Affrontare la biografia di Nicolae Ceaușescu significa fare un salto in quel passato influenzato dall’Unione Sovietica che è difficilissimo da spiegare per le tante correnti e pieghe dei diversi stati del patto di Varsavia. La vita del dittatore romeno e di sua moglie Elena finisce in modo brutale il 25 dicembre del 1989, poche settimane dopo la caduta del muro di Berlino. Anche quella esecuzione costituisce un tassello importante nella storia dei Balcani, ma se non tanto dirimente come la morte di un dittatore farebbe presupporre.

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Prima di parlare di Nicolae Ceaucescu come dittatore diamo uno sguardo alla Romania in cui si forma e cresce. Durante la guerra la Romania cambia la coalizione di appartenenza, un po’ come fa l’Italia. All’inizio era schierata con le potenze dell’asse con un governo filonazista, presieduto dal dittatore Ion Antonescu. Poi, il 23 agosto del 1944, il Re e un gruppo di democratici rovescia la dittatura e si allea con l’Unione Sovietica. 

Il partito comunista diventa quindi il principale partito romeno e acquisisce il ruolo di guida del paese. L’esercito sovietico entra nel paese e ci rimarrà per moltissimo tempo, fino al 1958. Al termine della guerra il paese entra nell’orbita della Russia comunista, con il partito che ottiene l’80% dei voti alle elezioni del 9 novembre 1946.

E come sempre accade sempre quando cade un regime e se ne instaura un altro iniziano le epurazioni. Fra il 1946 e il 1947 centinaia di funzionari civili e militari vengono processati e condannati a morte, accusati di collaborazionismo con il regime di Antonescu. Ma nel paese è ancora presente un Re, e un monarca va davvero poco d’accordo con il regime comunista e con la “Grande Madre Russia£. Michele I di Romania, nato Michele di Hohenzollern-Sigmaringen, è costretto ad abdicare il 30 dicembre del 1947, lasciando pieni poteri alla Repubblica Socialista di Romania, un cambio di passo non dettato da un referendum, come avvenuto in italia, ma in occasione di un vero e proprio colpo di stato. Anche se Michele viene obbligato ad andarsene non verrà né perseguitato né ucciso, e morirà in pace addirittura nel 2017, alla bellezza di 96 anni, dopo esser tornato in Romania acclamato come una grandissima celebrità nel 1997. Fra l’altro la vita sua e di sua moglie, Anna di Borbone-Parma è incredibilmente interessante, fatemi sapere si vi interessa una biografia completa qua sotto nei commenti.

Ma torniamo ai nostri comunisti. Il 13 Aprile 1948 viene emanata la Costituzione della Repubblica Popolare Romena, una costituzione che garantisce libertà di parola, stampa e assemblea soltanto a coloro i quali sono stati autorizzati dal governo. Sempre nel 1948 la società romena viene completamente rivoluzionata. Le terre vengono collettivizzate, così come le banche e le imprese. Nascono le SovRom, imprese sovietico rumene che consentono la produzione e l’esportazione di prodotti verso la Russia a un prezzo politico concordato.

La Romania è dilaniata dalle lotte all’interno del partito comunista. Ci sono i moscoviti, fra cui Ana Pauker e Vasile Luca che hanno trascorso a Mosca gli anni della guerra, poi i Comunisti prigionieri, fra cui Gheorghe Gheorghiu-Dej, incarcerati durante la guerra, e gli stalinisti che erano rimasti nascosti durante il regime dittatoriale nazisascista di Antonescu e sono riapparsi solo durante il nuovo governo del paese nel 1944.

Analizzare la situazione del partito comunista sarebbe troppo lungo ma possiamo dire questo: la lotta è per il potere, non è una questione di ideali. I moscoviti sono filo-sovietici, hanno a cuore l’interesse della Romania in funzione di quello della Russia, mentre i prigionieri sono più indipendentisti rispetto a loro. Il risultato è che Gheorghiu-Dej e i prigionieri hanno la meglio, mentre gli altri vengono espulsi dal partito e, in alcuni casi, addirittura torturati e condannati a morte.

Gheorghiu-Dej è l’uomo della provvidenza per il nostro Nicolae Ceaucescu. Con lui ha condiviso la prigionia nel campo di concentramento di Târgu Jiu, e quando al potere sale il partito comunista Ceaucescu è un ragazzo giovane, nel 1947 ha solo 29 anni, ma già perfettamente posizionato fra gli ingranaggi del partito, tanto che diventa immediatamente ministro dell’agricoltura.

