9 ottobre 1967: è da poco passata l’una del pomeriggio, in un remoto villaggio boliviano che conta non più di venti case, quando muore un uomo e nasce un mito: è Ernesto Guevara, o semplicemente il Che.

L’immagine più famosa di Ernesto Che Guevara, del fotografo Alberto Korda – 1960


A ucciderlo, materialmente, è un giovane militare, Mario Terán Salazar, scelto tra altri sette soldati che si erano offerti come volontari. Dietro la morte del Che ci sono però molte altre persone e diverse forze in campo, e forse la sua solitudine di rivoluzionario mai disposto a scendere a compromessi, inviso all’Unione Sovietica, il cui sostegno era fondamentale per la Cuba di Fidel Castro, in particolare dopo l’episodio della Baia dei Porci e l’embargo statunitense.

Che Guevara in Congo – 1965

Nel 1965 il comandate Che Guevara se ne va in Congo, per sostenere la rivolta marxista, con risultati deludenti, poi torna per qualche mese a Cuba, solo per organizzare la sua nuova missione: esportare la rivoluzione cubana in America Latina, far scoppiare “tanti Vietnam” per contrastare l’ingerenza statunitense nei paesi del Sud America.

Va in Bolivia, dove però non trova il sostegno degli oppositori del dittatore René Barrientos Ortuño, filo-sovietici.

Che Guevara in Bolivia – 1967

In Bolivia, dove da tempo si sospettava la presenza di Guevara, arrivano forze speciali dell’esercito statunitense, per addestrare l’esercito locale, e agenti della CIA, tra i quali c’è Felix Rodriguez, cubano di nascita e sostenitore di Fulgencio Batista, costretto a lasciare l’isola dopo la rivoluzione. Tra l’altro, per agevolare l’invasione della Baia dei Porci era stato inviato a Cuba, da dove era poi riuscito a scappare.

Non ha nemmeno il sostegno di Cuba il Che, abbandonato (secondo uno dei guerriglieri che era con lui in Bolivia, Dariel Alarcón Ramírez, nome di battaglia Benigno) da Fidel Castro. E’ solo, con una manciata di compagni che, vista l’inevitabile prossima cattura, lui lascia liberi di abbandonare la lotta.

Sono i primi giorni di ottobre, Guevara e i suoi, che non hanno nemmeno più quasi nulla da mangiare, si nascondono in un canalone, la Quebrada del Yuro. A rivelare la posizione dei rivoluzionari è un contadino locale, Honorato Rojas, dopo aver subito minacce e percosse dai soldati regolari.

C’è Gary Prado Salmón a comandare militari boliviani e Rangers, che accerchiano i guerriglieri vicino al villaggio di La Higueira. Prima catturano Willy, nome di battaglia di Simeón Cuba Sarabia, e poi il Che, che pare abbia urlato: “Non sparate, sono il Che Guevara, valgo più da vivo che da morto”. I due vengono condotti nella misera scuola del villaggio, una baracca con due stanze, che saranno poi il luogo dell’esecuzione di entrambi, tenuti separati in quella notte fra l’8 e il 9 ottobre. Arriva anche Felix Rodriguez, entusiasta della cattura, che vuole assolutamente parlare con il suo nemico. Nonostante le sue dichiarazioni che raccontano di un colloquio amichevole e addirittura di un abbraccio finale, pare che il Che gli abbia sputato in faccia chiamandolo gusano, “verme”.

Mappa degli spostamenti del Che in Bolivia – La linea tratteggiata segna gli spostamenti del gruppo di guerriglieri guidati da Guevara prima della cattura

Sono le ore 10 del 9 ottobre quando arriva l’ordine “nada de prisioneros”, dalle alte gerarchie militari boliviane: i guerriglieri devono morire. Rodriguez avverte la CIA, che approva l’esecuzione. L’unica avvertenza è uccidere i prigionieri in modo che sembrino caduti in battaglia. In particolare, il volto di Che Guevara deve essere ben riconoscibile: René Barrientos avrebbe desiderato (pare) metterla in bella mostra su una picca, esposta sulla pubblica piazza di La Paz. L’uomo scelto per uccidere Che Guevara entra nella stanza piuttosto nervoso, tanto che il comandante, ben sapendo cosa lo aspetta, gli dice:

Lei è venuto a uccidermi. Stia tranquillo, lei sta per uccidere un uomo

Era vero, moriva un uomo (e anche i suoi compagni) ma nasceva un mito, fin da subito: quegli occhi ostinatamente aperti lo facevano sembrare vivo, tanto che prima di seppellirlo in una fossa comune a Vallegrande, gli tagliarono le mani, per dimostrare la realtà della sua fine.

La foto post-mortem di Che Guevara

Dopo la morte di Ernesto Guevara nasce una leggenda, quella della “maledizione” del Che. Perché molte delle persone presenti a La Huiguera o comunque coinvolte nella fine del rivoluzionario, hanno concluso la loro vita in maniera violenta.

