La drammatica storia della pena di morte negli Stati Uniti

Dall’impiccagione alla sedia elettrica, dalla camera a gas all’iniezione letale, questi sono tutti metodi di esecuzione capitale usati negli Stati Uniti, da quando i primi coloni sono arrivati nel Nuovo Mondo, fino ad oggi. Le forme della morte sono cambiate nel tempo, certo, ma i cosiddetti metodi “umani” non hanno evitato sofferenze al condannato, anzi, in alcuni casi le hanno aumentate. Ma il vero problema non sta nel modo di eseguire una condanna a morte. Il problema è la condanna a morte.

Perché negli Stati Uniti è ancora in uso la pena di morte? E’ vero, ci sono altre 30 nazioni nel mondo che la applicano, ma gli Stati Uniti sono un caso a parte. Perché, di fatto, è l’unica democrazia occidentale che non ha abolito la pena capitale. Un motivo c’è, ed è un motivo che ha a che fare con la sua storia. In particolare, ha a che fare con la devastante guerra civile che, tra il 1861 e il 1865, ha spaccato in due il paese. Da un lato gli stati dell’Unione e dall’altro quelli della Confederazione. Oppure, si potrebbe dire che ha diviso gli stati del nord da quelli del sud, abolizionisti contro schiavisti. Alla base del conflitto non ci sono solo ragioni etiche o morali, ma più che altro motivi economici che, del resto, sono la causa scatenante di tutte le guerre. Oltre a ciò, il pregiudizio razziale nei confronti degli afroamericani ha giocato un ruolo importante. Un pregiudizio duro a morire, che ancora oggi causa molti problemi, e che, indirettamente, è uno dei motivi per i quali la pena di morte non è stata abolita negli Stati Uniti. Può sembrare forzato, forse anacronistico, il fatto che razzismo e pena di morte siano collegati insieme, ma la storia degli Stati Uniti racconta proprio questo.

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Colonialismo e pena di morte

Quando i primi coloni arrivano in Nord America, si portano appresso anche il sistema penale dei paesi di provenienza, pena di morte compresa. Nel 1608, in Virginia, si registra la prima esecuzione capitale, per il reato di spionaggio. Da allora le condanne a morte non si sono mai fermate. Non si fermano con la Dichiarazione d’Indipendenza delle colonie, che fa nascere lo stato federale, nel 1776, e non si fermano durante la guerra civile fra l’Unione e i Confederati, Nordisti e Sudisti, e continuano ancora oggi.

Ma in tutte queste vicende, la pena di morte attraversa varie fasi, perché l’applicazione delle leggi penali è spesso contraddittoria, almeno fino alla fine dell’800, per motivi legati alla storia degli Stati Uniti. Perché i coloni si scontrano con i nativi americani, che difendono la loro terra e la loro stessa vita. E poi perché i territori di frontiera del selvaggio West sono un luogo quasi senza legge. E ancora, perché dopo la guerra civile bisogna affrontare tutti i problemi, anche giuridici, legati all’abolizione della schiavitù.

