Il concetto di “guerra lampo” si è spesso rivelato un abbaglio, un’autentica utopia per i suoi propugnatori. La tattica, fondata su una perfetta combinazione di fattori che rendessero impossibile una qualsivoglia reazione da parte dei nemici di turno e portassero alla rapida, e con poco spargimento di sangue, vittoria degli offendenti, si è quasi sempre rivelata irrealizzabile, tante le variabili che neppure il più grande stratega militare è in grado di provenire.

Il grande libro della storia è pieno di esempi: dalle guerre lampo teorizzate da Napoleone Bonaparte, re dei francesi, nella battaglia di Jena (1806, tra le guerre della quarta coalizione) contro i prussiani e dalla Germania nel corso della guerra franco-prussiana (1870-71). a quelle durante la Prima guerra mondiale, ora da parte degli Imperi centrali, ora da parte degli Alleati, per cercare di uscire dal pantano della guerra di trincea, giungendo alla guerra lampo vagheggiata da Adolf Hitler – in questo caso è più appropriato parlare di “Blitzkrieg” – a partire dal 1939 con l’invasione della Polonia e la campagna di Francia. Tanti buoni propositi rivelatisi, alla fine, solamente delle amare illusioni.

Soldati tedeschi nell’atto di rimuovere la sbarra di confine, alla frontiera tra la Germania e la Polonia, il 1º settembre 1939

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Un’autentica guerra lampo, però, nel corso della storia recente c’è stata, perfetta nella ideazione e realizzazione e conclusa in tempi ridottissimi tanto da essere passata alla storia anche come “The forty minutes work”, il lavoretto da quaranta minuti.

È la guerra anglo-zanzibariana del 27 agosto 1896, il più breve conflitto che la storia ricordi

Zanzibar è un arcipelago collocato nell’Oceano Indiano, proprio di fronte alla repubblica di Tanzania, cui la regione oggi appartiene. Prima di essere inglobata dalla Tanzania (1964, poco dopo la rivoluzione di Zanzibar), l’arcipelago era stato un sultanato autonomo, poi un protettorato britannico e, nell’ultima fase della sua indipendenza, pure una monarchia costituzionale.

Abitato fin dalla preistoria, Zanzibar fu raggiunto attorno alla fine del Quattrocento dai portoghesi, che razziarono l’arcipelago e imposero il loro governo – con annessa tratta degli schiavi – fin quando, nel 1698, il territorio non fu conquistato dal sultano di Mascate, Sayf bin Sultan, che prese in mano le sorti della popolazione zanzibarina e di molte altre della costa orientale dell’Africa.

Nel corso del Settecento, Zanzibar divenne gradualmente sempre più importante per il sultanato di Oman tanto che nel 1840 la capitale fu spostata da Mascate a Stone Town, la parte più antica dell’odierna città di Zanzibar Town.

Sultano Majid bin Said

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La fase di sviluppo dell’arcipelago proseguì in maniera sempre più rapida e nel 1861, quando si presentò la grana di una lotta di successione nel sultanato di Oman, Zanzibar approfittò per dividersi dalla monarchia assoluta affacciata sul mar Arabico, divenendo un sultanato totalmente indipendente. Il tutto con la mediazione dell’Impero britannico. Il primo sultano di Zanzibar fu Majid bin Sa’id, figlio dell’ultimo sultano di Oman Saʿīd bin Sulṭān.

In questo periodo anche il commercio di Zanzibar fiorì, ma cominciò, inesorabile, l’avanzata delle maggiori potenze coloniali d’Europa con Regno Unito e Germania in testa che iniziarono a tracciare linee nel cosiddetto Corno d’Africa per definire le nuove zone di influenza.

Fu così che nel 1890, meno di trent’anni dopo esser diventato un sultanato autonomo, Zanzibar cedette al potere dell’Impero britannico siglando il trattato di Helgoland-Zanzibar (conosciuto pure come accordo anglo-tedesco), con il quale le due potenze coloniali di Regno Unito e Germania si impegnavano a non darsi guerra nell’Africa orientale e, soprattutto, sancivano che da quel momento in poi l’arcipelago di Zanzibar sarebbe diventato un protettorato della corona inglese.

