La cruenta storia della Yakuza: la Mafia Giapponese

Se andate in Giappone e finite a un tavolo di Oicho-Kabu, un tradizionale gioco di carte simile al baccarà o al blackjack, sappiate che la peggior combinazione possibile è 8-9-3; numeri che, se traslitterati, danno vita alla mafia giapponese: ya (8) ku (9) za (3), Yakuza. In origine, questo termine aveva una forte connotazione dispregiativa – significava buono a nulla o malfattore – ma, col tempo, è entrato di diritto nel mito fondativo della Yakuza, i cui membri, ancora oggi, rivendicano con fierezza il loro status di emarginati, di individui che si distinguono dalla massa e agiscono nell’illegalità per difendere gli interessi del popolo.

Mazzo di carte dell’Oicho-Kabu – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Struttura e riti della Yakuza

La Yakuza è un insieme di famiglie accomunate da una struttura di potere piramidale. In cima c’è il boss, l’oyabun, il padre adottivo, e sotto ci sono tutti i suoi figli, i kobun, che si identificano fra loro come fratelli maggiori o fratelli minori in base al grado. Le donne sono pochissime e si chiamano ane-san, “sorelle maggiori”. Queste famiglie fittizie, le ikka, si basano sull’oyabun-kobun, il rapporto fra padre e figlio adottivo, e il bushidō, un obbligo morale, preso in prestito dal codice d’onore dei samurai feudali, che prevede la totale fedeltà, sudditanza e gratitudine dell’affiliato.

Un samurai con armi e armatura. Foto del 1860 circa – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Il rito d’ingresso è il sakazuki, lo scambio del sakè, e consiste nel suggellare il legame fra oyabun e kobun davanti a un altare scintoista. I nuovi membri accettano di mettere da parte le famiglie di origine e dare priorità all’ikka, in cui vige un codice d’onore con tre regole principali: 1) non toccare la moglie dei seguaci; 2) non rivelare a nessuno i segreti dell’organizzazione; 3) sii fedele al tuo capo.

Membri della Yakuza prendono parte al Sanja Festival ed esibiscono i loro tatuaggi – Immagine di apes_abroad condivisa con licenza CC BY SA 2.0 via Wikipedia

La trasgressione di questi dettami viene punita con il rituale dello yubitsume, l’amputazione della falange del mignolo, che serve a rendere un kobun più dipendente dall’oyabun e dalla famiglia. Il come è una metafora che affonda le radici nelle antiche tradizioni dei samurai, che avevano bisogno di tutte le tre dita inferiori della mano per impugnare correttamente la spada.

La mano di un membro della Yakuza con parte del mignolo amputata – Immagine di Nesnad condivisa con licenza CC BY-SA 4.0 via Wikipedia

Senza una parte del mignolo, la presa diventava instabile e un samurai menomato doveva fare più affidamento sui compagni che sulle sue abilità individuali; proprio come un membro della Yakuza che deve rinsaldare il suo rapporto con l’oyabun.

Logo della Inagawa-kai, una delle famiglie della Yakuza – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Lo yubitsume, quindi, è una punizione impartita dal capo o un atto di espiazione volontario per riconquistare la fiducia dei superiori. A questo rito si aggiunge quello del demukai, in cui un subalterno si assume la responsabilità di un atto criminale e ne paga le conseguenze al posto dell’oyabun. È un atto di coraggio e gratitudine che, di solito, viene ricompensato con l’assegnazione di una grande somma di denaro e un’importante promozione all’uscita dal carcere.

La parola Yakuza scritta in katakana – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Un altro tratto distintivo dei membri della Yakuza sono gli irezumi, elaborati tatuaggi realizzati sottopelle con strumenti fatti a mano. Da sempre, nella cultura giapponese, i tatuaggi hanno una valenza negativa – basti pensare che, ancora oggi, chi li ha e non li nasconde non può accedere ad alcune strutture pubbliche – e il loro utilizzo risale appunto all’epoca feudale, quando era una forma di punizione per marchiare la pelle dei criminali. L’adozione degli irezumi testimonia la volontà dei membri delle famiglie di distinguersi dalla società e rimarcare il loro ruolo di paladini dei più deboli.

Roshi Ensei, uno dei 108 eroi del romanzo Suikoden, con il corpo coperto da un irezumi – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

La Yakuza, infatti, ama definirsi una ninkyō dantai, un’organizzazione cavalleresca che discende dai samurai e agisce nell’illegalità per difendere gli interessi del popolo.

Uno yakuza con un tatuaggio di drago corre per aiutare un suo compagno che sta combattendo contro la polizia – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

I suoi business sono tanti e, complessivamente, (secondo la rivista Fortune) gestisce un patrimonio che si aggira intorno agli 80 miliardi di dollari. Oltre ai raket storici – prostituzione e gioco d’azzardo – c’è lo spaccio di droga, il riciclaggio di denaro e vari reati finanziari; poi si è infiltrata nella politica, nelle grandi aziende e nel mondo dello spettacolo; gestisce bar, ristoranti, fabbriche, e si è impegnata in attività benefiche, prestando soccorso alle vittime del terremoto di Kobe del ‘95 o dello tsunami del 2011.