Nativi americani

Alla base della discriminazione dei nativi americani, anche a livello giuridico, c’è la volontà di annientarli. Giusto per fare un esempio, nel 1862, nel bel mezzo della guerra civile, il governatore del Minnesota dichiara: “Gli indiani Sioux del Minnesota devono essere sterminati o spinti per sempre oltre i confini dello Stato”. Proprio in Minnesota, sempre nel 1862, nella città di Mankato c’è la più grande esecuzione di massa nella storia degli Stati Uniti. Le vittime, neanche a dirlo, sono 38 nativi americani della nazione Dakota-Sioux. Sono impiccati, tutti contemporaneamente, su un unico patibolo, mentre intonano le loro canzoni di guerra. Alla fine della rivolta conosciuta come “Guerra dei Dakota”, un tribunale militare processa 498 nativi. Processa per modo di dire, visto che nessuno degli accusati ha un avvocato difensore, e pochi comprendono quello che succede in tribunale. Alla fine, 307 persone sono condannate a morte, e solo l’intervento del presidente Abraham Lincoln impedisce quella che sarebbe stata una mattanza senza precedenti. Lincoln distingue fra i guerrieri che hanno combattuto contro i soldati statunitensi, e quelli accusati di avere aggredito e ucciso dei coloni. Ma quell’esecuzione di 38 persone rappresenta un’anomalia, anche nel contesto delle numerose guerre indiane. Perché gli accusati non vengono processati da un tribunale civile, ma militare. Perché sono giudicati per uccisioni avvenute durante una guerra tra una nazione sovrana, i Dakota appunto, e gli Stati Uniti. La storica Carol Chomsky scrive: “Molte guerre hanno avuto luogo tra americani e membri delle nazioni indiane, ma in nessun altro caso gli Stati Uniti hanno applicato sanzioni penali per punire gli sconfitti in guerra”.

La frontiera

Per i territori della remota frontiera del West, il discorso è diverso. Lì c’è un’illegalità diffusa, e la violenza è parte integrante della vita quotidiana di chi si spinge lontano, all’avventura. I giudici tentano di contrastare i crimini violenti con condanne all’impiccagione frequentissime, anche per reati come rapina o stupro, che negli altri stati non prevedono la pena di morte. Quando si parla di «selvaggio West», forse non si ha la percezione reale di quanto quell’epoca sia stata violenta e connotata da avvenimenti agghiaccianti. Un criminale, tale George Parrot, è a capo di una banda che si dedica a furti di bestiame, e assalta diligenze e treni. I fuorilegge provano a rapinare un treno della Union Pacific Rail Road, ma falliscono. Lo sceriffo della contea e un detective della Union Pacific rintracciano i banditi, che non ci pensano su due volte e li uccidono. Dopo due anni, Parrot, in una serata di baldoria, si vanta di quegli omicidi e quindi viene subito arrestato, anche perché sulla sua testa c’è una taglia di 20.000 dollari, per l’epoca una fortuna. Il bandito viene processato e condannato a morte, ma dieci giorni prima dell’esecuzione tenta la fuga e finisce impiccato da una folla inferocita. Parrot è morto, come decretato da un tribunale, anche se in realtà è stato linciato. Ma la sua storia non finisce qui. Due medici locali prendono il corpo del criminale perché, dicono, vogliono studiare il suo cervello. E forse lo avranno anche fatto, ma non si limitano a quello. Uno di loro scuoia il disgraziato e manda la pelle a una conceria, per farsi fare un paio di scarpe e una borsa da dottore. Le scarpe di pelle umana sono ancora conservate in un museo della Contea, nella città di Rawlins, in Wyoming. La cosa più sconcertante, a oggi, è un’altra: quelle scarpe, e altri resti del bandito, sono descritti dai siti locali come una curiosità, un trofeo di cui vantarsi, e non la prova tangibile di un’epoca dove non c’era confine tra legge e disumanità.

D’altronde le impiccagioni, nell’800, sono uno spettacolo a cui assistono adulti e bambini, senza nessun problema, come peraltro avviene un po’ ovunque nel mondo e anche in Italia, pensiamo ad esempio a Mastro Titta. I linciaggi però, sono un problema che riguarda in particolare gli Stati Uniti. Le cosiddette impiccagioni extragiudiziali non si consumano solo nel selvaggio west, anzi. Le differenze nell’applicazione delle leggi penali si vedono proprio analizzando il problema dei linciaggi, molto più diffuso di quanto si possa pensare.

