-SA 4.0 via Wikipedia

Brian Jones

Ma molto prima di Kurt Cobain, il primo nome iscritto al Club fu Brian Jones, chitarrista e membro fondatore dei Rolling Stones. Nato a Cheltenham il 28 febbraio del 1942, il successo della sua band lo rese dipendente da alcol, LSD e cocaina, minandone la salute già cagionevole.

Brian Jones nel 1967 – Immagine di Ben Merk condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia

Il 10 maggio del 1967 fu arrestato per possesso di droga e l’episodio contribuì ad aggravare la sua alienazione dagli Stones. Brian era vittima del costante abuso di sostanze stupefacenti e iniziò a essere incostante nel suo apporto al gruppo. La situazione precipitò il 21 maggio del 1968, quando le autorità britanniche giunsero nella sua abitazione con un mandato di perquisizione e lo trovarono ancora una volta in possesso di marijuana. Sebbene giudicato colpevole, il giudice ebbe compassione e lo lasciò andare con un piccola multa e la raccomandazione a non ricadere in quel tunnel senza uscita in cui si stava addentrando. Brian non seguì l’indicazione e la rottura con gli Stones si rese inevitabile. La band era in procinto di intraprendere un tour negli Stati Uniti a partire da novembre del 1969, ma, in virtù dei suoi precedenti penali gli fu negato il permesso di ingresso. I compagni lo sostituirono e partirono senza di lui.

Brian Jones nel 1969 – Immagine condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia

Le sue condizioni si aggravarono e il 3 luglio la fidanzata Anna Wohlin ne rinvenne il cadavere sul fondo della piscina della sua casa di Hartfield, la celebre Cotchford Farm, in passato appartenuta al creatore di Winnie-the-Pooh. Stando al rapporto delle autorità, la rockstar in disgrazia era morta a causa di un annegamento involontario propiziato dall’abuso di alcool e droghe, ma l’evento, che pose fine alla vita di Brian a soli 27 anni, è tutt’oggi avvolto nel mistero.

I Rolling Stones nel 1967 con Marianne Faithfull (compagna di Mick Jagger) e Maharishi Mahesh Yogi – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Secondo le dichiarazioni di Tom Keylock, autista e amico degli Stones, la responsabilità sarebbe attribuibile al costruttore Frank Thorogood, che quella fatidica sera era ospite di Brian insieme ad altre due persone. Pare che il movente dell’omicidio, poi insabbiato dalle autorità, fosse legato a una disputa finanziaria.

Brian gli aveva pagato 18.000 sterline per dei lavori di ristrutturazione, ma Thorogood ne chiedeva altre 6.000

Nacque una lite in cui l’uomo mise la testa del padrone di casa sott’acqua. Il musicista degli Stones, che fin da bambino soffriva d’asma, non resse l’apnea e morì; dopodiché, preso dal panico, Thorogood si vestì e scappò. Anche se in molti hanno condiviso questa versione degli eventi, quella ufficiale non è mai stata smentita e il decesso di Brian Jones è tutt’oggi fonte di dibattito.

Brian Jones – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Jimi Hendrix

Il secondo artista che entrò nel Club fu Jimi Hendrix, nato a Seattle il 27 novembre del 1942 e morto a Londra il 18 settembre del 1970. Considerato uno dei più grandi chitarristi di sempre, oltre che innovatore del rock, Hendrix fu un’icona del suo tempo. Ad esempio, basti pensare alla sua storica esibizione al festival di Woodstock del ’69 o a quando, nel ’67, concluse un concerto bruciando la chitarra sul palco.

Jimi Hendrix a Woodstock il 18 agosto del 1969 – Immagine condivisa con licenza Fair use via Wikipedia

Anche la sua stella brillò per poco e una notte di settembre assunse una quantità letale di sonniferi. La mattina successiva la fidanzata Monika Dannemann lo trovò privo di sensi nella sua stanza del Samarkand Hotel di Londra, e quando le autorità furono allertate era ormai troppo tardi. Hendrix morì prima di giungere in ospedale. Le indagini dell’autopsia fugarono le prime ipotesi di un’overdose da droghe, di cui già da tempo abusava, e i medici constatarono che la rockstar era stata vittima di un soffocamento causato da un improvviso conato di vomito, sopraggiunto dopo l’assunzione di un mix letale di alcool e Vesparax, un barbiturico molto potente.

