La Drammatica fine di Conrad Schumann: il Soldato che saltò verso la “Libertà”

Ci sono fotografie che hanno il potere, più di molte parole, di rendere immediatamente comprensibile la storia, quella con la S maiuscola, quella che cambia il destino di intere popolazioni. Grandi esempi sono l’immagine della piccola Kim Phuc, che evoca l’orrore della guerra del Vietnam, oppure gli occhi di Sharbat Gula, immortalati da Steve McCurry nel 1984 in Afghanistan.

La foto del soldato tedesco Conrad Schumann è diventata invece il simbolo della Guerra Fredda, ma anche di una scelta di libertà, da conquistare anche sacrificando affetti e legami familiari.

Immagine di pubblico dominio

Raccontiamo anche la sua di storia, ormai più antica di mezzo secolo. Nel 1961, nel giorno di ferragosto, il giovanissimo Conrad Schumann, che allora aveva 19 anni, si ritrovò davanti a due possibilità: al di qua del filo spinato c’era Berlino Est e la Repubblica Democratica Tedesca, dove si sarebbero dovuti realizzare gli ideali della fede socialista, nei quali peraltro lui aveva mostrato di credere, tanto da essere schierato proprio a difesa di quella labile linea di confine, marcata solo, in quei giorni di metà agosto, da una barriera di filo spinato; al di là, c’era Berlino Ovest.

Ma la libertà, da quale parte si trovava?

Conrad Schumann prima del “salto”

Fermo immagine dal filmato d’epoca

Conrad Schumann decise che la libertà era dall’altra parte rispetto alla propria, in quella Germania Ovest dove non sarebbe più stato possibile andare dopo quel 15 di agosto. Colse l’attimo Schumann, e saltò verso un futuro ignoto, senza possibilità di ritorno.

“The Leap into Freedom”, la storica foto di Peter Leibing

Fonte immagine: Imgur

Tra la fine della seconda guerra mondiale e quel mese di agosto del 1961, decine di migliaia di tedeschi avevano abbandonato la zona Est per trasferirsi definitivamente a Berlino Ovest, in cerca di un futuro più prospero rispetto alla zona della città sotto l’influenza del blocco Sovietico. Per arginare quella migrazione, la Repubblica Democratica Tedesca decise la costruzione di un muro, che doveva separare Berlino Est dal resto della città, controllata dalle forze occidentali. Il Muro di Berlino, inizialmente costituito solo da un filo spinato, poi sostituito da una struttura in mattoni, era ufficialmente una “protezione antifascista”, tirato su per impedire eventuali aggressioni da Ovest.

Schumann e i suoi commilitoni erano lì, a guardia del confine che, secondo gli ordini, doveva essere protetto dai “nemici del socialismo”. Nelle lunghissime ore trascorse a presidiare quel piccolo segmento di filo spinato, Schumann assistette a scene che gli fecero sorgere dei dubbi.

Al di là del confine c’era una folla di persone che protestava per la costruzione di quel muro, molti inveivano contro i militari, chiamandoli “maiali”, “traditori” e “guardie del campo di concentramento”, ma a colpire maggiormente il giovane Hans fu un’altra cosa: vide una donna che porgeva un mazzo di fiori a una signora anziana, attraverso la barriera del filo spinato, augurandole buon compleanno. Erano evidentemente madre e figlia, che non potevano più abbracciarsi e che, da quel giorno in poi, non avrebbero più potuto vedersi. Schumann iniziò a sentirsi come un carceriere, mentre la folla di manifestanti di Berlino Ovest si ingrossava e avanzava verso il confine.

A quel punto, che fare? Sarebbe arrivato il momento di sparare contro quelli che, comunque, erano sempre suoi concittadini?

Fermo immagine dal filmato d’epoca

Per capire la sua reazione a questa domanda raccontiamo un po’ di più della sua vita, della vita di un soldato tedesco come tanti, residente nel blocco sovietico, di stanza a Berlino. Conrad Schumann, nato in Sassonia il 28 marzo del 1942 , si era arruolato a 18 anni nella Polizia di Stato della Germania Est. Dopo aver dimostrato di essere un giovane fortemente motivato dagli ideali socialisti, gli fu offerto di entrare a far parte della Bereitschaftspolizei, la polizia antisommossa tedesca della DDR. Il 15 agosto del 1961 fu mandato a presidiare l’angolo fra Bernauer Strasse e Ruppiner Strasse. Dall’altra parte del filo spinato c’era un ragazzo suo coetaneo, il fotografo Peter Leibing, che rimase fermo per più di un’ora a osservare il comportamento di Schumann. Il giovane soldato camminava avanti e indietro, fumando una sigaretta dopo l’altra, con il suo fucile appeso alla spalla.