Durante gli anni ’40 e ’50 la Romania compie alcune scelte che la differenziano dagli altri paesi del blocco sovietico. Entra a far parte del COMECON fra gli stati del blocco sovietico, (Consiglio di mutua assistenza economica), ma non accetta il programma di sviluppo dell’industria pesante. Non viene completato il progetto del canale fra il Danubio e il Mar nero, vengono aumentati i salari dei lavoratori e finisce del tutto il razionamento dei beni di prima necessità.

Nel 1955 la Romania entra ufficialmente nel Patto di Varsavia, organizzazione che si contrappone direttamente alla NATO. La Romania sperimenta poi una forma di governo di polizia, con arresti fra intellettuali, religiosi e chiunque sia sospettato di agire contro il regime comunista al governo. Nascono i campi di lavoro forzato sullo stile sovietico dei Gulag, e la prigione di Pitesti è famigerata per essere un inferno dal quale chi usciva, ed erano pochi, rimaneva devastato, sia fisicamente sia psicologicamente.

In Romania ci sono ancora le truppe sovietiche che hanno influenzato non solo il colpo di stato in favore del partito comunista a scapito del Re, ma sono in grado di cambiare le decisioni politiche del paese. Nel 1956 scoppia la rivoluzione ungherese contro il partito comunista, e la Romania aiuta l’unione sovietica nel reprimere nel sangue i moti. In cambio, grazie all’abile attività di Gheorghiu-Dej, nel 1958 le truppe sovietiche lasciano il paese dopo 14 anni, e la Romania inizia a cambiare faccia.

Ancora nel ’56 erano iniziate le purghe romene contro i dissidenti, e qualunque iniziativa di opposizione politica veniva repressa nel sangue. I campi di lavoro si riempiono di oppositori, le prigioni sono sovraccariche e le condanne a morte non si contano.

Nicolae Ceaucescu fa parte di quel governo che fa della violenza la propria cifra politica. Attraversa indenne gli anni ’50 e gli inizi anni ’60 e poi, nel 1965, diventa il capo del Partito Comunista dopo la morte di Gheorghiu-Dej. Ufficialmente muore per cancro ai polmoni, ma lo stesso Ceaucescu lo aveva indicato come uno dei leader comunisti oggetto di un attentato o di omicidio da parte degli Stati Uniti.

Ceaucescu si impone sugli altri contendenti e diventa segretario del partito Romeno dei lavoratori. Una delle prime cose che fa è dichiarare il partito non dei lavoratori ma comunista, poi cambia il nome della Repubblica Popolare Romena che diventa Socialista Romena. Nel 1967 diventa capo dello stato, e prosegue la politica del suo mentore Gheorghiu-Dej nel cercare l’autonomia dall’Unione Sovietica.

Compie alcune manovre in senso liberale dell’economia e si assicura il consenso popolare grazie alla liberazione di alcuni oppositori politici dalle carceri. In realtà elimina soltanto i propri nemici con l’accusa di essere a capo del terrore degli anni ’50, così fa la figura del presidente democratico uccidendo solo chi poteva dargli davvero fastidio. Grazie a questa strategia si forma un vero e proprio culto della personalità, che lo fa acclamare in lungo e in largo nello stato.

Ma la Romania è sempre uno stato comunista, dove ogni forma di dissenso viene soffocata da una onnipresente polizia politica, la Securitate. Il paese si muove a grandi passi verso l’industrializzazione, le campagne si svuotano dai contadini che vanno a fare gli operai in città. I romeni però non sono gli inglesi dell’800, e forse anche una mentalità agreste impedisce una rivoluzione industriale completa. I contadini fanno la spola fra le loro case in campagna e l’industria in città. Ceaucescu sa che per mantenersi al passo con le altre nazioni europee non può sottostare al modello di stato satellite dell’unione Sovietica, e punta tutto sull’industrializzazione, sull’aumento dei salari, sulla creazione di scuole e università anche nei luoghi più remoti del paese.

Si potrebbe pensare che Ceaucescu sia un benefattore, un modernizzatore che ha migliorato le condizioni del suo paese, ma purtroppo non è così. Le politiche dissennate del regime portano la popolazione romena alla fame. Non si contano le persone che scappano in cerca di un futuro migliore all’estero e che costituiscono anche una grande comunità qui, in Italia. Nel 1971, dopo una visita in Corea del Nord e in Cina, Ceaucescu mette in atto la propria rivoluzione culturale, come quella di Mao, che non provoca una carestia da 50 milioni di morti come per i cinesi ma riduce alla fame milioni di romeni. Vengono messi al bando i libri non graditi al regime, viene potenziata la Securitate, viene chiesto ai giovani lavorino per il paese in un’ottica patriottica, si promuove il carattere militante delle opere artistiche e l’istruzione viene trasformata in una di tipo ideologico. Ma tutto questo, grazie al completo controllo della stampa e della censura, viene descritto in tono positivo, senza parlare degli oppositori internati, dei condannati a morte o dei tantissimi che affollano le strade di Bucharest senza una fissa dimora.

