Non è ancora sorto completamente il sole alle Basse di Stura, periferia di Torino, quella mattina del 4 marzo 1947. Sono passate da poco le 7 e mezza e la nebbia è ancora bassa e densa.

Tre giovani uomini si dispongono uno di fianco all’altro. Tutti hanno delle giacche, uno di loro indossa un cappello per ripararsi dal freddo pungente. Nessuno di loro dice una parola nella nebbia del mattino, mentre si dirigono verso tre sedie conficcate nel terreno del poligono militare delle Basse di Stura.

I tre giovani uomini si chiamano Francesco La Barbera, Giovanni Puleo e Giovanni D’Ignoti. Sono stati riconosciuti colpevoli di un terribile crimine e quella mattina sono alle Basse di Stura perché condannati a morte: tra qualche istante non saranno più di questo mondo.

È l’ultima condanna a morte per un reato comune comminata dalla Repubblica Italiana

La Barbera, Puleo e D’Ignoti sono tra i colpevoli dell’eccidio di Villarbasse, una delle stragi più orribili del Secondo Dopoguerra.

La vicenda comincia la mattina del 21 novembre 1945. Un grande casolare di Villarbasse, tra le colline attorno a Torino, è preso d’assalto da giornalisti, forze dell’ordine, militari angloamericani e decine di curiosi. Sono improvvisamente scomparsi, come inghiottiti dalla nebbia, i proprietari del casolare e tutti gli operai che lavorano nell’azienda agricola “Simonetto”, gestita dall’avvocato Massimo Gianoli.

Il casolare viene controllato dentro e fuori, così come vengono setacciate anche le campagne limitrofe, ma delle persone che fino al 20 novembre vivevano nella cascina non vi è nemmeno l’ombra.

Cosa è successo durante la notte tra il 20 e il 21 novembre?

La sera del 20 novembre alla cascina “Simonetto” c’è una festa: si celebra la nascita di una nipote di Antonio Ferrero, collaboratore dell’azienda agricola. Con lui ci sono la moglie Anna Varetto, il genero Renato Morra, il padre della bimba appena venuta alla luce, due domestiche, Rosa Martinoli e Fiorina Maffiotto, l’operaio Marcello Gastaldi e un bimbo di due anni. Massimo Gianoli è invece in una stanza separata del casale e sta cenando sotto lo sguardo servizievole di Teresa Delfino, la donna di servizio.

Sono da poco trascorse le 20 quando nel casolare fanno irruzione quattro uomini, alcuni a volto scoperto e alcuni mascherati:

E’ una rapina

I delinquenti riuniscono tutti in uno stanzone e puntano l’avvocato Gianoli intimandolo con la forza a consegnargli tutto il denaro che possiede. Improvvisamente, mentre la rapina sta procedendo nel migliore dei modi per i criminali, a uno dei quattro uomini si sfila la maschera. È un ragazzo giovane, un volto già visto. La domestica Teresa Delfino lo riconosce: è un operaio che ha lavorato nell’azienda agricola fino a qualche tempo prima. Si spaventa e urla il suo nome. È la condanna a morte per tutti. In quegli attimi concitati arrivano altri due uomini, Gregorio Doleatto e Domenico Rosso, mariti rispettivamente di Fiorina e Rosa, le due domestiche.

I quattro uomini sono risoluti dinanzi agli imprevisti: decidono di portare tutti i sequestrati, diventati ora dieci, nella cantina del casolare. Qui li colpiscono selvaggiamente a bastonate, senza fretta, uno dopo l’altro; li legano poi a dei blocchi di cemento e ancora coscienti li gettano in fondo a una cisterna, tappandone dopo l’accesso.

Una mattanza

Compiuto l’eccidio gli assassini rubano tutti i soldi che riescono a trovare e prendono alcuni salumi per mangiarli durante la fuga dal casale. I quattro risparmiano soltanto il bambino di due anni che in quel momento stava dormendo e che comunque non avrebbe mai potuto testimoniare contro di loro.

Trascorrono molti giorni: i controlli delle forze dell’ordine nel casolare e nelle campagne circostanti si susseguono fin quando il 29 novembre viene scoperta, parzialmente occultata, la botola che conduce alla cisterna. Si ritrovano finalmente i corpi delle dieci persone, ormai morte da giorni, fra chi è perito dissanguato e chi per la fame.

Ma chi sono gli autori del tremendo massacro?

