La “Liberté Chérie”: una loggia massonica nel Campo di concentramento di Esterwegen

La Germania nazista non risparmiò nessuno, e dalla storia sappiamo si accanì in maniera spietata anche su coloro che venivano considerati “dissidenti politici”, considerati “pericolosi” per il regime e, quindi, altre persone da epurare. Tra di essi non fecero eccezione gli appartenenti alla Libera Muratoria, aspramente perseguitati per le loro idee liberali e filantropiche, che nel nostro Paese erano, nella prima parte del ‘900, soprattutto i più diretti seguaci del pensiero mazziniano.

Tutte le obbedienze massoniche vennero infatti messe fuori legge sia dal Fascismo che dal Nazismo: si protrasse una vera e propria opera persecutoria nei loro confronti e nell’Europa delle grandi dittature i loro templi vennero fatto oggetto di saccheggio e devastazione, molti Massoni vennero bollati come oppositori politici, perseguitati, uccisi, torturati e per molti di loro si aprirono appunto le porte dei campi di sterminio dai quali pochi ne uscirono vivi.

La rivista inglese “The Square” ci fornisce una sintesi della situazione e scrive che: “Nel Belgio i Nazisti chiusero tutte le Logge nel 1941. Un ufficiale delle SS, incaricato di occuparsi della Massoneria, si scusò effettivamente con il suo superiore per il ritardo nell’azione contro gli ebrei, dal momento che tutti gli sforzi si erano concentrati nella lotta alla Massoneria […] Circa 112 massoni belgi sono stati registrati come morti nei campi di concentramento nel corso della guerra”.

Il Memorial al campo di concentramento di Esterwegen. Fotografia di Marvins21 condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia:

Degna di nota è la storia, avvenuta all’apice delle barbarie naziste tra il 1943 e il 1944, del Campo di concentramento di Esterwegen: un insieme di quindici strutture distribuite lungo la frontiera tedesca tra la Bassa Sassonia e i Paesi Bassi. Nel 1933, il regime nazionalsocialista decise di adibire i Campi di Borgermoor ed Esterwegen come luogo d’internamento specifico degli oppositori politici. La storia trova una prima fonte presso gli archivi del Centro di Documentazione Massonica di Bruxelles, il CEDOM-MADOC, ed una seconda fonte dai racconti di uno dei sopravvissuti ancora in vita: il dottor Franz Bridoux, classe 1924, massone belga, il quale trascrisse le sue memorie poco prima di morire nel 2017.

Ad Esterwegen, in un clima di morte e sofferenza, esisteva una baracca segnata come “n. 6” del campo, la quale entrerà nella storia per aver ospitato, in maniera assolutamente clandestina, una loggia massonica belga. La Loggia sorse per volontà di alcuni massoni imprigionati e venne chiamata con il nome di Liberté Chérie, (“amata libertà”), parole tratte dai versi della Marsigliese.

Il Memorial al campo di concentramento di Esterwegen. Fotografia di Marvins21 condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia:

Il campo di concentramento di Esterwegen era composto da un gruppo di 15 campi al confine con l’Olanda, con amministrazione centrale nella città di Papenburg.

Esterwegen era lo stereotipo del lager: filo spinato, torrette, fari, planimetria ortogonale, fame, fango, violenza, terrore, morte, baracche di legno e miseria fisica, morale, psicologica e intellettuale che indeboliva gli internati sottoposti a violenze tali da minarli profondamente nel corpo, nella psiche e nello spirito rendendoli spesso indifferenti anche alla loro dignità, pur di assicurarsi la sopravvivenza.

Nel freddo e nel fango, la Baracca 6 era occupata da oltre cento internati, soprattutto di nazionalità belga e francese, in un vero e proprio spaccato della società: c’erano infatti magistrati, funzionari dello stato, docenti universitari, banchieri, giornalisti, ingegneri, ma anche semplici insegnanti, operai, imprenditori, commercianti, rappresentanti di commercio e preti cattolici. La metà di loro era adibita alla cernita di munizioni e di materiale elettrico, mentre l’altra veniva mandata a lavorare, in condizioni disumane, nelle torbiere che si trovavano nei dintorni del campo. Tutti, sulle casacche – all’altezza del cuore – avevano cucito il famigerato triangolo rosso con il vertice in basso ed erano schedati con la sigla “NN”: «Nacht und Nebel» ovvero “Notte e nebbia”.

