La drammatica storia di Maciej Berbeka dietro “Broad Peak” di Netflix

Il concetto di “eroe”, nel corso dei secoli, ha assunto significati molto diversi.

Nella Grecia antica, un tipico modello di eroe poteva essere l’Achille omerico: egoista, crudele e quasi insensibile, ma pressoché invincibile per gli altri guerrieri, e per questo degno della massima ammirazione.

Oggi la situazione appare invertita e, nelle diverse forme di narrazione, appaiono solo eroi che devono per forza essere figure ammirevoli da ogni punto di vista, pronte a superare le famose 12 fasi del “viaggio” che li rende protagoniste di una storia di successo, così come codificato da Christopher Vogel nel libro “Il viaggio dell’eroe. La struttura del mito ad uso degli scrittori di narrativa e cinema”. Tutti i maggiori successi degli ultimi anni seguono questo schema, e poco importa che alla fine vengano fuori solo storie fatte in serie, il grosso del pubblico è composto da gente che non ha voglia di uscire dalla propria comfort zone.

In mezzo, ci sono state altre figure di eroi, che non erano né cattive né buone e che quasi sempre non saprebbero neanche spiegare il perché delle loro imprese. Stephen Crane, uno dei padri della letteratura americana, che aveva una vasta esperienza come corrispondente di guerra, ha scritto una volta un inquietante racconto intitolato “Il mistero dell’eroismo”. Nella guerra di secessione, un gruppo di soldati ha bisogno di attingere acqua da un pozzo, ma il pozzo è sotto il tiro del nemico. Uno dei soldati decide di andare lo stesso, sfidando il destino. I compagni lo danno più volte per morto, mentre evita per un pelo le pallottole che gli fischiano intorno da tutte le direzioni. Alla fine, sorprendendo tutti, riesce a tornare alla loro trincea. Il secchio che aveva con sé, però, è vuoto: non si sa se abbia perso tutta l’acqua mentre cercava di sopravvivere gettandosi a terra o zigzagando oppure abbia addirittura dimenticato di riempirlo. Resta solo il fatto che la sua impresa impossibile l’ha compiuta per niente.

Una storia del genere, oggi, verrebbe sicuramente rifiutata da tutti gli editori perché non abbastanza conforme al gusto del pubblico. E se qualcuno si azzardasse comunque a proporla, su Amazon si beccherebbe un sacco di recensioni a una stella, perché “finisce male”.

Ma assomiglia terribilmente a troppe storie vere, quelle storie vere che ci lasciano interdetti, quando le apprendiamo, perché non sappiamo decidere se secondo noi i loro protagonisti sono degli eroi o semplicemente dei pazzi. Anzi, in realtà sapremmo anche deciderlo, ma senza riuscire a metterci d’accordo con noi stessi: il cervello ci dice che sono pazzi, il cuore ci dice che sono eroi.

Prendiamone uno a caso, anzi non tanto a caso, visto che in questo periodo la sua vicenda sta rifulgendo di una inaspettata notorietà, grazie al fatto che Netflix gli ha dedicato in film.

Si chiama Macej Berbeka, ed è nato a Zakopane, una cittadina della Polonia quasi sul confine con la Slovacchia, il 17 ottobre 1954. Zakopane si trova nell’area settentrionale dei Monti Tatra, l’unica catena montuosa dell’Europa centrale riconducibile all’orogenesi alpina (la più recente e quindi responsabile dell’innalzamento delle montagne più alte), che appartiene a sua volta al più vasto sistema montuoso dei Carpazi. A Zakopane si praticano molti sport invernali, soprattutto l’alpinismo, e Macej diventa proprio un alpinista, uno di quelli bravi, specialista in “ascensioni invernali” ossia le più rischiose, perché condotte con tempo incerto e temperature bassissime.

In tale veste, nel gennaio 1984 raggiunge la cima del Manaslu, in Nepal, l’ottava cima più alta del mondo (8163 m). Nel febbraio 1985 raggiunge la cima del Cho Oyu, la sesta cima più alta del mondo (8201 m) e trova il tempo di farsi un giro pure dalle parti dell’Everest.

Nel 1988 partecipa a una spedizione, guidata da Andrej Zawada, il cui obiettivo è di raggiungere la cima del K2, la seconda cima al mondo (8611 m), mai raggiunta precedentemente in inverno. Quando l’ascensione è già piuttosto avanti (a 7000 m), appare evidente che il maltempo e i forti venti impediranno il raggiungimento della cima. Ma Berbeka e un altro alpinista esperto e temerario, Aleksander Lwow, si fanno venire un’idea: da dove si trovano, non è difficile tentare la scalata al Broad Peak (un tempo chiamato K3) che, con i suoi 8047 m è comunque la dodicesima cima più alta del mondo e risulta ancora inviolato d’inverno.

