Il Diciannovesimo secolo è quello in cui i principi di uguaglianza, teorizzati con una determinazione mai vista prima dai filosofi illuministi alla fine del secolo precedente, passano dalla teoria alla pratica attraverso una serie di lotte, a volte cruente e a volte graduali, per rimuovere le barriere esistenti tra le razze umane, i sessi e le classi sociali. Tale passaggio, come possiamo osservare oggi, non si è ancora del tutto completato, anzi spesso siamo portati a credere che negli ultimi decenni si siano fatti più passi indietro che avanti, soprattutto per quanto riguarda la situazione delle classi sociali, separate da differenze di ricchezza e di prospettive ormai abissali.

In questo pezzo ci concentreremo su un particolare aspetto di una di queste lotte, quella per l’emancipazione femminile, ossia la denuncia della condizione servile imposta alle donne attraverso l’istituzione del matrimonio tradizionale.

Fino alle varie riforme del Diritto di Famiglia, infatti, in quasi tutti i Paesi occidentali, tra famiglie in possesso di un qualunque patrimonio, i matrimoni erano praticamente delle compravendite non dissimili da quelle dell’attuale calciomercato, in cui chi era più facoltoso “acquistava” un marito o una moglie per i propri eredi. L’aspetto mercantile del matrimonio era accentuato dal fatto che i genitori avevano una libertà molto più ampia di adesso nel decidere la propria successione: non esistevano quote legittime (obbligatoriamente regolate dalla legge) sulle eredità, che in pratica consistevano di una sola quota disponibile (di cui il “de cuius”, ossia quello che lasciava l’eredità, poteva disporre a proprio piacimento).

Per questa ragione, molti figli maschi erano costretti ad arruolarsi o a farsi preti per sopravvivere, mentre molte figlie femmine finivano per diventare monache anche se non avevano la più lontana ombra di una qualsiasi vocazione (le famiglie ricche assegnavano alle loro figlie che entravano in monastero una piccola dote che le qualificava come “novizie”, esonerate dai lavori manuali; mentre le ragazze povere vi entravano come “converse” ed erano costrette a svolgere tutti i lavori più pesanti). Sulle angherie e le sofferenze inflitte a queste infelici ragazze è sceso da sempre un silenzio ipocrita e colpevole, appena rotto da poche voci, come la timida denuncia di Manzoni con la vicenda della Monaca di Monza e, in modo molto più veemente, il romanzo “La religiosa”, scritto da Denis Diderot nel 1780 e pubblicato postumo e incompiuto nel 1796. Da quest’opera incredibilmente moderna nella struttura e nello stile, è stato tratto un bel film diretto da Jacques Rivette nel 1966 e interpretato da Anna Karina.

Il ruolo della moglie si esauriva in poche occasioni di rappresentanza e nella procreazione di qualche figlio, in numero sufficiente perché almeno uno sopravvivesse alla strage della mortalità infantile. Dopodiché, molte donne finivano accantonate e non servivano più nemmeno come oggetto sessuale, perché per quelle pratiche i mariti potevano disporre sia di postriboli sia, quando potevano permettersele, di amanti molto più giovani.

La scrittrice americana Edith Warthon, con amara ironia, ha raccontato che le donne newyorkesi benestanti della generazione di sua nonna (nate dunque intorno al 1815-20, dato che la Warthon era del 1863) erano in genere molto longeve perché, in tempi di alta mortalità puerperale, era difficile che procreassero più di uno o due figli, grazie alla moda del tempo, molto influenzata dallo “stile impero” francese, che prevedeva tessuti leggeri e spalle scoperte anche d’inverno, ragione per cui erano spesso affette da banali ma persistenti malattie respiratorie, quindi i mariti le lasciavano in pace e le spedivano a respirare la salutare aria di mare.

Il tema del matrimonio tradizionale come gabbia in cui le donne vivono infelicemente, rinchiuse come ergastolane, è uno dei filoni più importanti della narrativa ottocentesca e ha originato diversi capolavori assoluti della letteratura. I critici identificano soprattutto una triade di romanzi che mostrano anche l’evoluzione della sensibilità artistica sull’argomento, mentre la loro accoglienza illustra quanto la società contemporanea fosse pronta ad affrontare il tema. Il primo di questi tre romanzi è Madame Bovary di Gustave Flaubert, che esce nel 1857; il secondo è Anna Karenina di Lev Tolstoj ed esce nel 1877; il terzo è Effi Briest di Theodor Fontane ed esce nel 1894-95.

