Il Bauhaus non fu solo una scuola, ma l’epicentro di una vera e propria rivoluzione che oltre all’arte, al design e all’architettura, investì l’intera società: alla sua apertura nel 1919, l’industria stava cambiando il modo di vivere e vedere un mondo ormai sempre più veloce e tecnologico, conquistando il proprio ruolo da protagonista nella quotidianità.

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Questa consapevolezza e l’introduzione di nuovi materiali portarono al desiderio di formare una nuova generazione di studenti che potessero dare vita alla Gesamtkunstwerk, ossia un’opera d’arte totale in cui fosse superata l’antitesi tra arte ed artigianato grazie all’inserimento di un terzo elemento: la produzione industriale.

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Prima Weimar (1919 – 1925), poi Dessau (1925 – 1932) ed infine Berlino (1932 – 1933) videro sedersi ai propri banchi o dietro le proprie cattedre alcune tra le personalità più influenti dell’arte e del progetto dell’intero secolo: Paul Klee, Wassily Kandinsky, Johannes Itten, Marcel Breuer, Xanti Schawinsky, Walter Gropius o Oskar Schlemmer sono solo alcuni dei nomi che diedero vita, insieme ai propri studenti, ad un fermento che avrebbe portato alla grande era del Funzionalismo.

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Corsi, laboratori e workshops fornivano le basi teoriche e mettevano alla prova le capacità manuali degli studenti che, nonostante fossero promettenti artisti o progettisti, non erano che semplici adolescenti che desideravano anche svagarsi suonando e ballando sui tetti degli edifici della scuola.

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Tra questi giovani c’era anche Theodore Lux Feininger (1910, Berlino – 2011, Cambridge, figlio dell’illustre insegnante Lyonel Feininger a cui va attribuita la xilografia-manifesto del Bauhaus del 1919) che riuscì a catturare, con il proprio occhio da autodidatta, ciò che accadeva alle feste, durante gli intervalli tra le lezioni o nei momenti in cui egli stesso si dilettava nella banda della scuola.

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Egli iniziò a scattare foto a meno di 16 anni, quando, a causa di una febbre da fieno, si ritrovò a dover stare in casa con molto tempo libero a disposizione. Nessuna conoscenza tecnica, ma una grande passione che lo portò ad approfondire la materia e le conoscenze necessarie per gestire tutte fasi, comprese quella di sviluppo, stampa ed ingrandimento.

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Se all’inizio i soggetti prediletti erano i modellini di cantiere o di barche costruiti con il padre, arrivato al Bauhaus e venendo a contatto con maestri come Laszlo Moholy-Nagy, la sua attenzione si spostò sulle persone, sui compagni che vengono immortalati con naturalezza e spontaneità, rimanendo congelati all’interno di inquadrature tutt’altro che ortodosse per l’epoca.

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I suoi scatti divennero sempre più popolari anche al di fuori delle mura scolastiche, tanto che, grazie a Umbo (Otto Umbehr, ex studente) che lo spinse a mostrare le proprie foto ad alcune agenzie, fu assunto dalla DEPHOT e da altre testate.

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Nonostante il suo interesse e le capacità pittoriche, Theodore consacrò sempre più tempo alla fotografia, fu scelto per esporre alla FiFo (Film und Foto – Stoccarda) del 1929 ed è ricordato come autore di alcune delle fotografie più iconiche dello spirito del Bauhaus.

Il Bauhaus offriva un vasto repertorio di soggetti originali per il mio obiettivo e il Bauhaus stesso in quegli anni è stato al centro della vita spirituale in Germania

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Cristina Bargna
Cristina Bargna

Junior industrial designer ossessionata dagli oggetti e dalla loro storia. Dopo anni da pendolare tra Como e il Politecnico di Milano sono partita per Venezia. Otto mesi per imparare come non perdermi tra le calli e vivere la mia passione per le arti visive. Riempio agende con parole o disegni per paura di dimenticare. Conservo dettagli, biglietti di treni, concerti, musei e faccio fotografie con la macchina usa e getta per non poter controllare il risultato. Uso la penna per scrivere immagini e per cercare di capire cosa voglio fare da grande. Adoro i colori primari, le poesie di Wislawa Szymborska e i film di Wes Anderson.