Jimi Hendrix nel 1967 – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

All’indomani della sua scomparsa nacquero una serie di teorie alternative che avvaloravano l’ipotesi di un omicidio. In particolare l’opinione pubblica puntò il dito contro Monika Dannemann, per molti colpevole di non aver chiamato subito un’ambulanza, e Chas Chandler, manager di Hendrix con il quale aveva avuto numerosi diverbi.

Jimi Hendrix nel 1967 – Immagine di A. Vente condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 NL via Wikipedia

Janis Joplin

Poche settimane dopo Hendrix, il Club accolse il suo primo membro femminile: Janis Joplin. Nata a Porth Arthur il 19 gennaio del 1943, esordì giovanissima nel mondo musicale e divenne nota al grande pubblico come cantante del gruppo Big Brother and the Holding Company. Janis fu una hippy, una portavoce della controcultura, del peace and love, dell’uguaglianza razziale e dell’emancipazione femminile, ma la sua vita celava delle ombre, dei demoni provenienti dal passato che la spinsero sempre di più verso l’abuso di sostanze stupefacenti. In quella breve parentesi che fu la sua esistenza, si portò dietro tantissime ferite e, per quanto ci provasse, non fu mai in grado di medicarle.

Janis Joplin – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Era una ragazza diversa dalle sue coetanee e le sue idee la resero vittima di bullismo fin dall’adolescenza. Crescendo le cose non migliorarono e lo scarso sostegno dei genitori ne accentuarono le insicurezze e il disperato bisogno d’accettazione. Il suo unico conforto, se così si può dire, fu l’eroina. Apertamente bisessuale, Janis ebbe numerose relazioni, di cui le più famose furono quella con la groupie Peggy Caserta e lo scrittore Seth Morgan, suo partner quando morì. La sua storia di sesso, droga e rock ‘n’ roll giunse al termine il 4 ottobre del 1970 in un hotel di Los Angeles.

Janis Joplin durante un concerto – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

All’una di notte Janis si iniettò una dose di eroina, scese al rivenditore di sigarette dell’hotel e tornò in camera, morendo nella solitudine della sua stanza. Circa diciotto ore dopo l’ora del decesso il suo manager e un suo amico intimo, John Byrne Cooke, ne rinvennero il cadavere. Janis giaceva esanime con il corpo incastrato fra letto e comodino, il volto sul pavimento e del sangue coagulato che fuoriusciva da naso e bocca. L’autopsia di Thomas Noguchi, famoso per essere il “medico legale delle stelle” (ad esempio, eseguì l’autopsia di Marilyn Monroe), evidenziò che era stata vittima di un’overdose da eroina, ma fu impossibile stabilire la dinamica precisa dell’incidente. Se da un lato era plausibile che la droga l’avesse fatta svenire e di conseguenza avesse sbattuto per terra, dall’altro era altrettanto plausibile che fosse semplicemente inciampata.

Janis Joplin nel 1969 – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Jim Morrison

L’ultimo musicista del nucleo primordiale del Club fu Jim Morrison. Ironia della sorte, morì esattamente due anni dopo Brian Jones; quasi a voler chiudere un immaginario cerchio inaugurato dall’ex membro degli Stones. Nato a Melbourne l’8 dicembre del 1943, insieme al suo gruppo, i Doors, Morrison scalò l’olimpo discografico e divenne un’icona di quegli anni. Era dotato di una grande presenza scenica, aveva un’indole ribelle, da poeta maledetto della musica, e come tutti a quell’epoca era solito bere e drogarsi senza ritegno.