Su questa triade si possono compiere alcune importanti osservazioni. La prima è che sia Flaubert sia Tolstoj non parteggiano affatto per le proprie protagoniste, che anzi sembrano presentare nella luce peggiore, anche se il loro talento di scrittori rende entrambi i personaggi estremamente vitali e affascinanti; mentre Fontane si schiera senza mezzi termini con la sua protagonista, dalla prima all’ultima pagina, realizzando un romanzo dalla parte delle donne. Tuttavia, il fatto che i critici si limitino a considerare, riguardo la questione, solo questi tre capolavori, rappresenta una forma di discriminazione sessista, perché in realtà esiste un quarto romanzo ottocentesco sullo stesso tema, importante almeno quanto gli altri, e lo ha scritto una donna, l’americana Kate O’Flaherty Chopin:

“Il risveglio”, uscito nel 1899 e noto solo a un ristretto e appassionato pubblico di lettori

L’importanza di Il risveglio è evidente dal confronto tra le diverse vicende narrate. Sia Emma Bovary, sia Anna Karenina, sia Effi Briest cercano la strada per uscire da un matrimonio infelice attraverso la relazione con altri uomini. Invece, Edna Pontellier, protagonista di Il risveglio, dopo aver provato ad avere una relazione extraconiugale, si rende conto che in questo modo non sarà mai libera e ricerca allora la sua indipendenza economica.

Sotto, la copertina de “Il Risveglio”, edito da Galaad edizioni, disponibile per l’acquisto su Amazon:

Per la cronaca, Madame Bovary, alla sua uscita, subì un processo per oscenità dal quale fu assolto; Anna Karenina diede origine a molte discussioni e polemiche ma non finì in tribunale; Effi Briest fu accolto da ancora meno discussioni o polemiche. Si direbbe che la società civile fosse dunque maturata nel tempo intercorso tra la pubblicazione dei tre romanzi. Invece, alla sua uscita, Il risveglio scatenò tante di quelle polemiche che la sua autrice non se la sentì di pubblicare più nulla negli anni successivi (morì nel 1904, a 53 anni) e molti dei suoi racconti sono usciti solo postumi.

Una caratteristica che accomuna Madame Bovary, Anna Karenina ed Effi Briest (non sappiamo se valga anche per Il risveglio) è che tutti e tre i romanzi sono ispirati a casi reali.

Circa Madame Bovary, abbiamo già pubblicato un articolo sulle due donne che ispirarono il personaggio; su Anna Karenina, la donna che si uccise gettandosi sotto un treno merci, dopo aver scoperto il tradimento dell’uomo per il quale aveva lasciato la propria famiglia, si chiamava Anna Stepanovna Pirogova e l’uomo in questione era un amico di Tolstoj (sembra che Tolstoj sia stato uno dei testimoni che riconobbero il cadavere e che assistette anche all’autopsia della poveretta); la protagonista della vicenda che ispirò Effi Briest si chiamava invece Elisabeth von Plotho ed era ancora viva quando il volume fu pubblicato.

Veniamo dunque a Effi Briest, uno di quei capolavori letterari di cui occorre tenere sempre viva la memoria, visto che la loro diffusione non è così vasta come meriterebbero (lo stesso discorso vale per altri due titoli che abbiamo nominato, La religiosa e Il risveglio). Nella genesi di questo romanzo si incrociano due vicende, quella del suo autore e quella dei protagonisti del caso reale che lo ispirò.

Sotto, la copertina di Effi Briest, edito da Garzanti e acquistabile su Amazon:

Theodor Fontane, nato nel 1819 in Brandeburgo (la regione della Germania che avvolge la città di Berlino, all’epoca provincia della Prussia), studiò da farmacista seguendo la tradizione familiare ma lasciò il suo mestiere per darsi al giornalismo. In veste di inviato, trascorse alcuni anni all’estero, soprattutto nel Regno Unito, dove risiedette dal 1855 al 1859. Durante questo periodo, sicuramente, venne a conoscenza della torbida vicenda familiare che coinvolse una giovane aristocratica scozzese, Euphemia (Effie) Chalmers Gray.

