Al momento dello scoppio della seconda guerra mondiale i Paesi Bassi si dichiararono neutrali così come fecero nel primo conflitto mondiale. Nonostante questa posizione politica, i Tedeschi programmarono la loro invasione poiché rappresentava una parte del piano tedesco del “Fall Gelb” ovvero l’attacco ad occidente voluto da Hitler una volta conclusa la campagna in Polonia e che avrebbe portato la Wehrmacht alla conquista della Francia.

La campagna iniziò il 10 maggio 1940 e, secondo i dettami della guerra lampo, la conquista del paese fu completata in soli cinque giorni. Malgrado la sproporzione delle forze in campo, l’esercito olandese in un primo momento oppose una strenua resistenza a Afsluitdijk, Grebbeberg e nella Zelanda. L’Aia infatti, quando venne attaccata da parte dei paracadutisti tedeschi, il cui obiettivo era la cattura della famiglia reale, contrappose un’inaspettata resistenza, facendo fallire l’obiettivo prefissato, cosicché i reali seguiti dai membri del governo riuscirono a fuggire, riparando a Londra.

Regina Guglielmina dei Paesi Bassi. Fotografia di dominio pubblico condivisa via Wikipedia

Il 14 Maggio la Germania, dopo estenuanti scontri, lanciò un ultimatum esigendo la resa del porto di Rotterdam, altrimenti la stessa città sarebbe stata bombardata. Poco dopo la scadenza dell’ultimatum fu annunciata la resa, ma fu troppo tardi per richiamare la prima parte degli aerei già inviati a bombardare la città. Dopo il bombardamento si contarono 800 morti e 78.000 senzatetto. Gli alti comandi olandesi rimasero scioccati dal bombardamento di Rotterdam.

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La resa dei Paesi Bassi dette inizio ad un rigido regime di occupazione da parte della Germania sotto il Reichskommissar Arthur Seyß-Inquart, che avrebbe avuto termine solo con la liberazione del paese, avvenuta nel maggio del 1945. Concluse le operazioni di occupazione militare, furono imposte dagli occupanti le prime regole amministrative, quali l’introduzione della carta d’identità, fino a quel momento mai utilizzata nei Paesi Bassi, e l’obbligo per i funzionari statali della dichiarazione di arianismo.

il Reichskommissar Arthur Seyß-Inquart. Foto della Bundesarchiv condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia

Tra i fattori che contribuirono ad una sorta di acquiescenza nei confronti dell’occupante, concretizzata dapprima nel ritardo della creazione di una “rete” di resistenza e successivamente nella collaborazione con i nazisti, vi fu la naturale avversione degli olandesi per il comunismo, che essi consideravano in massima parte espressione peggiore del nazismo.

Nei piani di Hitler i Paesi Bassi avrebbero dovuto ricevere un trattamento di favore, in quanto i suoi abitanti appartenevano alla cosiddetta Heimat, ossia la patria che raggruppava tutti i popoli di etnia tedesca; tuttavia la realtà delle persecuzioni contro gli ebrei, con la limitazione dei loro diritti e la creazione dei consigli ebraici sul modello degli Judenrät, realizzati in Polonia nel Governatorato Generale, riproposti dalle SS anche in questi territori, fecero mutare l’atteggiamento della popolazione, la quale divenne progressivamente sempre più ostile e rischiò di alzare una rivolta dopo la chiusura del quartiere ebreo di Amsterdam e la cattura di oltre 400 persone, avvenuta il 22 febbraio 1941.

I Paesi Bassi furono uno dei pochi paesi insieme a Grecia, Lussemburgo e Danimarca, dove la popolazione manifestò apertamente la contrarietà al regime attraverso scioperi, fra cui uno dei più importanti fu quello dei ferrovieri. In risposta i tedeschi tagliarono in modo significativo la regione dell’Aia – la zona più popolata del paese – dalle forniture alimentari, sfruttando i canali fluviali congelati, rendendo il trasporto clandestino e la fuga impossibili e generando una delle carestie più terribili del periodo.

La popolazione era ridotta allo stremo, tanto che arrivò a cibarsi di bulbi di papavero macinati

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All’interno dell’Ospedale Juliana dell’Aia, il pediatra Willem Karel Dicke notò che rispetto al resto dei presenti un gruppo non stava soffrendo quanto previsto:

I bambini in cura per celiachia stavano migliorando, anche se morivano di fame

La storia della malattia celiaca inizia 10.000 anni fa quando è stata introdotta la coltivazione dei cereali nella zona della “Mezza Luna Fertile” – Siria, Israele, Iran, Iraq – in seguito estesasi anche in Europa.
 L’introduzione del grano nell’alimentazione di queste popolazioni mise in evidenza che una significativa percentuale di soggetti non riusciva ad adattarsi a questo tipo di alimento. Il primo medico che segnalò la malattia celiaca nell’adulto è stato Areteo di Cappadocia nel I secolo d.C. denominandola “diatesi celiaca”, κοιλιακός koiliakòs, “addominale”, che significa alterazione intestinale.

Areto di Cappadocia. Foto di pubblico dominio condivisa via Wikipedia


Nel 1888 Samuel Jones Gee fu il primo medico a segnalare la malattia celiaca nel bambino, descrivendo magistralmente il quadro della forma tipica. Il merito principale di Samuel Gee è stato quello di aver intuito che la causa della malattia celiaca andava ricercata in un alimento, anche se non era riuscito a identificare quale.
 In seguito molti altri medici descrissero la malattia celiaca con varie denominazioni: nel 1889 Gibbons sottolineò che la malattia colpiva i bambini e la denominò “the celiac affection in children” pensando che fossero delle sostanze tossiche assorbite dagli alimenti non digeriti a danneggiare l’organismo del bambino.

