Era il 18 dicembre 1994 quando un piccolo gruppo di due speleologi guidati da Jean Marie Chauvet esplorava la zona dell’Ardèche, nella regione francese dell’Auvergne Rhône-Alpes, notoriamente ricca di testimonianze della presenza dell’uomo in epoca preistorica.

Quello che accadde quel giorno andò ben oltre le loro aspettative, si ritrovarono infatti all’interno di una grotta profonda, ricca di formazioni minerali come stalattiti e stalagmiti ma soprattutto ricca di pitture e incisioni risalenti a migliaia di anni fa.

Avevano scoperto la più antica testimonianza di arte preistorica mai vista:

Sotto, fotografia di Thomas T. condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Quello che lasciò il piccolo gruppo di studiosi a bocca aperta, oltre all’impressionante quantità di pitture, era il loro incredibile stato di conservazione.

La grotta, scavata dal fiume Ardèche nel corso dei millenni, si estende nelle viscere della montagna per 500 metri. La sua importanza è enorme sia per la qualità estetica delle pitture e delle incisioni presenti, sia per la loro età. Dalla datazione effettuata attraverso il metodo del carbonio-14 è stato infatti possibile individuare la loro realizzazione in una finestra temporale che va dai 30.000 ai 35.000 anni fa, durante il Paleolitico superiore.

Sotto, fotografia di JYB Devot condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Di fronte a questo dato scientifico e di fronte alla raffinatezza mostrata nelle pitture, gli esperti, e con loro l’intero mondo moderno, sono stati costretti a scardinare le proprie convinzioni circa la semplicità e l’ingenuità che avevano caratterizzato fino a quel momento il concetto di arte preistorica.

Perfettamente conservati soprattutto grazie al fatto che una frana andò a bloccare in tempi antichi l’ingresso principale creando così le condizioni climatiche interne adatte alla conservazione, i dipinti, resi ancor più vividi dai cristalli di calcite che li hanno ricoperti nel corso dei millenni, oltre a impronte colorate di mani maschili e femminili, rappresentano tredici differenti specie animali, alcuni dei quali mai – o raramente – rappresentati in altre raffigurazioni a noi note. Oltre a renne, cavalli, bisonti e rinoceronti, troviamo infatti anche predatori, come orsi, leoni, pantere e iene, due figure simili a farfalle e una riconducibile a un insetto con molte zampe.

Sotto, fotografia di Carla Hufstedler condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

L’incisione di un gufo raffigurato con il corpo di spalle e la testa frontale raffigura per la prima volta la capacità del rapace di ruotare il capo di 180 gradi.

Le tecniche utilizzate per realizzare le figure, che in molti casi presentano sotto e sopra lo strato di pittura segni di artigli d’orso, sono variegate. Accanto all’entrata originale c’è una figura riconducibile a un mammut realizzata attraverso un’arcaica forma di “puntinismo” in cui il colore rosso è stato applicato sulla roccia con la punta delle dita. Sempre accanto all’entrata spicca la figura di un orso, la cui linea della spalla sfrutta la forma naturale della parete su cui è stato dipinto e la testa acquista volume e profondità grazie a sfumature relizzate con le dita o con un pezzo di pelle. Quasi tutte le figure presenti all’interno della grotta sfruttano la morfologia della roccia armonizzando i corpi degli animali con la forma della parete. Questo espediente carica le figure di maggiore dinamismo e alla luce delle torce con le quali gli uomini preistorici si muovevano all’interno della grotta sembrava quasi che esse prendessero vita.

Sempre restando in tema di dinamismo, è necessario citare alcune rappresentazioni di cavalli che mostrano più linee verticali all’altezza delle zampe, probabilmente a figurare il movimento in corsa, proprio come viene rappresentata talvolta la corsa nei nostri fumetti.

Sotto, fotografia di HTO condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Il gruppo di cavalli e rinoceronti in combattimento è senz’altro uno dei più importanti della grotta. In esso sono raffigurati venti animali: due rinoceronti, realizzati probabilmente dalla stessa mano, si affrontano in combattimento. Le teste dei cavalli sono state realizzate in una fase successiva rispetto ai rinoceronti, mescolando carbone con argilla in modo da ottenere varie tonalità e sfumature. Nello stesso gruppo compaiono anche altri due rinoceronti, un cervo e due mammut.