Razzismo e linciaggi

Quando finisce la guerra civile e la schiavitù viene abolita, il governo degli Stati Uniti deve affrontare dei problemi molto gravi. In primo luogo perché la contrastata abolizione provoca tensioni sociali e politiche difficili da gestire. E poi perché tutto il sistema giuridico deve essere rivisto, per riconoscere agli afroamericani i diritti che spettano agli uomini liberi. Come quello di votare, di far parte di giurie nei processi, addirittura di ricoprire pubbliche. E poi, soprattutto, di essere protetti dalla legge, come tutti i bianchi. Che significa una cosa inaudita: chi commette un crimine contro di loro deve essere punito. L’opionione pubblica insorge: “Ma come? Un bianco punito perché picchia e uccide un nero? Non se ne parla neanche, è un mondo alla rovescia!” I bianchi, in particolare negli stati del sud, non possono accettare una cosa del genere, e lo dimostrano facendo nascere, nel 1867, il famigerato Ku Klux Klan. Anche se all’inizio si tratta di un gruppo goliardico, si trasforma in breve in una potentissima organizzazione criminale, decisa a dimostrare che la supremazia bianca non può essere messa in discussione.

Le loro armi sono violenza e omicidi. I linciaggi diventano una triste realtà, almeno fino alla prima metà del ‘900. Masse di persone o gruppi di “vigilanti” senza alcuna autorità riconosciuta si arrogano il diritto di punire il presunto colpevole di un crimine. Inutile dire che la stragrande maggioranza delle vittime sono maschi afroamericani. Dal 1883 al 1941 i morti per linciaggio registrati sono 4.467 (le donne «solo» 99): 3.265 neri, 1.082 bianchi, 38 nativi americani, 11 asiatici e 71 messicani. Tutto ciò è possibile perché chi partecipa ai linciaggi non viene quasi mai punito, e nemmeno condannato a livello morale. Non solo, nei rari casi in cui si arriva a un processo queste persone vengono assolte. Nel 1955 l’uccisione di un ragazzino di 14 anni, riesce in qualche modo a mettere in luce la drammatica realtà delle persecuzioni subite dagli afroamericani. La sua morte contribuisce a far crescere il Movimento per i diritti civili degli afroamericani.

Emmet Till

Emmet vive a Chicago, che è una grande città del Midwest americano dove, tutto sommato, la discriminazione razziale non è tanto feroce come negli stati del sud. Negli Stati Uniti meridionali ci sono delle leggi che prevedono la segregazione razziale, emanate verso la fine dell’800, per annullare i diritti ottenuti dai neri con l’abolizione della schiavitù.

Emmet, in quella maledetta estate del 1955, va a trascorrere le vacanze dai parenti della madre, in un borgo rurale del delta del Mississippi, Money. Una manciata di case e tre negozi, in riva al fiume Tallahatchie. Un bel posto dove passare le vacanze, insieme a uno zio che racconta vecchie storie sulla vita nel profondo sud. Prima della partenza la mamma mette in guardia Emmet.  Quello è un altro mondo e bisogna stare attenti, mai prendersi confidenze con un bianco, anzi, se devi abbassare gli occhi fallo volentieri.

Quello che succede a Money non è ben chiaro, comunque pare che Emmet si sia comportato un modo inappropriato con una donna bianca. Forse un fischio, forse una parola di troppo, non è facile da stabilire, o forse proprio niente. Comunque, il marito della donna insieme ad un fratellastro, una notte preleva il ragazzo di casa e se lo porta via. I due lo torturano e lo mutilano senza pietà, poi gli sparano e lo gettano nel fiume. Così, giusto per dare un esempio a tutti quelli che, come lui, vogliono provocare guai. I due assassini, che si dichiarano innocenti, subiscono un processo davanti a una giuria di soli bianchi. Sono assolti, neanche a dirlo, e non solo dall’accusa di omicidio, ma anche da quella di rapimento, che avevano addirittura ammesso. Un anno dopo, i due rilasciano un’intervista in cambio di un bel po’ di dollari. E cosa salta fuori? Che hanno ucciso il ragazzo, e non sono per niente pentiti di averlo fatto, era quello che si meritava. La confessione non cambia nulla, perché negli Stati Uniti non si può essere processati due volte per lo stesso reato. L’indignazione che suscita il caso di Emmett Till, in tutti gli Stati Uniti eccetto il Mississippi, nel 1957 porta all’approvazione del Civil Right Act, che autorizza il Dipartimento di Giustizia federale a intervenire quando le autorità locali non garantiscono l’applicazione dei diritti civili individuali.

