La Crociata Càtara portò alla nascita dell’Inquisizione e al Francese Moderno

I càtari, detti anche “albigesi” (dal nome degli abitanti della città occitana di Albi), erano una comunità medievale di credo cristiano. Riconosciuti come movimento eretico dalla Chiesa Cattolica in nove concili tra il 1022 e il 1179, la maggioranza si trovava in Occitania, nel sud della Francia, specie in Linguadoca e nei Midi Pirenei.

A livello culturale, la lingua d’oc locale era nel pieno della sua fioritura letteraria, e si contrapponeva alla lingua d’oïl diffusa nel nord della Francia. A livello religioso, invece, il cattolicesimo era ovunque, ma nel sud erano diffusi ampiamente anche i càtari: la loro presenza, all’inizio del 1.200, portò all’inasprimento dei rapporti tra la contea di Tolosa e la Corona di Parigi, alleata con la Santa Sede di Roma. Il clima, in sostanziale equilibrio negli ultimi decenni del 1100, sfociò in una sanguinosa guerra ventennale tra il 1209 e il 1229: fu la prima crociata della storia combattuta tra due fazioni europee di provenienza cristiana, e la persecuzione cattolica nei confronti dei càtari portò, nel corso dei successivi decenni, alla cancellazione totale di questa confessione.

La Crociata Albigese

Quella crociata non si limitava al solo odio verso gli albigesi ma le dinamiche geopolitiche giocarono un ruolo determinante nell’area, specie in Linguadoca e Midi Pirenei. La Santa Sede vedeva, in quel sud francese, una minaccia alla stessa identità cristiana: a Roma il timore di una possibile invasione musulmana dalla Spagna era elevato, e ciò spinse Papa Innocenzo III ad un intervento massiccio giustificando, attraverso l’eresia, l’attacco ai càtari. In caso di conquista, l’area sarebbe andata alla Corona Franca, assicurandosi così da Parigi ogni forma di cattolicità e un avamposto più sicuro in caso di assalto iberico. La Francia, dal canto suo, vedeva nell’Occitania un motivo di spazio vitale agricolo e commerciale: il clima soleggiato d’influenza mediterranea, accompagnato dalle regolari precipitazioni atlantiche e dall’ulteriore grande abbondanza d’acqua proveniente dai Pirenei, avrebbe garantito al nord un’efficace garanzia per le coltivazioni. Da lì, Parigi si sarebbe assicurata inoltre i porti più strategici del Mediterraneo occidentale.

Papa Innocenzo III

Chi erano i càtari?

Il movimento traeva origine dai Balcani e i primi, in Francia, ad aderire ai suoi dogmi erano i tessitori della lana nel X secolo. Col tempo, crescendo, giunse alla fondazione di una propria istituzione ecclesiastica, e i proseliti avvenivano tra i ceti più poveri: nei propri messaggi si denunciava la mancanza di umiltà del clero romano, che dimenticava la povertà di Cristo e la purezza del Cristianesimo delle origini. Per i càtari la corruzione clericale divenne il principale motivo di avversione al cattolicesimo, ma coloro che furono favorite ad abbracciare questa nuova fede erano le donne: era l’occasione per evadere dai tradizionali canoni sociali cattolici di stampo patriarcale.

I càtari, infatti, sostenevano la parità di genere

La nuova dottrina si incentrava sul dualismo: l’opposizione netta tra luce e tenebra, bene e male, materia e spirito. Per un càtaro, il corpo dell’essere umano era materia e quindi opera di Lucifero in quanto mezzo corruttibile e peccaminoso. L’anima, come spirito, apparteneva invece a Dio. Il corpo terreno e l’anima celeste, dunque, erano agli antipodi: il primo era schiavo del materialismo economico e del peccato carnale; la seconda, era il collante per la salvezza eterna. In Cristo si vedeva una figura divina ma, a differenza del credo cattolico, Gesù scese sulla Terra inviato da Dio come angelo dalle sembianze umane. Il suo compito era quello di condurre sulla retta via l’uomo, che fin lì viveva senza Dio nel totale caos.

In quanto corrotta e materialista, la Chiesa Cattolica era dunque al servizio di Satana

Papa Innocenzo III scomunica gli Albigesi (a sinistra). I crociati massacrano gli Albigesi (a destra).

Ciò che caratterizzò la vita di un albigese, dato il rifiuto di ogni bene materiale, era l’estremo rigore. In primis le letture delle sacre scritture avvenivano spesso in lingua d’oc, in sostituzione al latino cattolico, e l’eucarestia era bandita in quanto troppo esposta all’uso di beni materiali.

Poi il consumo alimentare della carne era vietato: come l’essere umano, anche l’animale riproduttore era visto come il creato di Satana e questo, di conseguenza, portava al divieto dei suoi derivati, come il latte e le uova. L’unica eccezione riguardava il pesce: non era ancora noto, allora, il processo di nascita in acqua. Tra i riti religiosi, invece, il battesimo si differenziò completamente da quello cattolico: doveva avvenire con l’uso esclusivo delle mani, poiché anche l’acqua non venne ammessa come tipo di elemento rituale. La vittoria del bene contro il male avveniva solo con la morte: in quel momento, l’anima come prodotto divino si staccava dal corpo terreno creato da Satana. Tutto questo, comunque, non favoriva l’omicidio: anche in caso di estrema sofferenza, era compito di Dio lottare contro Satana per vincere.

