La Ginecologa di Auschwitz: la difficile “scelta” di Gisella Perl

Ad Auschwitz è l’internata n. 25404 e non più Gisella Perl, dottoressa specializzata in ginecologia. Il suo nome e la sua storia non hanno nessuna importanza per i nazisti, ma quella laurea in medicina sì, soprattutto perché è ginecologa, e donna. Il famigerato Josef Mengele, il Dottor Morte di Auschwitz, l’uomo che decide chi deve vivere o morire fra i nuovi arrivati al campo, sceglie con grande cura le persone adatte ai suoi scopi, anche tra i medici ebrei arrivati con i carri del bestiame alla loro destinazione finale.

Perl diventa la ginecologa di Auschwitz, un incarico che nulla ha a che fare con la sua vocazione di dottoressa, con la gioia di far nascere un bambino, con la felicità di una madre che abbraccia per la prima volta la sua creatura. Lì, in quel campo di concentramento dove i nazisti avevano deciso di “cancellare le basi biologiche dell’ebraismo” (Comandante ad Auschwitz, autobiografia di Rudolf Höss), Gisella Perl si vede costretta a dispensare la morte anziché la vita. Difficile immaginare quanto le sia costato fare quello che ha fatto, ma lì, ad Auschwitz, non ci si poteva nascondere dietro un astratto concetto di etica, occorreva “sporcarsi le mani”, e non solo in senso metaforico.

La storia di Gisella è una di quelle difficili da raccontare, e prima di continuare vi mostro una statistica: più del 60% delle milioni di persone che ogni mese guarda i nostri video non è iscritta a Vanilla Magazine. Nel corso degli anni siamo migliorati moltissimo, ormai realizziamo dei piccoli documentari, e lo possiamo fare grazie al fatto di avere tante persone iscritte. Se tu che stai guardando non sei iscritto ti ricordo che basta un clic, il tasto si trova proprio qui sotto. A te non costa nulla ma per noi fa tutta la differenza del mondo, te lo garantisco. Grazie per il supporto, e ora cominciamo.

Gisella Perl nasce nel 1907 in una città che si chiama Máramarossziget, che all’epoca fa parte dell’Ungheria e che oggi è stata annessa alla Romania con il nome di Sighetu Marmației. E’ una studentessa modello: si diploma a 16 anni con il massimo dei voti, unica donna e unica ebrea del suo corso. La sua famiglia è benestante e Gisella, come i suoi numerosi fratelli, ha la possibilità di andare all’università.

La ragazza è decisa a laurearsi in medicina nonostante l’iniziale opposizione del padre, che vede in quegli studi un pericolo e teme che la figlia possa perdere la fede e si allontani dal giudaismo. Gisella giura sul suo libro di preghiere che sarebbe rimasta per sempre una “vera ebrea”, e vince la sua battaglia, tanto che va a perfezionarsi a Berlino, dove la metà dei medici sono ebrei, almeno fino al 1933, quando Hitler sale al potere e tutto cambia.

Perl torna in Ungheria, a Sighet, insieme al marito, Ephraim Krauss, anche lui medico, e dove può svolgere la sua professione. Sono ancora tempi “umani”, passatemi l’aggettivo improprio, dove è possibile per una famiglia ebrea vivere la normalità quotidiana: lavorare, stare con i figli e godersi la tranquillità domestica.

Ma l’orrore è alle porte: nel marzo del ’44 la Germania invade l’Ungheria, sua alleata ma tentata da un accordo con gli Stati Uniti. Iniziano i rastrellamenti e Gisella Perl con la sua famiglia, compresa quella d’origine, finisce nel ghetto di Sighet; solo la figlia, Gabriella, sfugge all’internamento perché si nasconde presso una famiglia non ebrea. Sarà la sua salvezza.

Nel giro di un paio di mesi oltre 440.000 ebrei ungheresi finiscono ad Auschwitz. Tra loro c’è anche Gisella Perl, separata immediatamente dal marito e dal figlio. La prima impressione è traumatica: “Simile a grandi nuvole nere, il fumo del crematorio aleggiava sull’accampamento. Affilate lingue di fuoco rosso lambivano il cielo e l’aria era piena dell’odore nauseabondo della carne bruciata”.