Come abbiamo visto nella statistica sui linciaggi, l’odio razziale non è rivolto solo verso gli afroamericani, ma anche verso comunità di immigrati, come cinesi e italiani. In questi casi, i linciaggi diventano di massa: a Los Angeles, nel 1871, una folla che sembra preda di un delirio collettivo impicca 17 cinesi, del tutto estranei all’uccisione di un uomo bianco. Nel 1891, a New Orleans, un gruppo di cittadini benestanti preleva dal carcere 11 italiani e li uccide tutti. Quei disgraziati, secondo il tribunale, non hanno affatto ucciso lo sceriffo della città, ma la giustizia popolare decide diversamente. Nessuno, né a Los Angeles né a New Orleans, pagherà mai per quegli omicidi di massa, tanto più che, come spesso accade, la folla ha l’appoggio delle forze dell’ordine.

Come cambiano le esecuzioni capitali

Con il passare del tempo, le forme della pena di morte cambiano, fermo restando che ogni stato decide in autonomia il metodo. Nel 1936, a Owensboro, in Kentucky, c’è l’ultima impiccagione pubblica. Circa 20.000 persone assistono all’esecuzione di uno stupratore omicida, reo confesso. I giornalisti presenti, provenienti da tutto il Paese, descrivono l’avvenimento come il «carnevale di Owensboro», uno spettacolo imbarazzante che induce a vietare le esecuzioni pubbliche in tutti gli Stati Uniti. L’ultima esecuzione per impiccagione avviene invece nel 1996, nel Delaware: è lo stesso condannato, Billy Bailey, a preferirla all’iniezione letale.

L’impiccagione viene sostituita, ma come abbiamo visto non del tutto abolita, dalla sedia elettrica, usata per la prima volta nel 1890. La sedia elettrica doveva rappresentare un’innovazione, per evitare la lunga agonia dell’impiccagione. Diciamo che la prima vittima, invece, muore in un modo atroce, dopo molti minuti di sofferenza. Ma non è il solo. Ci sono 3 casi degli anni Novanta del ‘900, che fanno inorridire. Tre condannati, tutti in Florida, prendono letteralmente fuoco durante l’esecuzione, per un supposto malfunzionamento della sedia elettrica. Ma la storia più commovente e agghiacciante al tempo stesso è quella di George Stinney Jr. Ancora una volta un bambino di 14 anni, ancora una volta un afroamericano, condannato per un’omicidio che quasi certamente non ha commesso. George, quando si avvia verso la sedia elettrica, ha con sé una Bibbia. No, non vuole ricevere un conforto religioso, il libro sacro deve servire da “scalino” per raggiungere il casco che deve indossare per essere ucciso. George è piccolo e magrissimo, ma servono ben tre scariche elettriche, e quattro minuti, per fermargli il cuore. Quel povero bambino ha 14 anni e otto mesi, ed è il più giovane condannato a morte nella storia dei moderni Stati Uniti. Muore il 16 giugno del 1944.

Nel 1924 entrano in uso anche le camere a gas, e nel 1977 l’iniezione letale, altri due metodi considerati “umani”, ma che spesso hanno provocato lunghe sofferenze ai condannati.