I Doors – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

All’apice della carriera, nell’aprile del 1971, accusò una serie di crisi respiratorie e cominciò a tossire sangue. La sua vita al limite gli stava preparando un conto salatissimo. Su consiglio dei medici si recò in Marocco per un breve soggiorno in un clima salubre, dopodiché, il 3 maggio, si trasferì a Parigi insieme alla compagna Pamela Courson, anche lei eroinomane.

Pamela Courson – Immagine condivisa con licenza Fai use via Wikipedia

Nella capitale francese le condizioni di Morrison si aggravarono, ma l’artista continuò a bere e drogarsi, finché, nella notte fra il 3 il 4 luglio, ebbe un eccesso di tosse e dei conati di vomito che svegliarono Pamela. Il frontman dei Doors si rifiutò di chiamare un medico e rassicurò la fidanzata dicendole che avrebbe fatto un bagno caldo per rimettersi in sesto.

Jim Morrison – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Pamela lo assecondò e tornò a dormire, ma la mattina successiva ne rinvenne il corpo immerso nella vasca da bagno. La ragazza fu l’unica testimone oculare della vicenda e, stando alla sua versione, non poté avvisare le autorità francesi perché non conosceva bene la lingua, quindi chiamò l’amico Jean de Breteuil, che, a sua volta, richiese l’intervento dei vigili del fuoco. Il pompiere Alain Raisson giunse sul posto alle 09:24 e tentò invano di rianimare la rockstar.

L’appartamento parigino di Jim Morrison in Rue Beautreillis 17 – Immagine di SK49 condivisa con licenza CC BY 3.0 via Wikipedia

Nel giro di un’ora lo raggiunsero l’ispettore Jaques Manches e il medico legale Max Vassille. Quest’ultimo eseguì un’analisi approssimativa del cadavere e nel suo rapporto specificò l’inutilità di un’autopsia. Morrison era stato stroncato da un arresto cardiaco e la polizia archiviò il caso. Immerso esanime nell’acqua, per dirla come una delle più celebri canzoni dei Doors, This is the end… of Jim Morrison.

I Doors nel 1966 – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

La sua morte fu subito al centro di grandi dibatti e furono formulate numerose ipotesi alternative. Leggenda vuole che Morrison inscenò la propria morte per scappare in Africa e vivere lontano dai riflettori, ma, tralasciando le più fantasiose, ce n’è una in particolare che non è mai stata del tutto smentita e tutt’oggi trova riscontro nell’enorme alone di mistero che circonda quella fatidica notte del ’71.

Perché Vassille non tenne in considerazione i numerosi lividi presenti sul corpo di Morrison e accertò la causa del decesso senza predisporre un’autopsia o un esame tossicologico?

E ancora; Pamela non allertò subito le autorità perché non conosceva bene la lingua o per un altro motivo?

Jim Morrison nel 1970 – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Una ricostruzione dei fatti molto diversa da quella fornita dalla fidanzata del cantante stabilì che la notte fra il 2 e il 3 luglio Morrison era nel celebre night-club Rock ‘n’ Roll Circus, gestito da Sam Bernett. Secondo questa linea narrativa, tra l’altro, supportata da diverse testimonianze, Morrison si ubriacò a suon di vodka e birra e andò in overdose da eroina. Bernett ne rinvenne il cadavere a tarda notte, accasciato in un bagno del locale. A livello giudiziario, l’evento sarebbe stato un disastro; perciò fece trasportare il corpo nella vasca del suo appartamento di Rue Beautreillis e inscenò la versione ufficiale dei fatti con l’aiuto di Pamela.

Memoriale di Jim Morrison in Germania – Immagine di SK49 condivisa con licenza CC BY 3.0 via Wikipedia

A chiudere il cerchio, infine, si ipotizzò che lo stesso Ministro degli Interni francese avesse ordinato un’inchiesta solo di facciata, per insabbiare il caso e non incorrere in uno scandalo mediatico. Nonostante i tanti quesiti irrisolti, non è stata mai aperta alcuna inchiesta, ma, al di sopra di ogni ragionevole dubbio, la considerazione finale che meglio si sposa con la storia di Jim Morrison è quella fornita dai suoi biografi.