Gisella Perl, destinata all’ala femminile di Birkenau (noto come Auschwitz II) viene destinata all’ospedale del Campo, se così si può chiamare quel luogo di cura che lasciava ben poche speranze di guarigione. Nonostante la drammatica situazione, la sporcizia e nessun strumento medico a disposizione, la dottoressa Perl si illude di poter essere in qualche modo utile alle detenute. E in effetti riesce a curare molte pazienti, qualche volta con rudimentali strumenti medici e qualche altra, in mancanza di meglio, con le parole, “raccontando loro storie bellissime, dicendo che un giorno avremmo avuto di nuovo i compleanni, che un giorno avremmo cantato di nuovo”.

Il dottor Mengele in persona la incarica di segnalargli tutte le donne incinte, per destinarle a un altro campo, dove avrebbero avuto latte e un’alimentazione migliore. Gisella gli crede, anche perché vede quelle donne andare via su camion della Croce Rossa. Peccato che quei mezzi altro non fossero che una messinscena:

“All’inizio gli credevo, ma in seguito ho saputo che usava le donne incinte, insieme a portatori di handicap fisici e gemelli, per i suoi esperimenti medici disumani. Quando finiva venivano tutti uccisi nelle camere a gas.”

Gisella Perl quindi si rende conto che il destino della donne incinte ad Auschwitz è uno solo: finire nelle camere a gas. Se possibile, quel destino diventa ancora più tragico quando Mengele inizia a sottoporle ai suoi esperimenti e poi lascia le donne tra le grinfie delle guardie:

“Erano circondate da un gruppo di SS, uomini e donne, che si divertivano a dare a queste creature indifese un assaggio d’inferno, dopodiché la morte era un’amica gradita … Furono picchiate con mazze e fruste, dilaniate dai cani, trascinate per i capelli e prese a calci nello stomaco con pesanti stivali tedeschi. Poi, quando sono crollate, sono state gettate nel crematorio. Vive”.

La ginecologa di Auschwitz, dopo aver assistito a scene così raccapriccianti, decide “che non ci sarebbe mai più stata una donna incinta ad Auschwitz”.

Di notte nell’ospedale, a lume di candela, o nelle baracche luride del campo, Perl pratica qualcosa come tremila tra aborti e infanticidi, “usando solo le mie mani sporche”.

E’ l’unica scelta possibile per salvare la vita di quelle donne, nella speranza che in un giorno a venire, in un mondo migliore, potessero diventare madri: un drammatico modo per opporsi al genocidio, quando alla dottoressa Perl non era concesso il lusso di preoccuparsi dell’etica. Il destino di quei bambini era comunque segnato: sarebbero stati uccisi dai nazisti, secondo le direttive di Mengele, e sarebbe finita nella camera a gas anche Gisella Perl, se l’avessero scoperta.

Una volta la dottoressa non ha cuore di togliere la vita a un neonato, ma dopo due giorni il rischio che il suo pianto venga udito dalle guardie diventa troppo forte. Difficile immaginare lo strazio di Gisella Perl, che racconta l’episodio con poche, stringate, parole, perché quell’orrore è indicibile:

“Ho preso il corpicino caldo tra le mani, ho baciato il viso liscio, ho accarezzato i lunghi capelli – poi l’ho strangolato e ho seppellito il suo corpo sotto una montagna di cadaveri in attesa di essere cremati.”

Verso la fine della guerra Gisella Perl viene trasferita a Bergen Belsen, ed è alle prese con un parto il 15 aprile del 1945. Il bambino sta bene ma la mamma, debolissima, rischia di morire. Per la prima volta dopo un anno però, la dottoressa può fare qualcosa per la paziente, e soprattutto può gioire per quella nascita: durante il travaglio il campo viene liberato dall’esercito britannico. Perl chiede subito a un soldato ciò che fino ad allora era stato un lusso mai concesso: acqua pulita, un antisettico e delle bende.