Poi, qualcuno dal lato Ovest si accorse del nervosismo di Schumann, colse il malessere che lo agitava e vide come di nascosto il ragazzo abbassava la barriera del filo spianto, e si premurò di chiamare la polizia di Berlino Ovest, che arrivò con un furgone. Alla fine gli urlarono Komm ‘rüber! :

Vieni qui!

Fermo immagine dal filmato d’epoca

Alle quattro del pomeriggio Schumann gettò la sigaretta e saltò oltre il filo spinato, mentre buttava a terra l’arma e Leibing scattava la foto che lo avrebbe reso noto in tutto il mondo. Intanto, un amico del fotografo registrava la scena su una pellicola da 16 mm.

Il giovane soldato venne immediatamente caricato sul furgone della polizia e ottenne lo status di rifugiato politico.

Si era lasciato alle spalle la DDR e l’Unione Sovietica, ma non sapeva cosa lo avrebbe atteso

La vita di Schumann era cambiata per sempre: la libertà, conquistata nel giro di pochi secondi, ebbe un prezzo piuttosto alto. Negli anni seguenti il soldato, ormai disertore, fu tormentato dai sensi di colpa nei confronti della sua famiglia e dei suoi commilitoni. Sapeva bene che i suoi parenti non avrebbero avuto vita facile, da quel momento in poi, mentre lui si sentiva oppresso da quella non voluta notorietà e dalla paura di essere ucciso dal Servizio di Sicurezza della Repubblica Democratica Tedesca, che mal digeriva quello smacco, documentato da una foto che aveva fatto il giro del mondo.

Quel salto, grazie alla narrazione dei giornali e dei politici occidentali, aveva trasformato Schumann in un eroe della libertà. Ma per un ragazzo comune, che aveva sì e no vent’anni, quel ruolo era troppo complicato.

Schumann si trasferì in Baviera, si sposò e lavorò per molti anni alla catena di montaggio di un’industria automobilistica, ma solo dopo la caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989, disse di sentirsi “veramente libero”. Libero, ma non gradito nella sua città natale, dove perfino i genitori e i parenti erano poco felici di incontrarlo.

I suoi ex colleghi poi, non smisero mai di considerarlo un disertore…

Nel 1998, dopo anni trascorsi a combattere contro alcolismo e crisi depressive, Schumann decise di impiccarsi a un albero del suo frutteto, senza lasciare nemmeno un biglietto d’addio. Erano trascorsi 37 anni da quel fatidico giorno in cui aveva volato leggero sopra il filo spinato, per atterrare, forse, con un peso insopportabile sulle spalle.

Aveva solo 56 anni

Nel maggio 2011, la fotografia del “salto nella libertà” di Schumann è stata inserita nel programma UNESCO “Memory of the World”, parte di una raccolta di documenti sulla caduta del muro di Berlino.

28 anni dopo lo storico “salto” di Schumann, il 9 novembre del 1989, il muro simbolo della divisione tra stati occidentali alleati degli USA e quelli orientali filo-sovietici, viene abbattuto. 28 anni nei quali molte persone avevano provato a fare quel salto verso la libertà, rimettendoci la vita.

Il Muro di Berlino nel 1988: è visibile una torre di guardia nel settore orientale

Immagine di Bundesarchiv, B 145 Bild-F079010-0037 / CC-BY-SA 3.0 – Wikipedia

La storia del Muro di Berlino è direttamente collegata agli accordi internazionali presi durante la Conferenza di Jalta del 1945: la città tedesca, posta al centro della Germania Est, fu divisa in quattro settori amministrati da Stati Uniti, Francia, Regno Unito – che costituivano Berlino Ovest – e Unione Sovietica, che di fatto controllava la parte orientale, Berlino Est.