A meno che non si tratti di un omicidio, poco importa come sia morto: un’overdose di qualcosa, un infarto, o semplicemente si sia ubriacato a morte. La questione di fondo resta quella del suicidio. In un modo o nell’altro, Jim è morto per autodistruzione e scoprire in quale maniera è solo questione di determinare il calibro della metaforica pistola che lui stesso si è puntato alla tempia”.

Come se non bastasse, la leggenda nera di Morrison non si esaurì quel fatidico 3 luglio e il 25 aprile del 1974 Pamela morì a Los Angeles per un’overdose, anche lei a 27 anni.

Jim Morrison e Pamela Courson – Immagine di RV1864 condivisa con licenza CC BY-NC-ND 2.0 via flickr

Amy Winehouse

Dopo la scomparsa di Morrison il Club non vide nuovi membri per oltre vent’anni, fino al momento di Kurt Cobain. Da allora la sua fama crebbe a dismisura, e nel 2011 accolse un altro membro, l’ultimo dei Big Six: Amy Winehouse.

Amy Winehouse nel 2007 – Immagine di Greg Gebhardt condivisa con licenza CC BY 2.0 via Wikipedia

Nata a Londra il 14 settembre del 1983 e morta il 23 luglio del 2011, Amy fu una cantante prolifica, capace di scalare le classifiche mondiali e imporsi nell’industria discografica, ma nella sua breve carriera fece spesso parlare di sé per i suoi problemi legati all’alcool, alle droghe e ai disturbi alimentari. Nel maggio del 2008 sposò Blake Fieder-Civil, per poi divorziare l’anno successivo.

Amy Winehouse a Berlino nel 2007 – Immagine di berlinfotos condivisa con licenza CC BY 2.0 via Wikipedia

Fu il colpo di grazia alla sua già fragile psiche. Amy cadde in un tunnel depressivo e a partire dal 2011 la sua situazione si aggravò quando la nuova compagna dell’ex marito la denunciò per stalking. Anche a livello professionale le cose andavano male: si sentiva in trappola, vittima del suo stesso successo. Tutti questi fattori fomentarono le sue dipendenze e la sera le 22 luglio del 2011 Andrew Morris, una sua guardia del corpo, la vide per l’ultima volta mentre fissava il computer che riproduceva video dei suoi concerti.

La statua di Amy Winehouse a Camden, Londra – Immagine di Neil Crump condivisa con licenza CC BY 2.0 via Wikipedia

Il giorno successivo, alle 15:53, Morris ne rinvenne il cadavere disteso sul letto e accerchiato da bottiglie vuote di vodka. L’autopsia e gli esami tossicologici esclusero l’ipotesi del suicidio e, considerando l’alta quantità di alcool presente nel sangue della cantante, pari a cinque volte il limite consentito per la guida, le autorità conclusero che Amy si fosse semplicemente ubriacata a morte.

Fiori e messaggi dei fan fuori la casa londinese di Amy Winehouse – Immagine di Gruenemann condivisa con licenza CC BY 2.0 via Wikipedia

Robert Johnson

Oltre ai Big Six, che ne rappresentano la cerchia ristretta, tanti altri artisti sono stati accostati al Club. Il requisito fondamentale è sempre lo stesso: l’età. Ad esempio, l’ultimo in ordine cronologico è il rapper statunitense Fredo Santana, morto il 19 gennaio del 2018 a causa di un attacco epilettico propiziato dalla sua tossicodipendenza.

Fredo Santana nel 2015 – Immagine condivisa con licenza Fair use via Wikipedia

Tuttavia, prima ancora di Jim Morrison, Jimi Hendrix, Brian Jones e Janis Joplin, ovvero i quattro che hanno dato vita alla leggenda, nella prima metà del secolo c’è stato un altro artista, scomparso a 27 anni e in circostanze misteriose, che per molti è il primo vero membro del Club. Stiamo parlando di Robert Johnson, una delle più grandi star della musica blues. La sua biografia è frammentaria, contorta e ricca di aneddoti che ne hanno fomentato le numerose leggende a tinte fosche.