A partire dal dittatore  René Barrientos Ortuño, ovvero il primo responsabile della morte di Guevara, l’uomo che ne aveva ordinato l’esecuzione. Barrientos, giunto al potere nel 1964 con un colpo di stato, oltre ad avere come consulente dei servizi segreti un criminale nazista, si avvale degli squadroni della morte per eliminare gli oppositori, ma al tempo stesso cerca il sostegno popolare (in particolare quello dei contadini poverissimi, ai quali assegna sì delle terre, ma in aree remote e poco fertili) viaggiando in ogni angolo del paese. Durante una di queste trasferte, il 27 aprile 1969, il suo elicottero si schianta a terra e prende fuoco. Incidente o attentato? La versione ufficiale parla di incidente, ma sono in molti a propendere per l’attentato, organizzato (pare) dal co-presidente Alfredo Ovando Candia, che poco dopo, a settembre del ’69, rovescerà il successore di Barrientos e prenderà il potere (solo per un anno).

René Barrientos Ortuño

L’11 maggio 1979 è la volta di Joaquín Zenteno Anaya, ucciso a Parigi, dove era ambasciatore, da un commando maoista: all’epoca della cattura di Guevara, Zenteno era il colonnello che aveva scelto Mario Terán come boia del Che.

Prima ancora, il 15 luglio 1969, alcuni guerriglieri boliviani sparano a Honorato Rojas, il contadino che aveva rivelato il nascondiglio di Guevara.

Il 10 ottobre 1970 perde la vita il tenente colonnello Eduardo Huerta, che peraltro si era rifiutato di assassinare a sangue freddo il Che, ma che comunque era lì, a La Higuera, a custodire il prigioniero. Huerta finisce letteralmente decapitato, in un incidente stradale. Anche in questo caso qualcuno sospetta che non si sia trattato di una tragica causalità.

Il 1° aprile 1971, la “vendicatrice” di Che Guevara, Monika Ertl, uccide ad Amburgo Roberto Quintanilla, un ex colonnello dei servizi segreti boliviani appena arrivato nella città tedesca in qualità di console. A Vallegrande, Quintanilla avrebbe voluto decapitare il cadavere del Che, ma poi si era limitato a tagliargli le mani. Ertl attua la sua vendetta in nome dell’Esercito di liberazione nazionale boliviano, il movimento di guerriglieri rivoluzionari formato da Guevara. Monica Ertl finirà poi uccisa dai servizi di sicurezza boliviani nel 1973.

Fa una brutta fine anche il colonnello Andés Selich, che aveva fatto gettare il corpo di Che Guevara nella fossa comune di Vallegrande. Il mistero sul luogo di sepoltura del Comandante dura trent’anni: solo nel 1997 le sue ossa vengono ritrovate, insieme a quelle di altri sei guerriglieri cubani, dall’antropologo Jorge Gonzalez. Nel 1973 Selich è ministro dell’interno nel governo del dittatore Hugo Banzer, ma qualcuno dei suoi colleghi sospetta che si prepari a organizzare un colpo di stato, e così viene ucciso, a botte.

Anche il maggiore Miguel Ayroa, presente a La Higuera, scompare misteriosamente nel 1972, dopo essere stato tratto in arresto per ordine dello stesso governo di Banzer.

Il 2 giugno 1976 muore assassinato, mentre è in esilio in Argentina, l’ex presidente boliviano Joan José Torres Gonzales (deposto proprio da Banzer), che nel 1967 era capo di stato maggiore: probabilmente era stata una sua idea l’esecuzione di Guevara, per evitare un processo che avrebbe fatto da cassa di risonanza alle idee rivoluzionarie.

Ernesto Che Guevara a 22 anni in Argentina:

Poi ci sarebbe Gary Prado Salmón, l’uomo passato alla storia per aver catturato il Che. Lui ha sempre sostenuto di non essere stato presente nel momento dell’esecuzione, ma ha anche raccontato altre cose, poi smentite dai fatti, come la cremazione del corpo di Guevara. Nel 1968 Prado sfugge a un attentato, durante il quale vien ucciso un suo collega, scambiato per lui da quattro seguaci brasiliani del Che. Nel 1981 viene però colpito da un proiettile, durante una manifestazione politica, e da allora è costretto su una sedia a rotella.

La maledizione del Che non ha colpito Mario Terán, che però ha vissuto nel terrore per tutti questi decenni, un po’ nascondendosi, un po’ negando di essere il responsabile.

Anche Felix Rodriguez, l’agente della CIA che il Che chiamò “verme”, è sopravvissuto alla maledizione e alla guerra del Vietnam, per poi partecipare ad operazioni fonte di scandalo negli USA, come la vendita di armi all’Iran dell’Ayatollah  Khomeini e l’omicidio di un agente del dipartimento anti-droga statunitense che stava indagando sul presunto coinvolgimento del governo americano nel narcotraffico con il Messico.

Chissà se a Rodriguez, guardando l’orologio appartenuto al Che e da lui tenuto come souvenir (malgrado la richiesta del Comandante di farlo avere al figlio), viene mai qualche dubbio sulle sue azioni?

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Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.