A proposito. La politica sociale di Ceaucescu impedisce alle donne di abortire, e quindi una massa di bambini che non possono essere gestiti dagli adulti vengono abbandonati per strada, a morire di freddo e fame per le vie della città. E’ in quel periodo che i canali sotterranei di Bucharest, voluti da Ceaucescu, diventano al casa di centinaia di migliaia di piccoli figli di nessuno, bambini delle fogne che tentano di ripararsi dal gelo della città che, in inverno, raggiunge anche i -30°C. Il problema è stato talmente gigantesco che, ancor oggi nel 2024, ci sono moltissime persone che vivono in quei canali sotterranei, in una situazione di degrado fisico e intellettivo forse senza paragoni in Europa.

Ma di quei “topi” di fogna sfortunati Ceaucescu non si occupa. Lui è impegnato a celebrare la grandezza della Romania, e attua tutte quelle politiche necessarie a mantenere il proprio potere. La moglie Elena, che è praticamente analfabeta, diventa la sua versione al femminile, dittatore spietata tanto quanto il marito. Si conferisce da sola dei titoli accademici e tira su i tre figli nel lusso e nello sfarzo, mentre la gente per strada muore di fame.

A proposito di figli. Nicu Ceaucescu, che era designato come l’erede di Nicolae, è un dittatore in miniatura e ha storie d’amore con tantissime donne che non possono opporsi alle sue richieste. Fra le tante c’è anche la famosissima atleta bambina Nadia Comaneci. Per capire il potere che Ceaucescu aveva come dittatore basti pensare che quando lui le chiede di uscire lei non può rifiutarsi. Ha solo 14 anni e da questa esperienza rimarrà scioccata, per tutta la vita.

In politica estera Nicolae Ceaușescu attrae la stima dei governi di sinistra europei non partecipando all’invasione della Cecoslovacchia voluta dall’Unione Sovietica, e in quel momento pone la Romania in uno stato di paese anticonformista rispetto agli altri del Patto di Varsavia, gettando le basi per la sua adesione alla NATO nel 2004.

Riguardo la primavera di Praga le sue affermazioni ci fanno capire quanto possa essersi messo di traverso rispetto alla Russia:

“L’intervento armato in Cecoslovacchia è un grosso errore ed un grave pericolo per la pace in Europa e per il socialismo nel mondo.

È difficile concepire che uno Stato socialista possa violare la libertà e la sovranità di un’altra nazione socialista.

I comunisti romeni contribuiranno alla creazione delle condizioni atte a rendere possibile la soluzione della crisi cecoslovacca e rendere capace la Cecoslovacchia di decidere da sola del suo destino.”

La Romania partecipa alle Olimpiadi nel 1984, al contrario degli altri paesi del blocco sovietico, e molto prima, nel 1967, il dittatore prende una posizione in netto contrasto con l’Unione Sovietica e appoggia Israele:

«Noi non possiamo essere d’accordo con quei circoli che vogliono la liquidazione d’Israele. La storia dimostra che nessun popolo può coronare le sue aspirazioni nazionali e sociali attraverso il sacrificio di un’altra nazione.».

Poi ancora: la Romania è il primo del blocco sovietico a prendere contatti con i paesi della comunità europea per scambi commerciali. Insomma Ceaucescu mantiene un’impostazione comunista dello stato, ma in politica estera si avvicina sempre di più all’Occidente.

Se fra gli anni ’60 e ’70 le sue riforme consentono alcuni miglioramenti delle condizioni di vita delle persone, con la sanità e l’istruzione gratuita per tutti, negli anni ’80 si compie un disastro economico e sociale forse unico nella storia contemporanea. Le potenze occidentali avevano finanziato le politiche romene con prestiti ingenti, debiti che la Romania faceva un’enorme fatica a ripagare. I programmi di sviluppo economico non avevano funzionato, il PIL romeno si manteneva stabile ma gli interessi sul debito pubblico correvano, e in qualche modo andavano ripagati. All’inizio degli anni ’80 Ceaucescu compie due mosse azzardate che ne decreteranno la fine.