La divisione della Germania e Berlino divisa in quattro blocchi

Immagine di WikiNight via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra, i cittadini di Berlino potevano spostarsi all’interno dei vari settori: una libertà che provocò uno spostamento di massa dall’area orientale a quella occidentale (tra il 1949 e il 1961 circa 2,6 milioni di persone si trasferirono nella Germania Ovest). Un esodo dalle disastrose conseguenze economiche, che il governo della RDT non poteva tollerare oltre. Fu così che, nonostante nel giugno 1961 il presidente della Repubblica Democratica avesse dichiarato

“Nessuno ha l’intenzione di costruire un muro”

all’alba del 13 agosto dello stesso anno furono posti i primi sbarramenti provvisori:

“Per impedire le attività ostili delle forze revansciste e militariste della Germania Occidentale e di Berlino Ovest verrà introdotto al confine della Repubblica Democratica Tedesca – compresi i confini dei settori occidentali di Grande Berlino – un controllo pari a quello consueto ai confini di ogni stato sovrano” (Decreto del Consiglio dei Ministri del 12 agosto 1961).

Agosto 1961: posa dei primi blocchi del muro

Bundesarchiv, Bild 173-1321 / Helmut J. Wolf / CC-BY-SA 3.0 – Wikipedia 

Il filo spinato che delimitava il confine venne progressivamente sostituito da una struttura in muratura che nel corso degli anni diventò un doppio sbarramento diviso dalla cosiddetta “striscia della morte”, una sorta di trincea costellata da sistemi di difesa anticarro e torri di guardia.

La struttura del Muro di Berlino


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Si stima che, dopo Hans Conrad Schumann, circa 5000 persone siano riuscite a oltrepassare il Muro con i mezzi più svariati e fantasiosi, come saltare dalle finestre che si affacciavano sul confine, scavare tunnel al di sotto dello sbarramento, costruire mongolfiere, fino al caso estremo di Wolfgang Engels, che riuscì a impadronirsi di un mezzo corazzato con il quale avanzò direttamente verso il muro.

7 ottobre 1961. Michael Finder, quattro anni, della Germania dell’Est, viene calato da suo padre oltre il confine a Berlino Ovest. Il padre, Willy Finder, si prepara quindi a fare il salto da solo

Immagine di pubblico dominio

Ma non tutti riuscirono nell’impresa: furono circa 140 (forse oltre 200 secondo stime non ufficiali) le persone uccise mentre tentavano di oltrepassare quel muro, e molte di più quelle morte durante la preparazione della fuga. Tra di loro anche bambini molto piccoli, perché l’ordine dato alle guardie di confine era:

“Non esitate a usare la vostra arma da fuoco, nemmeno quando il confine viene sfondato in compagnia di donne e bambini, tattica usata spesso dai traditori.”

Una sezione del Muro, con difese anticarro, torre di guardia e la famigerata “striscia della morte”

Immagine di GeorgeLouis via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Tutto questo fino al febbraio-marzo del 1989, quando i due ultimi tentativi di fuga finirono con la morte di due ragazzi: uno venne ucciso dalle guardie di confine e l’altro si schiantò con una mongolfiera auto-costruita.

Nel mesi successivi la situazione iniziò a cambiare: il blocco sovietico non era più così graniticamente compatto, anzi. Nel giugno 1989 in Polonia si tennero le elezioni che portarono alla fine del regime comunista, mentre l’Ungheria smantellò parzialmente la recinzione elettrificata al confine con l’Austria.

All’improvviso, i tedeschi dell’est ebbero una via di fuga attraverso l’Ungheria e ne approfittarono, mentre nel paese si diffuse la “rivoluzione pacifica”, che culminò nella manifestazione di Alexanderplatz, 1l 4 novembre 1989.

La manifestazione di Alexanderplatz – 4 novembre 1989, Berlino Est

Bundesarchiv, Bild 183-1989-1104-437 / Settnik, Bernd / CC-BY-SA 3.0 – Wikipedia

Il 9 novembre, di fronte a un esodo di massa attraverso diversi valichi, il governo della RDT acconsentì suo malgrado ad aprire le postazioni di confine tra Berlino Est e Ovest: le otto porte del Muro vennero spalancate. I Berlinesi tutti sembrarono impazzire dalla gioia e festeggiarono insieme nella notte, con grandi bevute di birra, la storica caduta del Muro.

La Porta di Brandeburgo, 10 novembre 1989

Immagine di Sue Ream via Wikipedia – licenza CC 3.0

Quel 9 novembre 1989 non cambiò solo la vita di tutti i tedeschi, ma segnò l’inizio di una svolta storica nell’assetto europeo e mondiale, che ha portato (a parere di chi scrive) alla fine di feroci dittature, ma non sempre le ha trasformate in qualcosa che abbia giovato alla pace, ma questa è un’altra storia.

Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.