Nel 1903 V.B. Cheadle chiamò la malattia celiaca “acholia” (parziale o totale assenza di secrezione biliare), poiché le feci emesse dai malati erano chiare per la presenza di lipidi.
Nel 1908 G.A.Herter introdusse un nuovo concetto della malattia celiaca: egli pensava che fosse dovuta ad un’infiammazione dell’intestino provocata dall’eccessivo sviluppo della flora intestinale e l’aveva denominata “infantilism from chronic intestinal infection”.

Nel 1924 S.V. Haas segnalò un miglioramento dei sintomi nei soggetti celiaci con la dieta a base di banane credendo che i responsabili fossero i carboidrati complessi, come l’amido. Le banane mature non contengono quasi amido e nemmeno glutine. La teoria di Haas è stata ampiamente diffusa e ha ricevuto così tanto sostegno da parte delle aziende produttrici di banane, che alcuni medici lo accusarono di pubblicizzare per loro conto.
Sebbene abbia probabilmente salvato molte vite, Haas credette erroneamente che la sua dieta a base di banane avesse portato a una cura permanente; infatti gli adulti affetti dalla malattia, reintroducendo il grano e altri chicchi nella loro dieta, incorsero in effetti deleteri.

Karel Dicke già nel 1932 ad una riunione della Società Olandese di Pediatria assiste alla proposta di un altro medico che presentava una polvere medicinale per combattere la celiachia. Tuttavia la polvere a volte veniva somministrata con pane e marmellata vanificando ogni effetto curativo.

Nel 1936, lo stesso anno in cui Dicke divenne direttore dell’Ospedale infantile Juliana all’età di 31 anni, iniziò una lunga osservazione su un bambino celiaco, che nel periodo di degenza ospedaliera venne nutrito completamente senza cereali, mentre al momento in cui venne dimesso i genitori reintrodussero una dieta completa di grano. Studiando le mappature della crescita del ragazzo, Karel Dicke riscontrò una crescita ed un miglioramento proprio nel periodo di ricovero.

Karel Dicke con un paziente:

Nel periodo di occupazione nazista Karel Dicke, nonostante i combattimenti e le difficoltà sociali, non abbandonò lo studio della sua ricerca, presenziando come oratore alla Società Olandese di Pediatria del 1943, individuando come problema situazionale la mancanza di banane all’interno dei Paesi Bassi per via della carestia e proponendo come alternativa il porridge dolce o salato poiché non composto da farina di alcun tipo.

Willem Karel Dicke:

Mentre gli Alleati cominciarono nel 1944 a liberare le aree meridionali dei Paesi Bassi, i tedeschi continuavano a controllare strettamente l’Occidente e i loro commerci. All’interno dell’ospedale fu Karel Dicke stesso che ordinò bulbi tulipano per sfamare i pazienti, nonostante gli evidenti rischi: i bulbi di tulipano contengono glicoside, che può essere velenoso.

Molti olandesi non ebbero scelta, e durante la guerra furono consumati circa 140 milioni di bulbi

Questa occasione estrema segnò una svolta significativa nella ricerca medica riguardo la celiachia, poiché per i bambini celiaci la carenza di cibo e il digiuno creava conseguenze meno gravi rispetto all’ingestione di frumento: il tasso di mortalità dei bambini nei Paesi Bassi con celiachia scese durante la carestia alimentare dal 35% a quasi lo 0%.

Il 29 aprile 1945 le forze alleate iniziarono a consegnare provviste ai cittadini olandesi affamati sull’intero territorio. La liberazione dei Paesi Bassi, guidata dalle forze canadesi, venne ufficializzata il 5 maggio: “Non piovevano bombe, pioveva pane” ricorda W. Karel.

Truppe canadesi che passano un mulino. Fotografia di pubblico dominio condivisa via Wikipedia


La popolazione ricominciò a vivere normalmente, ma i bambini celiaci ricominciarono a soffrire di disordine celiaco. Karel Dicke dedicò i cinque anni successivi alla ricerca per provare e registrare cosa aveva osservato durante gli anni della guerra. Nel 1948 utilizzò cinque soggetti di prova, fornendo a ognuno di essi un cereale diverso e registrando le alterazioni di peso e aspetto delle feci.

Atrofia dei villi in un contesto infiammatorio. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

I risultati della sua ricerca vennero pubblicati nel giornale “The Rise and Fall of Celiac Disease” negli Stati Uniti da Emily K. Abel, riscuotendo un’enorme approvazione all’interno della comunità medica e le diete senza glutine divennero il trattamento standard per celiaci in Europa e Australia.

La Società Olandese di Gastroenterologia conferì a Karel Dicke la prima medaglia Dicke d’oro e nel 1962 discusse sul conferimento del Nobel della medicina, che non avvenne mai a causa della morte del dottore per una malattia cerebrovascolare di stadio terminale.

Il figlio di Karel Dicke riassume la vita del padre in poche parole: “E’ stato un uomo che ha vissuto per i bambini, per la medicina, per l’Olanda. E per noi come famiglia”.

Martina Manduca
Martina Manduca

Vivo a Venezia e ho studiato Archeologia medievale tra l’Università di Padova e l’Università di Cordoba in Spagna. Sono appassionata di arte, letteratura e cucina e mi piace scoprire un aspetto nuovo di ognuna di esse viaggiando per il mondo.