Maciej Berbeka e Józef Hojda sul Mera Peak. Fotografia di Nazg via Wikipedia

Zawada dà l’ok, purché si spiccino e non corrano rischi inutili. La spedizione resta al campo a quota 7000 per aspettare il loro ritorno.

Le condizioni meteo sfavorevoli, che avevano bloccato l’ascensione al K2, si ripresentano uguali, se non peggiori, lungo il tragitto per la cima del Broad Peak. Tanto che, a un certo punto, Lwow decide di abbandonare l’impresa. Ma, poiché Berbeka vuole andare avanti, Lwow non torna al campo e, anche se non sale oltre, aspetterà il ritorno del compagno.

Nel pomeriggio del 6 marzo 1988, avvolto da una tempesta che gli toglie ogni visibilità, Berbeka raggiunge la cima e, dopo aver comunicato il successo a Zawada, comincia la discesa. Tuttavia, la notte che sta calando gli rende impossibile capire dove si sta dirigendo. Temendo di perdersi, Berbeka si ferma in un punto, scava una profonda buca nel ghiaccio e ci si infila dentro, contando di venirne fuori a tempesta finita.

Ma la tempesta non vuole saperne di finire e, a un certo punto, l’alpinista sprofonda nel torpore provocato dal gelo (siamo intorno ai – 50°C) e dalla stanchezza. Dopo 16 ore, a forza di chiamarlo sul walkie-talkie, i suoi compagni rimasti al campo lo risvegliano, ma ha ancora grosse difficoltà a muoversi, soprattutto le gambe.

Visto che il tempo è migliorato, riesce a tirarsi fuori della buca, ma non riesce a scendere. Per fortuna, dopo un po’, arriva Lwow che è andato a cercarlo e lo trascina di sotto fino al punto in cui si sono lasciati in precedenza, dove ha montato una tenda. I due trascorrono un’altra notte al gelo, ormai sprovvisti di tutto. Ma nel frattempo si è messa in moto la macchina dei soccorsi: il giorno dopo, due compagni della spedizione li raggiungono e li rifocillano, prima che arrivi finalmente un elicottero a portarli in salvo, mezzi assiderati e disidratati.

Berbeka è accolto in patria come una sorta di eroe nazionale e questo rende più sopportabile la lunga convalescenza che deve affrontare in seguito al congelamento di un piede.

Ma c’è una sorpresa in serbo per lui, e non è affatto piacevole.

Qualche mese dopo il ritorno, il capo spedizione Zawada pubblica il rapporto ufficiale sull’impresa, e qui è scritto che Berbeka non ha mai raggiunto la cima del Broad Peak. La montagna, infatti, ha due cime molto vicine tra loro, distanti appena 17 metri di quota l’una dall’altra. Berbeka si è fermato alla prima (Rocky Peak), a 8030 m, senza rendersi conto che la vera cima era l’altra.

Zawada gli spiega che lo hanno capito subito, appena lui ha comunicato l’arrivo, ma non gli hanno detto nulla. Gli hanno lasciato credere che fosse arrivato davvero in cima. Perché? Perché l’impresa si prospettava già ai limiti dell’impossibilità. Perché lui era talmente deciso a portarla a termine che non si sarebbe fermato di fronte a nulla. Perché per superare quei 17 metri occorreva almeno un’altra ora e lui era già sfinito, sarebbe arrivato in cima di notte e discendere sarebbe stato ancora più difficile. Perché già adesso si può dire che sia vivo per miracolo ed era difficile aspettarsi un miracolo ancora più grande di quello che è già successo.

Berbeka non la prende bene. Ritiene di essere stato ingannato. Taglia i rapporti con gli altri membri della spedizione e si ritira dalle scalate internazionali.

Per 25 anni si dedicherà solo al lavoro di guida sui Monti Tatra e alla sua famiglia (è sposato con un’artista, Ewa Dyakowska, la coppia ha 4 figli).

Poi, succede qualcosa di inaspettato.

Fino al 2012, il Broad Peak è rimasto inviolato nella stagione invernale. Ma quell’anno uno dei reduci della spedizione del 1988, Krysztof Wielicki, decide di organizzare una nuova spedizione polacca per tentare l’impresa. Va a trovare Berbeka e gli chiede di mettere la sua esperienza a disposizione dei tre giovani alpinisti che cercheranno di raggiungere la vera cima.