La prima è sul piano economico. Il dittatore non vuole sentirsi ostaggio di nessuno, né a Oriente né a Occidente, e decide di imporre alla popolazione il razionamento delle risorse per ripagare i debiti contratti con l’estero. La produzione agricola e industriale viene esportata, la difesa viene tagliata, le forniture per i riscaldamenti vengono ridotte al minimo e in casa si possono tenere al massimo 13°C. In ultimo persino il cibo diventa un bene prezioso, razionato nel nome della vendita all’estero per ripagare il debito.

Ma c’è un motivo in più per cui la Romania ha un enorme bisogno di soldi. Ceaucescu cerca un monumento che celebri il suo potere, la sua grandezza come condottiero, Conducatòr, della Romania. L’occasione la fornisce un evento catastrofico, drammatico per distruzione e numero di morti: il Terremoto di Vrancea del 1977. Il sisma provoca 1570 vittime circa, oltre ai diseredati senzatetto che non si sa che fine facciano, e provoca la distruzione di moltissimi edifici cittadini.

Ceaucescu decide di costruire così il palazzo più imponente della storia, un edificio che celebri la grandezza sua e di tutta la Romania. Oggi si chiama ufficialmente il Palazzo del Parlamento, ma all’epoca e ancor oggi tutti lo chiamano il Palazzo del Popolo. E’ una costruzione ciclopica, il secondo palazzo più grande al mondo dopo il Pentagono. Misura qualcosa come 350.000 metri quadrati e ha un valore che oscilla fra i 3 e i 4 miliardi di euro. Per costruire il palazzo è necessario estrarre un milioni di metri cubi di marmo dalla Transilvania, utilizzare 3.500 tonnellate di cristalli, 700.000 tonnellate di acciaio e bronzo, quasi un milioni di metri cubi per il parquet e poi un numero indefinito di arredi preziosi, ori, tappeti, tende di velluto e broccato.  Vista con Google Earth può non risultare tanto imponente, ma basti pensare che all’interno ci sono 40 saloni che misurano oltre 600 metri quadrati.

Insomma è il progetto di consacrazione definitiva di Ceaucescu, che per la sua costruzione indebita ancora di più la Romania, e costringe la popolazione a una carestia sia alimentare sia di risorse che porteranno a una protesta che non riuscirà a reprimere.

Ceaucescu era riuscito nel suo intento di ripagare il debito nell’estate del 1989. Chissà, forse la situazione economica e sociale della Romania sarebbe andata migliorando, oppure avrebbe impiegato le risorse della nazione per altri progetti folli in grado di prosciugare le casse dello stato. Quando cade un dittatore fa sempre molto rumore, ma nel caso dell’ultimo stalinista non ci fu un boato tanto fragoroso.

Il presidente nel novembre del 1989 ha 71 anni e viene rieletto segretario del partito comunista. A Timisoara cresce una manifestazione di dissenso a causa della persecuzione e del tentativo di espulsione di László Tőkés, un pastore calvinista ungherese, molto celebre all’epoca. Attorno a casa sua si radunano studenti e manifestanti, che nel corso dei giorni protestano non più contro le disposizioni contro il sacerdote ma contro la povertà imposta dal governo ai cittadini romeni.

La Securitate romena spara sui manifestanti il 17 dicembre del 1989, ma la protesta non si placa e Ceaucescu prende sotto gamba la cosa, andando a fare visita all’Iran e lasciando il compito di reprimere le manifestazioni alla moglie Elena e ai dirigenti di partito. Quando torna, il 20 dicembre, è già troppo tardi.

Nel descrivere la rivoluzione di Timisoara dice: “Gli eventi di Timisoara sono molto gravi. Le unità militari sono state costrette a intervenire per difendere l’ordine e le istituzioni. In un primo momento i reparti militari attaccati hanno sparato colpi di avvertimento contro raggruppamenti fascisti e antinazionali. In seguito hanno difeso l’ordine, le istituzioni e i beni della città.”

Ceaucescu è vittima della sua stessa censura, che non gli consente di essere informato in anticipo dei moti di Timisoara, che scopre solo alla radio Voice of America e Free Europe. Il 21 dicembre tiene un comizio in quella che oggi è piazza della Rivoluzione, ma la folla rumoreggia e a un certo punto si ribella contro l’apparato di sicurezza. Ceaucescu è costretto a fuggire, si rifugia nel palazzo presidenziale insieme alla moglie e comanda l’esercito affinché tutto venga represso nel sangue.

Vengono arrestate centinaia di persone, moltissime vengono uccise e si entra in un clima di vera e propria caccia all’uomo. Tutti vogliono Nicolae, Ceaucescu è il nemico della piazza.