Sotto, Thomas Richmond, Ritratto di Effie Gray, 1851. Londra, National Portrait Gallery:

La giovane donna, sposata giovanissima, fu ridotta gradualmente alla segregazione domestica dai genitori del marito incapace di consumare il matrimonio (il celebre critico d’arte John Ruskin) per evitare che rivelasse la verità e provocasse uno scandalo, ma infine riuscì a fuggire con l’aiuto dei propri familiari e si ricostruì una vita accanto al pittore John Everett Millais, dopo una tormentata causa di annullamento delle precedenti nozze. Effie, adattato al tedesco in Effi, molti anni dopo, sarà il nome dell’eroina di Fontane, che pure si sposa adolescente e finirà prigioniera di un matrimonio infelicissimo.

Sotto, John Everett Millais:

Fontane scrisse molte corrispondenze e alcuni libri, ma non pensò mai seriamente di fare il romanziere, fino a quando, nel 1892, gli esiti di un’ischemia cerebrale lo costrinsero a un periodo di forzato riposo, durante il quale il suo medico curante gli suggerì di scrivere qualcosa per distrarsi. Fontane aveva passato i 70 anni e, nella sua carriera di letterato, aveva sempre scritto su giornali conservatori e tradizionalisti, anche se si era sempre dimostrato molto attento ai bisogni della gente comune (come del resto anche Bismarck, il suo uomo politico di riferimento, che non a caso è l’inventore della previdenza pubblica per i lavoratori). Era considerato anche un uomo molto religioso (appartenente alla Chiesa Riformata Francese, di stampo calvinista) e, in breve, nulla di lui faceva pensare che potesse diventare un sostenitore così importante dei diritti delle donne.

Theodor Fontane, 1890. Foto di Julius Schaarwächter

Invece, la sua onestà intellettuale lo portò a mettere in discussione proprio l’istituzione più cara ai tradizionalisti, quella che secondo loro non si poteva toccare:

La famiglia

Adesso però dobbiamo lasciare Fontane (che visse fino al 1898 e riuscì a scrivere altri eccellenti libri) per raccontare la vicenda che lo ispirò.

Elisabeth (Else) von Plotho, nata nel 1853, non ancora ventenne sposò l’ufficiale (e poi storico militare) Léon Armand von Ardenne, nato nel 1848 ed eroe della guerra franco-prussiana nel 1870. La ragazza era tutt’altro che convinta della scelta, che probabilmente fu forzata da pressioni familiari. Nel 1881 la coppia lasciò Berlino e si stabilì a Dusseldorf, dove i due conobbero un magistrato, Emil Hartwich (talora riportato erroneamente come Hartwig), nato nel 1843. Hartwich era un uomo affascinante e sensibile, molto considerato come pedagogista e dotato anche di notevole talento come pittore; gli Ardenne iniziarono un’intensa frequentazione amichevole con lui e la sua famiglia (Hartwich era a sua volta sposato e aveva tre figli). Tra Ardenne e Hartwich, l’amicizia era così viva che i due continuarono a scriversi regolarmente anche dopo che Ardenne tornò con la moglie e i due figli a Berlino, nel 1884. Si scambiarono anche diverse visite.

Sotto, la donna è Elisabeth (Else) von Plotho:

Durante una di queste, nell’estate del 1886, Else e Hartwich decisero di divorziare dai rispettivi coniugi per andare a vivere insieme. In realtà, i due non sapevano che Ardenne sospettava da qualche tempo che tra loro ci fosse una tresca: per questo, spiava la moglie ed era riuscito a mettere le mani su alcune lettere di Hartwich a questa, che provavano come la relazione tra loro fosse più antica. Fu lui, dunque, a citare in giudizio la moglie per adulterio e, contemporaneamente, sfidò Hartwich a duello. La tenzone si tenne il 27 novembre 1886, alla pistola. Ardenne ferì gravemente Hartwich, che morì 4 giorni dopo. Per questo omicidio, Ardenne fu poi condannato a due anni di reclusione ma, tra ricorsi e altri provvedimenti, finì per scontare solo 18 giorni. Nel marzo 1887 la causa di divorzio si concluse a suo favore, e ottenne la piena custodia dei due figli, che non rividero più la madre per quasi 20 anni, finché andarono a cercarla loro, ormai adulti.