Ciò che accade dopo è chiaro fino a un certo punto. La spedizione sembra andare benissimo, favorita dal bel tempo. Il 5 marzo 2013, Berbeka e i suoi tre compagni (Thomas Kowalski, Adam Bielecki e Artur Malek) si avviano per dare l’ultimo assalto alla cima. Wielicki aveva previsto che ci arrivassero solo in due, ma i quattro non si separano e salgono tutti insieme. L’ascensione va avanti senza gravi intoppi, ma prende più tempo del previsto. L’arrivo alla cima, nella tabella di marcia, era stato fissato intorno alle 14 e invece il primo a giungere, Bielecki, si presenta alle 17,20. Poco dopo di lui arriva Malek e, verso le 18, è finalmente il turno di Kowalski e di Berbeka.

Tutti e quattro sono dotati di satellitare. Appena in cima, Berbeka comunica di essere arrivato. Poi spegne l’apparecchio e non lo accende più.

Non sappiamo cosa passi per la sua mente adesso che finalmente si è preso la rivincita sul destino avverso che ha aspettato per 25 anni. Ma quale prezzo bisogna essere disposti a pagare?

Durante la salita, Wielicki li aveva più volte avvertiti che si stava facendo tardi e che forse era il caso di rinunciare. Anche se le condizioni meteo sono favorevoli, scendere al buio aiutandosi solo con le lampade è sempre pericoloso.

Se Bielecki e Malek forzano l’andatura e riescono a raggiungere il campo posto a 7400 m dopo una marcia di poche ore, il primo verso le 21 e l’altro alle 2, altrettanto non si può dire di Berbeka e Kowalski. I due vanno avanti molto lentamente, soprattutto in corrispondenza di un passo che si trova a 7900 m. Passa la notte e non sono ancora riusciti a venirne fuori, quando di norma basterebbe un’oretta. Finiscono per bivaccare lì, a – 35°C. Berbeka ha compiuto 58 anni e Kowalski, che pure ne ha solo 27, non sta bene.

Alle 6:30 del mattino del 6 marzo, Kowalski comunica che stanno riprovando a scendere, che lui si sente privo di forze e fatica a respirare e che Berbeka sta da qualche parte davanti a lui, ma non riesce più a vederlo.

Altri membri della spedizione salgono cercando di ritrovarli. L’alpinista pakistano Karim Hayyat è convinto di aver visto, dal campo, Berbeka che scendeva, all’incirca alla quota di 7700 m, la stessa cui Kowalski aveva detto di trovarsi durante l’ultima comunicazione. Hayyat sale fin lì ma non trova nessuno. Insieme ad altri compagni perlustra l’area, solo per rendersi conto, sgomento, che ci sono crepacci dappertutto.

Le ricerche proseguono per tutto il giorno e anche per il successivo, inutilmente.

L’8 marzo, Berbeka e Kowalski vengono dichiarati morti.

Tre mesi dopo, il fratello minore di Berbeka, Jacek, anche lui alpinista provetto, guida una spedizione alla ricerca dei due corpi. Dopo molti tentativi ne viene scoperto uno, sospeso a una corda all’interno di un crepaccio a 7900 m di quota e identificato come Kowalski. L’alpinista, in stato confusionale per le sue condizioni fisiche, aveva indicato una posizione errata. È possibile che anche Hayyat abbia valutato male la distanza di Berbeka quando l’ha visto, oppure Berbeka ha avuto un incidente a una quota più bassa. Non è comunque possibile recuperare il corpo scoperto. Non ci sono tracce del corpo di Berbeka, che si presume sia caduto in fondo a un altro crepaccio, né a 7900 né a 7700 m.

Nel 2018 muore a 60 la moglie di Berbeka, Ewa, che si era ammalata gravemente poco dopo la scomparsa del marito.

Nel 2020, il loro figlio Stanislaw, divenuto un artista come la madre, realizza un film documentario sulla figura del padre, “Dreamland”.

 

Nel 2022 il regista polacco Leszek Dawid presenta il suo film sulla figura di Berbeka, “Broad Peak – Fino alla cima”, interpretato da Irenausz Czop e Maja Ostawszewska. L’opera, prodotta da Netflix, viene distribuita attraverso lo stesso network.

Intanto, si parlerà ancora dei pericoli del Broad Peak dopo che, il 19 luglio 2021, in un incidente dalla dinamica mai chiarita, vi muore l’alpinista sudcoreano Kim Hong-bin, un atleta che, nonostante una grave disabilità (aveva perso tutte e dieci le dita delle mani in seguito a un congelamento) aveva scalato tutte le 14 montagne di altezza superiore agli 8000 m del mondo.


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