Il Madison Square Garden è uno dei luoghi più conosciuti di New York, tempio dello spettacolo nella sua accezione più ampia. Ospita competizioni sportive, concerti, e molte altre forme di intrattenimento. Quello attuale non è il primo teatro a portare questo nome, ma addirittura il quarto!

Il Madison Square Garden progettato da Stanford White

La seconda struttura chiamata così – dal nome della piazza su cui sorgeva – fu costruita nel 1890 (e demolita nel 1925) su progetto di uno degli architetti più amati dai newyorchesi dell’epoca, Stanford White, che realizzò un faraonico edificio in stile moresco.

Un triangolo amoroso tra la più bella ragazza del suo tempo, un ricchissimo marito un po’ squilibrato, e un famoso architetto: potrebbe sembrare l’inizio di un avvincente dramma rappresentato nell’arena più importante della città. E in effetti, nel giardino pensile del teatro, dove normalmente si svolgevano spettacoli di cabaret, andò in scena un’omicidio, ma non fu una finzione: il crimine divenne l’argomento più discusso in città, anche per gli scabrosi retroscena tanto cari alla stampa, che parlò poi del “processo del secolo”.

Il luogo dell’omicidio, il secondo Madison Square Garden, fu progettato dallo studio più prestigioso di New York, che aveva come esponente di spicco Stanford White, un uomo dal grande fascino, presenza fissa nella vita mondana della città. L’architetto viveva proprio nel Teatro, in un lussuoso appartamento che aveva costruito per sé nella torre dell’edificio. Fu proprio sul tetto del “suo” teatro che White fu ucciso, nel 1906, dal marito di una delle sue tante conquiste femminili, Evelyn Nesbit.

Lei era la donna più bella e famosa della sua epoca, contesa da pittori, fotografi e agenzie pubblicitarie, probabilmente la prima top-model globale della storia.

Evelyn era nata in Pennsylvania, ma divenne ben presto, a soli 14 anni, la beniamina degli artisti di New York. La ragazza decise di sfruttare la sua bellezza per contribuire al mantenimento della famiglia, finita in miseria dopo la morte del padre.

Divenne un’icona di bellezza, un po’ in contrasto con i canoni dell’epoca, per la sua freschezza e naturalezza. La sua immagine era onnipresente su ogni genere di prodotto, sulle più famose riviste femminili e sui calendari, ma sempre vestita.

Eppure, risultava sempre evidente una suggestione di carattere sessuale, forse alimentata dal suo fascino adolescenziale. Evelyn iniziò molto presto a calcare le scene dei teatri, e proprio durante uno spettacolo al Madison Square Garden conobbe Stanford White.

Stanford White

Il famoso architetto aveva un pied-a-terre non lontano dal teatro, dove portava le proprie conquiste. Il sontuoso rifugio, dove spiccavano delle tende di velluto rosso, aveva al primo piano una stanza verde bosco, al centro della quale faceva mostra di sé un’improbabile altalena di velluto rosso, appesa al soffitto.

Immagini dal film “L’altalena di velluto rosso”

La stanza adiacente era la camera da letto di White, con pareti e soffitto interamente ricoperti di specchi. L’architetto invitò nella sua garçonniere la bellissima ragazza, all’epoca sedicenne, offrendole una cena a base di aragoste e ostriche. Poi pensò bene di drogarla con una sostanza diluita in una coppa di champagne. Secondo quanto raccontò Evelyn in seguito, lei bevve champagne fino a che non iniziò a girarle la testa, poi tutto divenne confuso, ricordava solo di aver indossato un kimono di seta gialla. La mattina si risvegliò nel letto di White, che le dormiva accanto: “Entrata vergine, ne uscii che non lo ero più”.

Da quel momento iniziò l’improbabile relazione tra la giovanissima e più ricercata modella di New York e l’architetto più famoso della città, più vecchio di lei di una trentina d’anni.
White continuava comunque a intrattenere relazioni con altri giovani donne, tanto che Evelyn, non vedendo un futuro possibile accanto a White, rivolse la sua attenzione altrove. Molti uomini le facevano la corte, dal famoso attore John Barrymore, al giocatore di polo J.M. Waterbury, fino al ricchissimo figlio di un magnate del carbone, Harry Kendall Thaw.

Harry Kendall Thaw

L’uomo, mentalmente instabile oltre che cocainomane, era ossessionato dalla bellezza di Evelyn, ma anche dai suoi trascorsi con White. Per quattro anni la ragazza rifiutò di sposarlo, sapendo quanto valore avesse per Thaw la verginità. Alla fine accettò la proposta – nonostante lui l’avesse sequestrata, picchiata e probabilmente violentata durante un viaggio in Europa – probabilmente per la sicurezza economica che l’uomo poteva offrirle.

Evelyn Nesbit e Harry Kendall Thaw

Si sposarono il 4 aprile 1905, e dopo poco più di un anno accadde l’irreparabile: il 25 giugno 1906 la coppia stava assistendo ad uno spettacolo sulla terrazza del Madison Square Garden, quando arrivò Stanford White, che aveva un tavolo privato sempre a sua disposizione. Thaw, che portava con sé una pistola, impugnò l’arma e sparò tre colpi in faccia all’odiato rivale, che morì all’istante.

Il processo che seguì fu uno degli avvenimenti più seguiti dai giornali dell’epoca, sui quali furono pubblicati  tutti gli scabrosi particolari della relazione tra White ed Evelyn, che subì i pesanti giudizi della puritana stampa dell’epoca e dell’intera città, di cui era stata fino ad allora la beniamina.

Evelyn Nesbit durante il processo

La madre di Thaw, vera matriarca della famiglia, riuscì ad ottenere (o a comprare) per il figlio una condanna da scontarsi in un manicomio criminale, dove comunque godeva di parecchia libertà, anche quella di uscire per partecipare a eventi mondani.

Nel 1917 fu dichiarato sano di mente e rimesso in libertà

L’omicidio segnò maggiormente la vita di Evelyn Nesbit: la sua carriera nel mondo dello spettacolo finì quasi completamente (se non per qualche piccola parte nel cinema); fallì miseramente il suo secondo matrimonio con un ballerino, che mal sopportava di essere considerato solo il marito della “bellezza letale”, l’ex-moglie del “sicario del playboy”.

Negli anni che seguirono Evelyn, dipendente dall’alcol e dalla morfina, tentò svariate volte il suicidio; pubblicò due libri memorie, e nel 1955 fece da consulente per la sceneggiatura del film “L’altalena di velluto rosso”, tratto dalla sua prima autobiografia (La storia della mia vita).

Il resto dei suoi giorni li trascorse nell’anonimato in una piccola città del New Jersey, dove si dedicò all’insegnamento dell’arte ceramica. Morì nel 1967, a 82 anni, probabilmente dimenticata da tutti i suoi tanti ammiratori, e forse anche da coloro che l’avevano bollata come “bellezza letale”.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.