In un’altra parete è rappresentata invece una scena di caccia: nella parte destra della composizione si vedono un rinoceronte e un mammut, mentre sulla sinistra è raffigurato un bisonte inseguito da ben sedici leoni le cui teste mostrano una straordinaria abilità artistica.

Sotto, fotografia di HTO condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Gli esperti sostengono che molte delle pitture presenti nella grotta di Chauvet siano state realizzate dalla stessa persona, il che è stato dedotto da un difetto fisico dell’autore: il mignolo della mano destra è leggermente ricurvo verso l’interno e alcune pitture realizzate con la palma o il dorso della mano lo mostrano in modo evidente.

Sotto, fotografia di Vpe condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

La figura umana non è mai rappresentata, tranne nel caso della cosiddetta Sala di Fondo, che si trova all’estremità di un ramo laterale della grotta. In questa sala riccamente dipinta compaiono cinque triangoli pubici e su un pendente roccioso dalla forma fallica è raffigurata una Venere dal bacino in giù, inglobata nelle figure di un bisonte e di un felino simile a una leonessa. Del bisonte sono raffigurati la testa, la spalla e una zampa che è anche la gamba sinistra della figura femminile; la leonessa, di cui sono raffigurati la testa e il collo, è parte stessa della donna. Le forme prosperose di questa Venere ricordano quelle tipiche delle Veneri paleolitiche come la Donna di Willendorf. Le linee che vanno a formare il corpo della donna sono più antiche mentre i disegni del felino e del bisonte sono stati eseguiti solo successivamente, ma il fatto che non ci sia sovrapposizione tra le tre figure, bensì una volontaria fusione tra di esse, ci spinge a pensare a una qualche forma di sacralità.

Sotto, fotografia di Inocybe condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Sulla superficie della parete alle spalle del pendente roccioso vediamo mammut, bisonti, leoni, rinoceronti e cavalli che corrono dal fondo della grotta in direzione dell’entrata. Nonostante la posizione centrale dello sperone roccioso rispetto alla parete di fondo, l’intero complesso di figure sembra incentrato su un cavallo raffigurato all’interno di una piccola nicchia naturale.

Questa sala, per la particolarità delle sue rappresentazioni, ha indotto gli esperti a ritenere che la grotta non fosse abitata dagli uomini ma che essi se ne servissero a scopi rituali. Questa teoria è supportata anche da quanto è visibile in un’altra sala, chiamata “Sala del cranio”. In quest’ultima infatti, oltre a numerose impronte e ossa in terra di Ursus spelaesus (l’orso dell caverne, che poteva raggiungere i tre metri d’altezza), a segni di artigli e fuliggine sulle pareti, proprio al centro della sala gli speleologi si sono trovati di fronte a una roccia sormontata da un cranio d’orso.

La grotta, per motivi di tutela della stessa, non è aperta al pubblico ed è possibile visitarla per un tempo estremamente breve solo in rarissimi casi e attraverso permessi speciali.

Per questo, nel 2015 è stata realizzata una sua perfetta replica. Tutto quello che è al suo interno, dalle stalattiti alle pitture, è stato fedelmente riprodotto per permettere a tutti di ammirare la straordianaria testimonianza delle nostre radici profonde che la Grotta di Chauvet rappresenta.

La Grotta di Chauvet ci parla dagli albori della nostra storia di uomini e donne, ci parla di un mondo lontanissimo da noi e di come abbiamo iniziato a guardarlo e a rappresentarlo, ma soprattutto ci lascia presupporre che l’abilità artistica non sia arrivata gradualmente, a piccoli passi, ma sia stata una vera e propria esplosione che l’homo sapiens si porta dentro dalla sua prima apparizione sul pianeta.

Barbara Giannini
Barbara Giannini

Ho studiato Archeologia medievale a La Sapienza di Roma, dopodiché ho intrapreso la strada dell’editoria lavorando per una casa editrice romana come editor e correttrice di bozze. Sono stata co-fondatrice nel 2013 di un’agenzia letteraria per la quale ho continuato a lavorare come editor e talent scout, rappresentando autori emergenti in Italia e all’estero. Attualmente sono iscritta al secondo anno di Lingue e Letterature Straniere all’Università Roma Tre e nel frattempo mi occupo di politiche ambientali. Sono appassionata di letteratura, arte, storia, musica e culture straniere.