Tutto ciò permette alla Yakuza di vivere in uno stato di semi-legalità unica nel suo genere

Adesso, torniamo indietro nel Giappone feudale e scopriamo la sua storia.

Danni del terremoto di Kobe del 1995 – Immagine di 松岡明芳 condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia

La storia della Yakuza

Il mito fondativo della Yakuza vuole che l’organizzazione abbia avuto origine dai machi-yakko, samurai che difendevano le città dalle razzie dei kabukimono, bande di rōnin rimasti senza padrone.

Le quattro classi della società giapponese del periodo Edo in un’opera di Ōzawa Nankoku – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Il periodo storico è la fase di transizione fra il periodo Muromachi (1336-1573) e il periodo Edo (1603-1867), ma il collegamento con i machi-yakko è solo un tentativo di nobilitare la mafia giapponese e accrescere la fama da gangster alla Robin Hood dei suoi membri.

Un ronin-kabukimono in un disegno d’epoca – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Le vere origini risalgono al XVII secolo e sono rintracciabili in due delle categorie più malfamate dell’epoca: i bakuto, giocatori d’azzardo, truffaldini e vagabondi, che affollano le vie principali delle città, e i tekya, venditori ambulanti dediti al contrabbando. Nell’ultima fase del periodo Edo, bakuto e tekya si riuniscono in gruppi di mutuo soccorso e migliorano la propria posizione sociale.

Una banda di ronin ferma un rappresentante dello shogun mentre attraversa il ponte di Ryogoku – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Se da un lato, le autorità chiudono un occhio sulle bische clandestine dei bakuto, perché convertono i debiti dei giocatori in ore di lavoro presso i cantieri, dall’altro, nel 1740, i tekya ricevono dagli shōgun il permesso di girare armati per gestire i mercati all’aperto e fornire protezione ai mercanti. Questa sorta di legittimazione permette ai tekya di godere di uno status sociale simile a quello dei samurai e di diffondersi in tutto il Giappone, reclutando criminali e fuggitivi in cerca di riscatto.

Un gruppo di ronin rapina la casa di un mercante – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Tempo qualche anno, le differenze fra bakuto e tekya, con i secondi che adottano anche i tipici irezumi dei primi, si assottigliano fino a dar vita alla Yakuza, bande criminali strutturate in famiglie e accomunate dallo stesso codice di condotta.

Alcuni Tekiya, venditori ambulanti, sul terreno del Santuario Shimogamo, Kyoto. Dal loro gruppo si originò in parte la Yakuza nel XVII secolo – Immagine di Japanexperterna.se condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia

Dopo secoli di dominio degli shōgun, nell’Ottocento ha inizio la restaurazione Meiji e il potere torna in mano all’imperatore. I capi della Yakuza approfittano del periodo di transizione per schierarsi dalla parte dei sovrani e ottenere sia l’immunità per le loro attività illecite sia una certa rispettabilità politica.

L’Imperatore Meiji lascia Kyoto per trasferirsi a Tokyo alla fine del 1868 – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Su tutti spicca la figura di Shimizu Jirochō, uno dei più celebri boss della Yakuza, che mette in campo tutte le sue forze per supportare la fazione pro-imperiale e guadagnarsi la nomea di eroe della patria.

Shimizu Jirocho – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Dal 1867 al primo Novecento, il Giappone si industrializza e la Yakuza sfrutta le nuove opportunità del mercato per consolidare la sua presenza sul territorio. Oltre alla prostituzione, alle intimidazioni, ai servizi di protezione e al gioco d’azzardo – i classici racket dei bakuto e dei tekya – le famiglie si infiltrano nella gestione della manodopera delle nuove infrastrutture e iniziano ad arricchirsi con attività all’apparenza legali.

Membri della Yakuza in pubblico – Immagine di stekler condivisa con licenza CC BY-SA 2.0 via Flickr

Cresce anche il consenso fra la popolazione, ma, a fine Seconda guerra mondiale, il Giappone diventa un territorio occupato dagli statunitensi. La Yakuza, allora, si pone come intermediaria fra gli enti pubblici e la gente comune, e, fra il 1946 e il 1948, riceve l’incarico di controllare i mercati locali e riscuotere le tasse dalle aziende di Tokyo.

Rappresentanti del Giappone a bordo della nave Missouri, in attesa di sottoscrivere l’atto di resa – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

All’infiltrazione nella politica fa seguito la gestione del traffico degli stupefacenti, in particolare delle metanfetamine prodotte in tempi di guerra per ridurre la stanchezza dei soldati e rendere più produttivi i lavoratori delle fabbriche. La Yakuza requisisce le scorte inutilizzate e le spaccia senza problemi fino al 1951, quando il governo impone una legge che limita il consumo delle droghe. I ’50, però, sono anche gli anni del miracolo economico giapponese e le famiglie compensano le perdite degli stupefacenti inserendosi con successo nella finanza, nell’industria cinematografica e nell’edilizia.