Tutti questi dettami favorirono, tra le comunità, non poche tragedie: non mancavano, per velocizzare il distacco dell’anima dal corpo, i casi di suicidio o di morte per fame.

Infine, la visione dei rapporti sessuali andava oltre quella cattolica: mentre per la Chiesa romana il matrimonio permetteva il rapporto carnale ai fini riproduttivi, gli albigesi ne vietavano completamente il rito. Da qui nasceva il dualismo letterario tipico dei trovatori albigesi tra l’amor carnale e l’amor platonico: un poeta lodava in tutte le sue forme la bellezza femminile ma, in quanto materia, non doveva cedere alla tentazione di stampo satanico.

La domanda sorge spontanea: come potevano, i càtari, riprodursi? La struttura gerarchica degli albigesi si divideva in due gruppi: i Buoni, categoria composta dalla maggior parte dei credenti e i Perfetti, i càtari più radicali, compresi i vescovi e i diaconi nominati nelle proprie “diocesi”.

I primi erano i più moderati ed erano esenti da alcune norme, potendo quindi praticare i rapporti sessuali a fini procreativi. I secondi, invece, erano i più radicali e non godevano di alcuna deroga: in questo gruppo si rinunciava persino alla proprietà e, quando i mezzi per vivere non erano sufficienti, si ricorreva all’elemosina.

Nonostante l’estrema intransigenza, la società occitana divenne, per l’epoca medievale media, ampiamente progressista: gli albigesi non erano il totale della popolazione interna e convivevano pacificamente accanto ai cattolici. Giovava, alla regione, la sua posizione di frontiera verso il nord latino e il sud arabo: il suo stile letterario, per esempio, era frutto di una precedente influenza, divenuta col tempo ibrida, tra gli scritti andalusi e quelli prodotti nei monasteri settentrionali.

Data la parità di genere presente tra gli albigesi, nelle diverse comunità rurali lungo il fiume Garonna non esisteva distinguo tra uomo e donna. Come un commerciante o un operaio, anche le donne potevano accedere alle corti dei trovatori e istruirsi, entrando in contatto con la poesia lirica in lingua d’oc: trobairitz era il femminile, in occitano, di trobador.

Oltre all’eresia dei càtari, l’emancipazione femminile locale divenne un motivo in più, da Roma, per combattere contro una società che appariva, agli occhi del papa, laica e secolarizzata in antitesi a quella teocratica e clericalizzata del proprio territorio: all’inizio l’intervento armato da parte della Santa Sede non fu preso in considerazione, e il papa tentò la mediazione inviando i suoi missionari.

Nel 1198 salì al pontificato papa Innocenzo III e ordinò ai frati di conoscere meglio, sul luogo, la situazione. Voleva un dialogo persuasivo verso i convertiti: il viaggio, però, per il corpo diplomatico papale divenne inutile. Nelle relazioni venne riportata l’impossibilità di comunicare coi nobili locali: “non portavano, né loro né la gente comune, alcun rispetto per la Chiesa di Roma”. Il caso divenne politico: gli albigesi non erano soli, ma godevano della difesa dei nobili e dei conti occitani, tra cui il più importante di tutta la regione, Raimondo VI di Tolosa.

Questi, dinanzi alle pressioni vaticane, non si arrendeva nel disconoscere gli eretici: il papa si rivolse al Re di Francia Filippo II, ma venne confermata, ancora una volta, la via diplomatica. Nel 1207 Innocenzo III si affidò così al frate spagnolo Domenico di Guzmán, il quale propose un proprio programma che si avvicinasse, almeno parzialmente, allo stile di vita degli albigesi: era impossibile convincerli a parole? Ci si poteva basare allora su una vita cattolica dedita alla predicazione, alla carità e all’umiltà. L’attività di Domenico portò, dopo il riconoscimento ufficiale di papa Onorio III tra il dicembre 1216 e il gennaio 1217, alla fondazione in Linguadoca dell’Ordine dei frati predicatori: in poche parole, i domenicani.

Dipinto di Pedro Berruguete del XV secolo in cui è rappresentata la storia di San Domenico e gli Albigesi; i testi di ciascuno vengono gettati nel fuoco, ma solo quelli di San Domenico si dimostrano miracolosamente resistenti alle fiamme.

Le parole e gli stili di vita assimilatori, però, non bastavano. Pietro di Castelnau, legato papale di stanza in diverse città occitane, fondò nel frattempo la Lega di pace, alla quale aderirono diversi conti e vescovi ma non il massimo uomo di potere d’Occitania, Raimondo VI di Tolosa, e fu per questo scomunicato ufficialmente il 29 maggio 1207.