I quattro rapinatori sono Francesco La Barbera, Giovanni Puleo, Giovanni D’Ignoti e Pietro Lala, tutti di Mezzojuso, comune nei pressi di Palermo, emigrati in Piemonte in cerca di fortuna. Il Lala, sotto il falso nome di Francesco Saporito, aveva lavorato fino a poco tempo prima nella cascina “Simonetto”; è lui il ragazzo riconosciuto durante il sequestro, è lui la mente del rapina sfociata in un massacro.

Le indagini convergono subito su una matrice siciliana; nei pressi del casolare infatti viene rinvenuta una giacca sporca di sangue con “Caltanissetta” scritto sull’etichetta. Deve appartenere a uno degli autori della strage. Si pensa a qualche azione di ultima resistenza fascista, poi al coinvolgimento dei partigiani, fin quando non si risale a Giovanni D’Ignoti, anche grazie ai sospetti dei suoi vicini nella casa dove ha il domicilio, a Rivoli. Le forze dell’ordine lo vanno a prendere a casa. Interrogato l’uomo confessa, facendo i nomi dei tre compari.

La Barbera e Puleo vengono rintracciati e arrestati, mentre del Lala, sedicente Saporito, si perdono le tracce, fin quando non si viene a scoprire della sua morte in un attentato mafioso, mai del tutto chiarito, nella natale Mezzojuso.

Dopo l’arresto i tre uomini vengono condotti prima al carcere di Venaria Reale, poi alle Nuove di Torino.

Il processo non dura molto, e il 5 luglio 1946 i tre rapinatori e assassini sono condannati alla pena capitale, nonostante la decisione di abrogare la sentenza estrema dal nostro ordinamento fosse già stata presa da qualche tempo, poiché “il delitto ha raggiunto il grado della più intensa criminalità: gli autori di esso han dimostrato la più preoccupante pericolosità sociale” (A.Accorsi, M.Centini, I grandi delitti italiani risolti o irrisolti, Newton Compton Editori, Roma 2013). La Cassazione confermerà la sentenza. Il caso provocherà grande indignazione nell’opinione pubblica della Penisola, che a voce di popolo si troverà pienamente d’accordo con la sentenza che decreta la pena di morte.

I legali dei condannati tenteranno di salvar loro la vita, con un’ultima chance, e presenteranno la domanda di grazia al Presidente della Repubblica Enrico De Nicola. La domanda sarà però rigettata.

Si arriva così al mattino del 4 marzo 1947. Al poligono delle Basse di Stura si compie l’ultima condanna a morte per un reato comune in Italia. Nei momenti precedenti l’esecuzione La Barbera e Puleo lanciano slogan sulla Sicilia e in favore di Finocchiaro Aprile, un separatista che voleva l’indipendenza dell’isola; il D’Ignoti, invece, recita sottovoce le sue ultime preghiere. Legati mani e piedi alle sedie i tre assassini di Villarbasse attendono la scarica dei 36 uomini del plotone d’esecuzione; metà delle armi sono caricate a salve per lasciare il dubbio su chi realmente sparasse.

Alle 7.41 i militari premono i grilletti dei fucili. Per l’ultima volta la giustizia italiana ricorre alla pena di morte

Due giorni dopo, a La Spezia avviene l’esecuzione per ragioni di guerra dell’ex questore Emilio Battisti, del maresciallo della Guardia nazionale repubblicana, Aldo Morelli, e del militare italiano delle SS, Aurelio Gallo, riconosciuti responsabili della deportazione di migliaia di persone nei campi di concentramento tedeschi durante la Seconda guerra mondiale.

La pena di morte sarà definitivamente abrogata il 1° gennaio 1948, con l’articolo numero 27 della Costituzione.

Sulla strage di Villarbasse e la successiva condanna a morte dei suoi autori sono stati scritti vari libri: citiamo La casa ritovata. Storia (e storie) della cascina Simonetto di Villarbasse di Marinella Grosa (edito da Effatà), L’ ultima esecuzione. Villarbasse 1945 di Roberto Gandus (edito da Frilli) e Villarbasse, la cascina maledetta di Sergio Marcoccia e Leonora Sartori (Edizioni Becco Giallo).

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Antonio Pagliuso

Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si vede tra vent'anni come un moderno Mattia Pascal; mal che vada ripiegherà sul personaggio di Raskol'nikov. Autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".