Tale espressione, tratta dalla celebre opera lirica “L’Oro del Reno” di Richard Wagner, si rifà al decreto voluto da Adolf Hitler, il 7 dicembre 1941, a seguito dell’entrata in guerra degli Stati Uniti d’America. In applicazione del decreto, tutte le persone che rappresentavano un pericolo per la sicurezza della Germania venivano deportate e fatte sparire nel segreto assoluto. L’ordine, infatti, era quello di non rilasciare alcuna informazione circa il loro destino o il luogo di morte. Gli oppositori dovevano essere fermati e fatti scomparire “nella notte e nella nebbia”, diceva testualmente Hitler, segretamente arrestati in Germania senza dare altro tipo d’informazione sulla detenzione.  Il loro destino era dunque la morte certa, e coloro che ancora erano in attesa dell’esecuzione venivano abitualmente utilizzati come forza lavoro nei campi di sterminio, occupando il gradino più basso della scala gerarchica come risultava dal ricevere la minor quantità di cibo e dalle scarse possibilità di ricevere assistenza medica.

Secondo alcuni storici, però, “Nacht und Nebel” sarebbe un’interpretazione ripresa (probabilmente dagli stessi nazisti) dall’abbreviazione latina “NN” ovvero Nomen Nescio (“non ne conosco il nome”), utilizzata per designare una persona che non si vuole o non si può nominare.

Così, con grandissima forza d’animo, sette uomini belgi, che avevano in comune l’essere massoni, decisero di mettersi d’accordo ed esattamente il 15 novembre 1943 fondarono o, come si dice in gergo massonico, “innalzarono le Colonne” della Loggia “Liberté Chérie”. Erano rispettivamente: un magistrato; il giornalista ed editore Luc Somerhausen, un Colonnello dell’Esercito Belga e Capo di Gabinetto del Ministero della Difesa Belga; un professore di Lettere e Filosofia, un altro docente universitario e direttore di un importante laboratorio farmaceutico, che collaborò, in clandestinità, al giornale della Resistenza “La Voce dei Belgi”, un altro giornalista, Jean Sugg, che operò nella stampa clandestina traducendo testi per diversi giornali della Resistenza, ed Henri Story, un uomo d’affari e politico belga.

Ad essi si aggiunsero in seguito Fernand Erauw, Ufficiale dei Granatieri, già Responsabile scientifico dell’Istituto Cooremans e membro della Corte dei Conti belga ed arrestato per appartenenza all’Armée Secrète e Franz Bridoux, imprenditore belga. Luc Somerhausen, redasse il Regolamento della Loggia e forse ne suggerì lui stesso il nome ispirandosi a «la Marsigliese» ed ai canti delle paludi.

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Secondo il regolamento massonico, una Loggia, per svolgere i suoi cosiddetti “lavori rituali”, deve avere a disposizione un “tempio”, strutturato secondo un corpus specifico di tradizioni ed arricchito con una serie di oggetti simbolici che si rifanno alla tradizione dei costruttori di cattedrali. Non a caso l’emblema stessa della Massoneria, la squadra intrecciata al compasso, già strumenti del lavoro architettonico, rappresentano rispettivamente e simbolicamente l’inflessibilità della legge morale (la squadra) e l’apertura della tolleranza (il compasso). Oltre a ciò, il massone deve indossare nei lavori di Loggia un grembiule, che richiama al lavoro “operativo” che identifica il suo grado ed un paio di guanti bianchi.