Oggi, negli Stati Uniti, la pena di morte è prevista per i reati di omicidio, alto tradimento, spionaggio, atti di terrorismo e traffico di droga. La realtà degli Stati Uniti è però complessa: i vari Stati decidono in autonomia se ricorrere all’esecuzione capitale oppure no. Nel corso del XX secolo molti l’hanno abrogata, salvo poi ripristinarla, anche per volere degli elettori. Solo Porto Rico e Michigan hanno formalmente proibito la pena capitale, nel 1952 e nel 1964, con un articolo inserito nelle rispettive costituzioni. Nel 1972, la Corte Suprema degli Stati Uniti, occupandosi di un caso controverso, stabilisce che qualsiasi tipo di pena di morte costituisce una «punizione crudele e insolita» e quindi viola l’ottavo emendamento della Costituzione. Non si arriva all’abolizione della pena capitale, ma a una moratoria de facto, grazie alla quale oltre 630 condanne a morte pendenti vengono trasformate in ergastolo. Nel 1976 un altro caso pone fine alla moratoria: la Corte Suprema stabilisce che «certi crimini costituiscono essi stessi un affronto così grave all’umanità che l’unica risposta adeguata può essere la pena di morte». Questo pensiero rappresenta, secondo i giudici, la volontà dei cittadini e dunque dell’intera «società».

Solo all’inizio degli anni Duemila la pena di morte viene vietata per i disabili psichiatrici e per i minori di 18 anni, mentre a oggi 23 Stati l’hanno abolita per tutti i reati; altri non la applicano da oltre 10 anni, e in altri ancora c’è una moratoria. Sono quindi 13 gli Stati dove è ancora in vigore, quasi tutti nell’area sud-occidentale, proprio dove voleva essere mantenuta a tutti i costi la schiavitù, e dove più alto è stato il numero dei linciaggi a danno degli afroamericani. Risulta quindi abbastanza facile associare pena capitale e razzismo, anche senza fornire freddi dati statistici. Riportiamo un esempio per tutti, che riguarda lo Stato della Georgia, quello dove si è consumato il maggior numero di linciaggi – ben 460 – tra il 1880 e il 1930. Nella sua storia giudiziaria nessun uomo bianco è mai stato condannato a morte dopo per avere ucciso un afroamericano; 337 neri sono stati giustiziati tra il 1924 e il 1972, a fronte di 78 bianchi. Ogni altra considerazione è superflua.

In uno degli Stati dove la pena di morte è ancora in vigore, l’Alabama, un nuovo e controverso metodo di esecuzione, l’ipossia da azoto, è stato applicato per la prima volta il 25 gennaio 2024. A far da cavia è stato un uomo di 59 anni, Kenneth Eugene Smith, che si trovava in carcere dal 1998, condannato per aver eseguito un omicidio su commissione. L’uomo era sopravvissuto, a novembre 2022, all’esecuzione per iniezione letale, fallita perché il personale addetto non era riuscito a praticare l’endovena. Difficoltà del genere, riscontrate anche in altre esecuzioni, hanno indotto la Corte Suprema dell’Alabama ad approvare il nuovo metodo, che prevede l’asfissia del condannato, indotta dall’inalazione di azoto puro. Il gas, se inalato in assenza di ossigeno, provoca una morte che potrebbe configurarsi come «crudele e insolita» (e dunque non consentita dall’ottavo emendamento della Costituzione federale), per la lunga agonia e le sofferenze che provoca. Smith, con una maschera sul viso che gli impediva di prendere ossigeno, ha dovuto inalare azoto puro per 22 minuti, durante i quali era evidente la sua sofferenza, manifestata da spasmi e contorsioni. La morte provocata dall’azoto è talmente crudele da non essere più consentita, dal 2020, per praticare l’eutanasia agli animali. I veterinari hanno smesso di usarla perché consapevoli del dolore fisico provocato, unito a una sensazione di panico totale. Oltre a questo, ci sono altri motivi per considerare l’ipossia da azoto una pena «crudele e insolita»: se la maschera posta sul viso non aderisce alla perfezione e consente il passaggio di ossigeno, l’agonia si prolunga e può addirittura non provocare la morte, ma lasciare la vittima in stato vegetativo. Tutte considerazoini che non hanno impedito allo Stato dell’Alabama di proseguire per la sua strada.