Logo della Kodo-kai, una delle famiglie della Yakuza – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

All’alba del 1960, la Yakuza è nel suo momento d’oro. L’intera organizzazione conta all’incirca 160.000 affiliati e la famiglia più importante è la Yamaguchi-guni, fondata a Kobe nel 1915 e guidata da Kazuo Taoka, che passerà alla storia come “il capo dei capi”.

Da sinistra verso destra: Ono Mitsuru, Taoka Kazuo e Tsuruta Koji – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Nel 1964, la polizia di Tokyo interviene per sedare alcune guerre fra bande, ma finisce per colpire soprattutto le piccole famiglie, quelle ancora legate al gioco d’azzardo e alla prostituzione. Molte realtà minori della Yakuza spariscono, perché smantellate dalle autorità, e i superstiti trovano riparo presso le grandi famiglie, che, oltre a uscire incolumi dall’evento, riescono addirittura a rafforzarsi.

Membri della Yakuza in pubblico – Immagine di Alexandre Kerbellec condivisa con licenza CC BY 2.0 via Flickr

Fra il 1984 e il 1989, la Yamaguchi-guni balza agli onori delle cronache a causa di uno scisma interno che provoca la nascita della Ichiwa-kai e una guerra senza quartiere per le strade del Kansai, una delle otto regioni del Giappone.

Logo della Yamaguci-guni, la famiglia della Yakuza più potente – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Dopo circa 300 scontri a fuoco, 27 morti e 70 feriti, la Yamaguchi-guni esce vincitrice dal conflitto, ma il governo reagisce e prende provvedimenti per far sì che un simile episodio non si ripeta. Il 15 maggio del 1991 entra in vigore la Legge per la Prevenzione delle attività illegali commessi da membri di bande criminali, anche detta legge Botaiho, che introduce il termine boryokudan, vale a dire – articolo 2, paragrafo 2 – “un’associazione i cui membri promuovono, collettivamente o arbitrariamente, un atteggiamento violento illegale”.

Un affiliato della Yakuza con il corpo ricoperto di tatuaggi – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

La Botaiho non produce i risultati sperati, perché si limita a ridimensionare alcune attività della Yakuza con pene lievi e, talvolta, inefficaci. La stessa affiliazione non è un crimine e le grandi famiglie non hanno nulla di che temere; anzi, proliferano mettendo in piedi un business mai visto prima.

Alcuni membri della Yakuza mostrano i loro tatuaggi e il loro status al festival Sanja Matsuri in Giappone, 2007 – Immagine di Elmimmo condivisa con licenza CC BY 2.0 via Wikipedia

Al posto di esercitare pressione sulle piccole aziende, la Yakuza decide di comprare parte delle azioni di una grande azienda per infiltrare i cosiddetti sōkaiya, che hanno il compito di estorcere denaro ai manager e umiliarli durante le riunioni.

Logo della Sumiyoshi-kai, una delle famiglie della Yakuza – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Nel 1994, i sōkaiya sono una piaga così diffusa che il dirigente della Fujifilm Juntaro Suzuki cerca di denunciarne l’esistenza ed esautorarli dal consiglio d’amministrazione della società, ma finisce ucciso a colpi di katana. L’omicidio convince la legislatura giapponese a emanare una nuova serie di leggi che inaspriscono le pene dei reati commessi per conto delle boryokudan e offrono maggior protezione alle vittime e ai testimoni.

Vicoli e strade di Shinjuku, un popolare ritrovo della Yakuza – Immagine di Kakidai condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia

La situazione migliora e, nel 2010, la polizia mette a segno degli arresti importanti che spianano la strada alle Bouryokudan Hai Jo Jyourei, le Ordinanze di esclusione della criminalità organizzata. Queste nuove leggi, emanate nel 2011, mirano a tagliare i rapporti fra la Yakuza e i cittadini, evitando che quest’ultimi creino o mantengano relazioni con gli affiliati. Si passa così dal concetto di “Yakuza contro la polizia” a “Yakuza contro la società” e, in una cultura come quella nipponica, dove l’onore è tutto, nessuno vuole più essere accostato alle famiglie per paura di vedersi macchiata la propria reputazione.

Un adesivo contro la mafia in Giappone – Immagine di Usignolo condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia

Con le Bouryokudan Hai Jo Jyourei, la Yakuza perde la sua grande popolarità fra i giapponesi, che, in passato, l’hanno vista come un male necessario, come un deterrente contro la criminalità individuale e disorganizzata. L’ultimo evento degno di nota risale all’agosto del 2021, con il processo a Nomura Satoru, leader della Kudo-kai e primo oyabun condannato a morte (attualmente è in appello contro la sentenza).

la Yakuza al festival Sanja Matsuri- Immagine di Jorge condivisa con licenza CC BY 2.0 via Wikipedia

Oggi, i tempi di maggior diffusione della Yakuza sono lontani e, anche se alcune bande come la Yamaguchi-guni hanno esteso i propri interessi all’infuori del Giappone, la mafia giapponese è una realtà criminale in crisi, forse destinata all’estinzione. Ma questa è una storia che ancora non possiamo raccontare…

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