Quando la manifestazione sotto al palazzo diventa impossibile da contenere il presidente e la moglie fuggono in elicottero dal tetto, sperando di trovare riparo presso una delle dimore di campagna, con l’intento di riorganizzare una difesa efficace contro i rivoltosi. Ma l’elicottero non fa molta strada. Dopo 45 minuti di volo atterra in aperta campagna, e i membri della Securitate abbandonano la coppia presidenziale al suo destino. Elena e Nicolae vagano senza meta, fino a quando vengono catturati da alcuni soldati e consegnati all’esercito.

Il 25 dicembre vengono entrambi condannati a morte dopo soli 55 minuti di camera di consiglio, con l’accusa di genocidio per la strage di Timisoara, oltre che aver accumulato ricchezze a scapito della popolazione e aver condotto sul lastrico il paese.

Ceaucescu aveva tentato di difendersi dalle accuse, ma con poca efficace. A processo dice:

“Non riconosco nessun tribunale, riconosco soltanto la grande Assemblea Nazionale. Questo è un colpo di Stato.

Non si è sparato sulla folla dal Palazzo, non è stato ucciso nessuno.

Di fronte a questo colpo di Stato, non risponderò. Siete voi che avete fatto venire dei mercenari.

Io sono il presidente della Romania e il comandante supremo dell’esercito. Non voglio niente, sono un semplice cittadino.

Nei villaggi non c’è mai stata tanta ricchezza come oggi. Ho costruito ospedali, scuole, nessun Paese al mondo ha cose del genere.”

Ma tutte queste dichiarazioni sono inutili. Ceaucescu è il passato e va estirpato come l’erba cattiva.

Alle 14:45 Nicolae Ceaușescu ed Elena Ceaușescu vengono giustiziati da un plotone di paracadutisti, uccisi con circa centro colpi di Kalashnikov. Prima di morire Nicolae canta l’Internazionale, e dichiara che la storia avrà un buon giudizio su di lui, mentre Elena si limita a mandare tutti all’inferno. I militari tentano di riprendere con una telecamera l’esecuzione ma non riescono, e i corpi vengono solo fotografati.

Fra le tante irregolarità del processo ce ne sono alcune che lo rendono praticamente paradossale. La legge romena proibiva l’esecuzione di una condanna a morte a meno di dieci giorni dopo la sentenza, e dopo la fucilazione dei Ceaușescu la Romania abolì la pena capitale. Non ci furono indagini prima del procedimento, non fu permesso ai Ceaucescu di scegliere i propri avvocati e una delle accuse principali, il possesso di un miliardo di dollari in conti esteri, non solo non fu provata ma non fu mai possibile scoprire dove fosse questo danaro, probabilmente soltanto un’illazione senza fondo.

Insomma più che di processo sarebbe corretto parlare di un’esecuzione sommaria nell’ambito di un colpo di stato.

Con Ceaucescu cade il dittatore ma il regime di potere non crolla, perché lo prendono delle persone che erano vicine al suo stesso circolo. Fra l’altro la caduta del regime romeno è ammantata da una serie di teorie che vedono moltissimi complotti dietro l’uccisione del leader. Sicuramente la protesta fu coadiuvata da militari in combutta con politici locali, ma potrebbe anche esser stata eterodiretta dal KGB o da altre forze straniere. Ma questa è un’inchiesta meriterebbe un video a parte.

Il clima di sospetto dell’epoca lo riassume bene Ceaucescu stesso: 

“Dalle informazioni raccolte sino a questo momento possiamo dichiarare con piena certezza che queste azioni di carattere terroristico sono state organizzate e lanciate in stretta collaborazione con circoli reazionari, imperialisti, irredentisti, sciovinisti e con diversi servizi segreti stranieri.”

A quali si riferisse non è dato sapersi, ma il sospetto che dietro tutto ci fosse il KGB è molto più che concreto.

Nicolae Ceaușescu è stato un leader brutale, che ha mantenuto il controllo della Romania grazie alla polizia politica e all’esercito, reprimendo nel sangue o con arresti qualunque tipo di protesta. Bisogna dire che è stato un capo partito anche amato da una parte del popolo romeno, portando avanti alcune istanze di modernizzazione che hanno avuto un ruolo significativo. Oggi viene ricordato positivamente dalla maggioranza dei romeni, nostalgici di quel regime comunista autoritario in cui si identificavano come gruppo, come nazione contro le altre potenze vicine. E’ sempre così, anche in Italia qualcuno “ha fatto anche cose buone”, è la solita retorica della nostalgia per un passato che non esiste più, diverso e quindi più affascinante rispetto alla realtà della contemporaneità.

Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine.
Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...

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