Tutto questo racconto non risponde alla domanda iniziale. Perché gli Stati Uniti non hanno ancora abolito la pena di morte, a differenza di tutte le democrazie occidentali? La pena capitale è la soluzione più estrema per mantenere l’ordine sociale, che è frutto dei valori di riferimento di una società. Valori che, nel corso del tempo, cambiano in base all’evolversi della società stessa. In quelle nazioni dove i valori comuni non sono sono stati soppiantati da altri, più individuali e meno condivisi, la pena di morte non è stata abolita. Perché, secondo la sociologa Mariangela Travagliati, risponde a “quell’inevitabile domanda di compensazione e risarcimento” che caratterizza quelle società dove sono ben saldi i valori legati al bene comune.

Partendo da questo presupposto, non stupisce che a mantenere la pena di morte siano quei Paesi dove le radici sociali e culturali hanno subito meno cambiamenti: gli stati islamici, e molti Paesi africani, dove le comunità sono ancora di tipo rurale; o nei Paesi asiatici, dove permane un profondo senso comunitario, nonostante l’industrializzazione. E poi c’è l’anomalia degli Stati Uniti. È proprio questo l’esempio che conferma l’ipotesi di Travagliati: solo gli Stati che appartengono a quell’area dove il razzismo era un «valore» condiviso con grande forza – e che in parte lo è ancor oggi – mantengono la pena capitale.

Vite stroncate

Emmett Till: nessuno ha mai pagato per il suo omicidio. Non gli autori materiali, e nemmeno la donna che, molti anni dopo, ha ammesso di non aver ricevuto nessuna avances da Till. Nel 2022, una giuria del Mississippi si è rifiutata di incriminarla per omicidio colposo. Dal 2008 in poi, diverse targhe commemorative messe nel luogo di ritrovamento del corpo di Till, sono state vandalizzate da gruppi di suprematisti bianchi.

George Stinney: la sua famiglia ha dovuto lasciare la sua casa e andare lontano, perché minacciata di morte. George viene messo in una prigione distante 80 km. dal suo paese, per evitare un linciaggio. Il processo dura appena due ore e il verdetto di colpevolezza arriva in 10 minuti. L’avvocato d’ufficio, bianco, non ha fatto praticamente nulla. Il governatore della Carolina del Sud rifiuta di commutare la pena, in considerazione della giovane età di George, nonostante le numerose richieste arrivate addirittura da gruppi di bianchi suprematisti. George viene sepolto in una tomba anonima per evitare atti di vandalismo.

Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti: per noi italiani sono le vittime più famose di un clamoroso errore giudiziario. Vengono giustiziati nel 1927, dopo un processo del tutto iniquo. Iniquo a tal punto che l’addetto alla cremazione scrive, come causa della morte, “omicidio giudiziario”.

L’elefante Topsy: Topsy, un elefante indiano che appartiene al circo Forepaugh, è considerato turbolento: ha causato la morte di 3 persone durante i suoi 28 anni di vita. L’elefante viene quindi destinato all’esecuzione, mediante impiccagione. Le prime associazioni animaliste si oppongono a quel metodo, ritenuto troppo barbaro, e così Topsy viene portato al Luna Park di Coney Island e lì ucciso con una scarica da 6600 volt, di fonte a un pubblico di 1500 persone. Nel 1916, l’elefantessa Mary viene impiccata in Tennessee, dove non c’era sufficiente energia elettrica per fulminarla.

Nazione Dakota-Sioux: dopo la guerra del 1862, tutti gli uomini e le donne della nazione Dakota-Sioux sono trasferiti in riserve fuori dal Minnesota. La resistenza dei Sioux finisce nel 1890, con il massacro di Wounded Knee. Solo nel 2012 il governatore del Minnesota ripudia il discorso del suo lontano predecessore, che nel 1862 aveva auspicato lo sterminio dei nativi. Nel 2019 sono arrivate le scuse per l’impiccagione di massa di Mankato.


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