Trattato di Helgoland-Zanzibar

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Ciononostante, i sultani di Zanzibar, seppur senza alcun potere tangibile, continuarono ad avvicendarsi fin quando, il 25 agosto 1896, il sultano Hamad bin Thuwayni non morì improvvisamente, con tutta probabilità avvelenato dal cugino e pretendente al trono Khalid bin Barghash. Questi salì effettivamente al trono lo stesso giorno, ma il Regno Unito si rifiutò di riconoscerlo – il successore legittimo, nonché favorito dagli inglesi, di fatti, era Hamud bin Mohammed – intimandogli di abdicare immediatamente con un perentorio ultimatum in scadenza alle nove del 27 agosto successivo.

Il sultano illegittimo, appena annusato l’inebriante profumo del potere, non ci pensò neppure di abbandonarlo e pochi minuti prima della scadenza dell’aut-aut inviò un messaggio in cui reiterò la sua volontà a non ammainare la bandiera e dichiarò di non credere che le navi britanniche, avvicinatasi alla costa del protettorato, avrebbero aperto sul serio il fuoco.

Basil Cave, già viceconsole dell’Africa orientale britannica e attuale console di Zanzibar, permise quindi al generale Lloyd Mathews e all’ammiraglio Harry Rawson di avanzare con le cinque navi da guerra e di iniziare il bombardamento; Khalid bin Barghash, intanto, aveva allertato la sua guardia personale composta da circa tremila unità tra soldati, àscari eritrei, guardie personali e schiavi.

Navi inglesi a largo di Zanzibar

Fotografia di Fred T. Jane da “Britain’s Forgotten Wars” di Ian Hernon di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Le ostilità cominciarono ufficialmente alle nove e due minuti: le navi inglesi bombardarono il palazzo del sultano e altri punti nevralgici dell’isola distruggendo i miseri cannoni arabi in dote al protettorato, annichilendo la HHS Glasgow, la sola imbarcazione della marina del sultano, e provocando in pochi minuti circa cinquecento morti tra le fila zanzibarine. Alle nove e quaranta, dopo meno di quaranta minuti di “battaglia”, l’esercito del sultano gettò le armi, lasciando che gli inglesi entrassero in città.

Il lavoretto da quaranta minuti era compiuto; un primato era stato stabilito, quello della guerra più veloce della storia. Da par suo, nella battaglia a senso unico, l’esercito britannico, che aveva schierato circa mille uomini, contò appena un ferito.

Lo stesso pomeriggio del 27 agosto 1896, sul trono di Zanzibar salì Hamud bin Mohammed, da quel momento totalmente genuflesso al volere della corona britannica, mentre Khalid bin Barghash, umiliato e offeso, fuggì prima di essere catturato dagli inglesi ed esiliato prima alle Seychelles e poi sull’isola di Sant’Elena, sulle orme di Napoleone. Non gli fu concessa neppure la piccola soddisfazione di spegnersi nell’isoletta dell’Atlantico celebre per essere stata l’estrema sede dell’Imperatore, perché, infine, fu trasferito a Mombasa, in Kenya, dove il sultano per un giorno morì nel 1927.

Il palazzo del sultano di Zanzibar distrutto dopo il bombardamento inglese

Fotografia di Richard Dorsey Mohun di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Il protettorato di Zanzibar restò in mano inglesi fino al 1963, prima di essere abbandonato nel corso della decolonizzazione africana, diventando per poche settimane una monarchia costituzionale sotto il nome di repubblica popolare di Zanzibar. Il 26 aprile 1964 l’arcipelago si unì alla ex colonia britannica della Tanganica e così nacque l’odierna repubblica di Tanzania.

Antonio Pagliuso
Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si occupa di editoria e giornalismo. È vicepresidente di Glicine associazione e rivista, autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".