“Mezz’ora dopo avevo l’acqua, il disinfettante e potevo lavarmi le mani ed eseguire l’operazione, non come prigioniera indifesa, ma come dottore”.

Gisella Perl torna ad essere medico, nel senso che aveva dato alla sua professione prima dell’internamento, e rimane a Bergen Belsen per curare i sopravvissuti allo sterminio, ma dopo qualche mese parte alla ricerca della sua famiglia: vaga da un campo all’altro finché viene a sapere che tutti, tutti i suoi parenti sono morti nelle camere a gas: il marito, il figlio, i genitori e molti altri.

Dopo aver curato, sostenuto e salvato migliaia di persone con grande coraggio, Gisella Perl non trova per sé stessa lo stesso coraggio e tenta di togliersi la vita. Ingurgita del veleno ma viene salvata e mandata in un convento francese nel tentativo di farla riprendere. Dopo quell’episodio inizia a portare in giro per il mondo la sua testimonianza sugli orrori di Auschwitz, poi nel 1948 pubblica le sue memorie sulla terribile esperienza di medico nel lager nazista con il libro “Ero un medico ad Auschwitz”.

Il quel memoriale parla anche di Irma Grese, guardiana poco più che ventenne che traeva piacere dalla sofferenza delle persone che la ginecologa doveva operare, senza anestesia. Della Grese scrive “il suo viso era chiaro e angelico, e i suoi occhi azzurri gli occhi più allegri e innocenti che si possano immaginare“. La sua descrizione viene poi usata durante il processo contro Irma, avvalorata da altre testimonianze simili, e porta l’ex guardia delle SS alla definitiva condanna a morte. Gisella Perl vorrebbe vedere Mengele sotto processo, ma quella è una soddisfazione che non potrà mai togliersi, perché il Dottor Morte vivrà da uomo libero in Sud America, fino al giorno in cui morirà per cause naturali, da uomo libero.

Il 12 marzo del ’48 è il presidente statunitense Truman a firmare un disegno di legge che consente alla Perl di rimanere negli Stati Uniti. Viene interrogata perché sospettata di aver aiutato i medici nazisti di Auschwitz a compiere le atrocità per cui sono famosi e lei racconta la sua storia, che viene avvalorata da altre testimonianze di ex internati. Nel 1948 Eleanor Roosevelt la convince a riprendere a praticare la medicina e Gisella inizia a lavorare come ginecologa al Mount Sinai Hospital di New York, diventando una specialista nel trattamento dell’infertilità. Prima di entrare in sala parto prega silenziosamente, sempre con le stesse parole: “Dio, mi devi una vita, un bambino vivo”. Nel 1951, all’epoca ha 44 anni, le viene concessa la cittadinanza statunitense.

Nel 1978 la ginecologa di Auschwitz si trasferisce in Israele (dove si riunisce con quell’unica figlia che era sopravvissuta alla guerra) per lavorare come volontaria in una clinica ginecologica. La dottoressa, soprannominata “l’angelo di Auschwitz”, farà nascere bambini fino alla fine della sua vita, arrivata nel 1988.

Il giudizio sull’operato di Gisella Perl ad Auschwitz è controverso: c’è stato qualcuno (e occorre precisare che si tratta nella maggior parte dei casi di negazionisti dell’olocausto, o antisemiti) che l’ha accusata di collaborare con Mengele per avere vantaggi personali, ma la stragrande maggioranza delle testimonianze dei sopravvissuti di Auschwitz conferma la storia raccontata da Perl, il suo terrore per Mengele e, in definitiva, l’impossibilità di esprimere un giudizio morale sulle sue scelte, avvenute in un luogo dove la parola “scelta” non aveva più molto significato.

Eppure Gisella Perl fece quella scelta drammatica di “sporcarsi le mani”, ma nessuno può dire, e nemmeno immaginare, quanto le sia costata.


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