I sette belgi non disponevano di null’altro se non delle loro casacche, di un tavolaccio di legno e di un locale all’interno del refettorio della baracca. Con queste poche cose riuscirono a tenere i loro lavori rituali, anche perché, anche se è superfluo ricordarlo, i controlli all’interno del Campo erano rigidissimi e la vita di tutti gli internati era costantemente appesa ad un filo che poteva venire reciso da un momento all’altro. La sorte volle che poterono contare sull’aiuto di un paio di sacerdoti che celebravano, anche loro clandestinamente, la Messa domenicale. Così, mentre la domenica mattina erano i massoni a vigilare sulla sicurezza dei sacerdoti, le sere destinate alle riunioni di Loggia, i ruoli di vigilanza s’invertivano. Uno dei sacerdoti, l’Abate Froidure, confermerà anni dopo di quella formidabile complicità, esempio di tolleranza e di profondo senso di rispetto reciproco.

Così nella Baracca VI, nella Liberté Chérie del Campo “Emslandlager VII”, si tennero vere e proprie “tornate rituali”, ovvero sedute di loggia, incentrate su riflessioni collettive di carattere speculativo intorno a temi quali la Simbologia, il senso della Vita e della Morte e l’avvenire del Belgio.

A chiudere gli occhi anche solo per un momento è facile immaginare quegli uomini seduti su una panca sgangherata in un angolo ed al lume tremolante di una candela, smagriti e provati, con la morte negli occhi ma una Luce nel cuore e come simbolo e “gioiello di Loggia”, solo quel triangolo rosso cucito sulla casacca…

La loggia abbandonò i lavori nella primavera del 1944, quando tutti i prigionieri furono trasferiti in altri campi della Germania centrale.

Della loggia Liberté Chérie solo Franz Bridoux,  Luc Somerhausen e Fernand Erauw sopravvissero alla prigionia. Questi ultimi due, in particolare, divisi e trasferiti presso altri luoghi d’internamento si ritrovarono poi, nel 1944, nel Campo di Concentramento di Oranienburg-Sachsenhausen rimanendo insieme fino alla loro liberazione.

Sappiamo di come Himmler, a guerra ormai finita, impartì l’ordine di evacuare i prigionieri allo scopo di evitare che questi, finendo nelle mani degli Alleati, potessero fornire prove inconfutabili degli stermini di massa che erano stati compiuti. L’evacuazione fu organizzata con marce forzate su lunghe distanze in condizioni climatiche durissime e sotto stretta sorveglianza. Durante questi inumani trasferimenti le SS applicarono con zelo l’ordine di abbattere chi non poteva più marciare, o marciare agevolmente. Furono migliaia quelli uccisi per questa ragione come pure quelli che, lungo il cammino, morirono di freddo, di fame e di fatica, poco prima che le forze sovietiche liberassero questi Campi.

Il 13 novembre 2004, i membri del Grande Oriente del Belgio e di Germania eressero ad Esterwegen un Memoriale per i massoni ivi caduti. Il Gran Maestro della Federazione Belga nel discorso tenuto nel corso della cerimonia disse: “Siamo qui, oggi, in questo cimitero di Esterwegen, non per rattristarci ma per mandare, pubblicamente, un libero pensiero alla memoria dei nostri Fratelli affinché i diritti dell’Uomo non siano mai dimenticati!”.

Lo stesso Bridoux, nello scrivere la sua storia, affermò che si trattava di un dovere di memoria: “il compimento di un dovere gradito” (riprendendo la terminologia propria massonica), in quanto la Loggia Liberté Cherie è stata nel suo piccolo un simbolo di libertà, di speranza e di sfida non solo all’orrore nazista, ma contro “le altre Esterwegen sparse nel mondo, la cui presenza ci esorta a non abbassare mai la guardia ed a lottare”, ovvero contro ogni dittatura di ieri e di oggi, in difesa dei diritti inalienabili di esistere e di professarsi uomini liberi, come recita il Canto delle Paludi: Ma un giorno nella nostra vita // la Primavera rifiorirà // Libertà, Libertà cara, // io dirò: tu sei in me.

Gianluca D'Elia

Bolognese naturalizzato a Perugia. Archivista e bibliotecario per passione e vocazione, appassionato di storia soprattutto locale, di biblioteche polverose e di adrenaliniche ricerche nonché gattofilo integralista. Il mio motto? "Quello che non si fa per lavoro lo si può fare per divertimento".