Robert Johnson in una delle uniche tre foto verificate – Immagine condivisa con licenza Fair use via Wikipedia

Si presume che nacque l’8 maggio del 1911 ad Hazlehurst, nel Mississippi, e si appassionò alla musica fin da bambino. Nel 1929 sposò la sedicenne Virginia Travis e con lei si trasferì a Robinsonville, ma l’anno successivo la ragazza morì dando alla luce una bambina, anch’ella deceduta nel parto. Johnson ne uscì distrutto, si diede all’alcolismo e divenne una sorta di fantasma, che appariva e scompariva per le strade, sempre con una bottiglia in mano. Dal nulla, poi, ricominciò a suonare e divenne un artista itinerante, dotato di un talento strabiliante che, a detta dei suoi contemporanei, non aveva mai avuto.

La lapide di Johnson nel cimitero di Payne Chapel. Nessuno sa con certezza dove fu sepolto ed esistono tre possibili siti – Immagine di Courtland Bresner condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia

Il 13 agosto del 1938 si recò al locale Three Forks per suonare insieme a due amici, Sonny Boy Williamson e David Honeyboy Edwards. Secondo il racconto di Sonny Boy, Johnson aveva una relazione occasionale con la moglie del proprietario, ma questi, pur di farlo esibire, aveva chiuso un occhio sulla questione. Quella sera il chitarrista esagerò e flirtò spudoratamente con la donna davanti agli occhi di tutti. Durante una pausa dall’esibizione, giunse fra le sue mani una bottiglia di whiskey già aperta, ma Sonny Boy gliela fece cadere e lo ammonì di non bere mai da qualcosa che non aveva stappato personalmente.

La lapide di Johnson nel cimitero di Mount Zion – Immagine di Aquabravo77 condivisa con licenza CC BY-SA 4.0 via Wikipedia

Johnson fece orecchie da mercante e quando gli arrivò una seconda bottiglia la vuotò senza farsi problemi. La serata si concluse lì: Johnson era talmente ubriaco da non riuscire più a suonare, quindi tornò a casa e ravvisò i primi sintomi di un avvelenamento. Dopo due giorni di intensa agonia, morì a 27 anni. Qualcuno gli aveva somministrato della stricnina.

La lapide di Johnson nel cimitero di Little Zion Church – Immagine di Aquabravo77 condivisa con licenza CC BY-SA 4.0 via Wikipedia

Fu davvero un omicidio?

Oppure il Diavolo era venuto a reclamare la sua anima. Sembra una frase superstiziosa, ma è legata a una vicenda che riguarda lo stesso cantante. Leggenda narra che anni prima Johnson fosse riapparso dal nulla con un talento straordinario perché aveva stretto un patto col Diavolo: in cambio della sua anima aveva ricevuto un dono unico nel suo genere. Ad arricchire questa storia, si narra che, all’epoca, alcune persone lo videro conversare a notte fonda con un tizio misterioso a un incrocio desolato della città.

La teoria più accreditata è che, invece, incontrò Ike Zimmerman e ne divenne l’allievo, ma anche quest’ultimo, a sua volta, ha una biografia avvolta dal mistero e si diceva che avesse appreso tutti i segreti della musica suonando nei cimiteri col favore delle tenebre. Oltre a essere un membro onorario dei Big Six, Johnson è, talvolta, accreditato come capostipite della maledizione alla base del Club, che affligge tutti coloro dotati di un talento fuori dal comune. Se il dazio da pagare è la propria anima, secondo questo punto di vista, Satana è solito bussare alla porta dopo il ventisettesimo anno d’età.