Ardenne morì nel 1919, dopo essersi risposato e aver avuto un’altra figlia. Else sopravvisse fino al 1952, non si risposò mai e si dedicò alla cura delle persone svantaggiate o disabili. Poiché i protagonisti della vicenda cui si era ispirato erano ancora vivi, Fontane scelse di apportare delle importanti modifiche al racconto, anche per non rischiare azioni legali.

Nel romanzo, che si svolge tra Berlino e la costa prussiana, Effi Briest viene indotta dalle pressioni della famiglia a sposare, appena diciassettenne, un ex corteggiatore della madre (il facoltoso barone von Innistetten), che di anni ne ha quasi 40. Il matrimonio la costringe quindi a lasciare la casa paterna, dove viveva ancora quasi come una bambina, per andare a vivere nella villa sul mare del barone, che ne ha conservato l’arredamento esotico, dopo averla acquistata dagli eredi di un mercante cinese che vi è morto. Tra la servitù, gira la leggenda che la casa sia infestata dal fantasma del cinese. Effi ne è terrorizzata e il marito non trova di meglio che prenderla in giro per questo.

La comunità locale è composta da famiglie ricche ma ignoranti e provinciali, le altre signore sono molto più grandi di lei, ottuse e noiose, e le sole amicizie di Effi, a parte il cane Rollo, sono la domestica Johanna, il farmacista Gleshubler e Roswitha, la bambinaia che assume dopo la nascita di una figlia. Tutte persone cui, secondo il marito e il resto della società, non dovrebbe dare confidenza perché socialmente inferiori.

Dopo qualche tempo, arriva in paese un avventuriero, il maggiore Crampas, che ha fama di insaziabile dongiovanni. Benché messa in guardia contro di lui, Effi lo frequenta regolarmente, accompagnandolo in passeggiate e cavalcate, stringendo con lui un legame che però non va oltre un semplice bacio, perché lei è oppressa dal senso di responsabilità e dal senso di colpa.

Poco dopo, il marito di Effi, sempre impegnato in incarichi governativi, viene trasferito a Berlino. Per Effi, il ritorno alla città è sufficiente a dimenticare tutto e per provare a vivere meglio che può accanto al marito. Commette però l’errore di non distruggere le lettere che le ha inviato Crampas.

Sette anni dopo, per guarire da una malattia polmonare, Effie si assenta da casa per un soggiorno in montagna e, durante la sua assenza, il marito scopre le lettere di Crampas. Subito, il barone sfida a duello il maggiore e nemmeno le insistenze degli amici sull’insensatezza del gesto riescono a farlo recedere dal proposito. Crampas è costretto ad accettare la sfida e resta ucciso nel duello.

Il barone viene condannato a una pena ridicola e ottiene il divorzio e la custodia della figlia, mentre la disapprovazione di tutti si appunta contro la povera Effi, considerata la causa di tutto. La donna viene allontanata dagli amici e praticamente ripudiata dalla famiglia. Tuttavia, dopo qualche tempo, i genitori sono costretti a riaccoglierla perché la malattia che era andata a curarsi non è mai guarita e adesso, anche per via dei dispiaceri sofferti, si è aggravata. Effi muore a 29 anni, in solitudine, prendendosi la colpa di tutto quanto è accaduto e chiedendo ancora perdono. Solo davanti alla sua tomba, i genitori, oppressi dal rimorso, si chiederanno se non furono loro a sbagliare, il giorno che spinsero, per una pura questione di interesse, una ragazza innocente e sprovveduta a compiere un passo troppo impegnativo per lei.

Effi Briest ha avuto alcune riduzioni cinematografiche, tra le quali spicca quella diretta da Rainer Werner Fassbinder nel 1974, un piccolo capolavoro che purtroppo è da tempo destinato esclusivamente al pubblico dei cineforum o agli amatori dei film in costume.

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.