Isaiah “Ike” Zimmerman, l’enigmatico maestro di Johnson – Immagine di RattlerB condivisa con licenza CC BY-SA 4.0 via Wikipedia

Le possibili spiegazioni al Club dei 27

Il Club vanta tantissimi nomi dell’industria discografica, tuttavia, oltre alla coincidenza dell’età, in particolare con i Big Six, è interessante notare tutti gli altri fattori che accomunano i membri. Ciascuno di loro ha lasciato un’impronta indelebile del suo passaggio, ma si tratta di biografie tormentate, legate al consumo di alcool e alla droga, eccessi scambiati per antidoti in grado di fugare i propri demoni interiori.

Dove non c’è di mezzo un’overdose, c’è un suicidio o, quantomeno, una morte sospetta

Parlando del quartetto degli anni ’70, dopo la scomparsa di Morrison in molti formularono una teoria complottista che puntava il dito contro la CIA, accusata di averli fatti sparire perché artisti scomodi, rappresentanti della controcultura, hippy e pacifisti capaci di fomentare il dissenso pubblico nei confronti del presidente Nixon, all’epoca impegnato con l’affaire vietnamita. L’intera questione è stata affrontata anche sotto altri punti di vista. La domanda a cui questi studi hanno cercato di rispondere è sempre la stessa.

Perché sono morti proprio a 27 anni?

Sesso, droga e Rock ‘n’ Roll è il celebre motto che meglio riassume i membri del Club. Secondo alcuni esperti la causa è rintracciabile nel loro stile di vita. È, quindi, una sorta di malattia professionale dove ciascun artista o abbandona certe abitudini o paga il conto presentatogli dal fisico.

Il murales di Tel Aviv durante la realizzazione – Immagine di Psicologia per sempre condivisa con licenza CC BY-SA 4.0 via Wikipedia

Lo specialista neurologico Borwin Bandelow ha condotto uno studio ancora più approfondito e ha avvallato un’ipotesi secondo cui i membri del Club soffrivano della sindrome borderline, un disturbo della personalità sfociante in comportamenti autodistruttivi o, nel peggiore dei casi, nel suicidio. Statisticamente, la sindrome raggiunge il picco di gravità a un’età media di 26,9 anni. Al contrario, un altro studio, condotto e pubblicato dalla rivista britannica Stylist, si concentra sulla cosiddetta crisi del quarto di secolo, menzionando dei fattori in grado di aggravarla.

La corteccia prefrontale del cervello non finisce di svilupparsi fino a quando le persone non hanno 25/27 anni. […] A 20 anni, si verifica un processo chiamato mielinizzazione, in cui le cellule nervose vengono avvolte dalla mielina per fornire isolamento. Se interrompi questo processo, con bevande o droghe, sarai più vulnerabile alla depressione e alle azioni compulsive. Le rockstar trascorrono molto tempo dentro perché non possono uscire ed essere riconosciute. […] Questo causa bassi livelli di vitamina D, che li rende più vulnerabili alla depressione. Se si ha una confluenza di tutto questo, combinato con bevande o droghe, allora possono sorgere problemi”.

Forever 27, murales dedicato a Janis Joplin, Jim Morrison, Kurt Cobain e Jimi Hendrix – Immagine di MK Feeney condivisa con licenza CC BY 2.0 via Wikipedia

In seconda istanza, è interessante notare che i musicisti sono soggetti a morti premature, ma il numero 27 non registra un accumulo così grande da farlo risaltare sopra gli altri. In generale, le rockstar muoiono autodistruggendosi, vittime dei propri demoni, fagocitati dalla troppa fama, dai riflettori; eppure, esiste un solo Club di una sola età. Forse, il Club dei 27 è così famoso perché, riprendendo le parole di Kurt Cobain, ha riunito in un unico gruppo dei grandi artisti che hanno preferito bruciare in fretta, piuttosto che spegnersi lentamente.

Nicola Ianuale

Sono uno scrittore e un grande appassionato di letteratura, cinema e storia. Ho pubblicato un romanzo di narrativa, “Lo scrittore solitario”, e un saggio, “Woody Allen: un sadico commediografo”, entrambi acquistabili su Amazon. Gestisco la pagina Instagram @lo_scrittore_solitario_ dove pubblico post, curiosità su film e libri e ogni giorno carico un quiz sulla letteratura.