Pietro di Castelnau venne ucciso, da colpi di spada, il 14 gennaio 1208 ad Arles: l’accusa ricadde su Raimondo e l’evento fu il pretesto per ordinare la Crociata.

Venne velocemente composto, attraverso la deroga dell’indulgenza e la promessa del paradiso, un esercito composto da circa 10.000 uomini provenienti dalla Francia del nord, con una minoranza di volontari inglesi: il comandante ufficiale divenne l’abate e legato papale Arnaud Amaury, colui che incolpò Raimondo VI della morte di Pietro.

Assedio di Avignone

La partenza verso la guerra santa avvenne da Lione nella tarda primavera del 1209. Passata Montpellier, venne eretto il campo militare presso Béziers, primo obiettivo crociato. La città, difesa dalle mura, vide però la fuga del suo sacerdote Reginaldo di Montpeyroux, dopo i falliti tentativi di negoziazione: gli fu ordinata la consegna immediata degli abitanti perfetti, ma l’elevato sostegno popolare di cui godevano gli albigesi più radicali non glielo consentì. Una volta ordinato, ai cattolici, di evacuare Béziers, questi rifiutarono: non volevano abbandonare le proprie case. In 4 giorni, dal 22 luglio al 26, venne saccheggiata e distrutta la cattedrale, la città rasa al suolo e i soldati compirono un vero e proprio massacro tra i civili. Dalle cronache di un monaco crociato, Pietro di Vaux de Cernay, furono uccise 7000 persone tra albigesi, ebrei e cattolici. Secondo Amaury, 20.000. Nel dubbio del distinguo tra i diversi credi, diventò leggendaria la frase pronunciata ai suoi soldati dallo stesso Amaury:

Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi

La strage degli Albigesi, cronaca di Saint-Denis, XIV secolo, Londra, British Library.

Le cronache provenienti da Béziers allarmarono Narbona, che si arrese prima dell’arrivo dell’esercito. Fu il turno, poi, di Carcassonne: la città era popolata allora da circa 4 mila persone, poteva contare sulle sue mura ma il sovraffollamento dei rifugiati in fuga da est limitò lo spazio interno, rischiando di rendere critiche e pericolose le condizioni igieniche. In 15 giorni, dal 1° al 15 agosto, Carcassonne capitolò: il suo visconte, Raimond-Roger Trencavel, si offrì prigioniero di guerra in cambio della salvezza degli abitanti. Rinchiuso in prigione da Amaury, morì incarcerato durante l’autunno. Dagli scritti di Pietro di Vaux, il massacro questa volta fu evitato ma gli abitanti fuggirono nudi dalla città.

I Catari vengono espulsi da Carcassonne nel 1209

Avanzando verso il sud e l’ovest, caddero nel frattempo diversi centri della Linguadoca e dei Midi Pirenei, con le truppe che colpivano i pozzi d’acqua. L’obiettivo, ormai, era uno solo: conquistare Tolosa e arrestare Raimondo VI. Questo, sin dalla sua scomunica, cercava vanamente di convincere i cattolici filo papali del suo pentimento, in quanto avverso alla guerra, ma ogni richiesta veniva respinta. I crociati, nella loro avanzata, giunsero all’accerchiamento di Tolosa, chiedendo la consegna dei perfetti e risparmiando i buoni e i cattolici. Raimondo rifiutò e nel 1212 Tolosa venne attaccata.

Il conte di Tolosa, tuttavia, non si arrese d’immediato: oltre i Pirenei, viveva il cognato Pietro II, Re di Aragona. Forte della recente e vittoriosa battaglia di Las Navas del 17 luglio 1212 vicino a Jaén, Andalusia, contro l’esercito almohadi berbero-arabo, gli aragonesi cristiani potevano essere il rinforzo decisivo per la resistenza di Raimondo: Pietro accettò ma si rese ben presto conto della brutale forza avversaria. Con abile mossa diplomatica, chiese a Innocenzo III la fine della guerra, col pretesto di concentrare tutte le forze crociate in Terra Santa. Il papa rimproverò Amaury della furia con cui operava in Occitania e rimosse ai suoi uomini le indulgenze. Venne quindi convocato un concilio a Lavaur, nei pressi di Narbona: Pietro chiese ad Amaury la restituzione delle terre strappate a Raimondo, il quale avrebbe garantito in cambio il suo pentimento. Amaury rifiutò.

Fu così, dunque, che il 12 settembre 1213, presso Muret (vicino a Tolosa), Raimondo e Pietro affrontarono i crociati di Filippo II di Francia e Simone IV di Montfort: gli occitani e gli aragonesi, come previsto, nulla poterono dinanzi alla forza francese. Pietro d’Aragona, il 14 settembre, morì in battaglia e la sconfitta di Raimondo segnò il primo passo verso la decadenza càtara. I sopravvissuti aragonesi, albigesi e cattolici poterono riparare in sicurezza verso la Spagna, scortati dai potenti conti di Foix (loro alleati in battaglia) attraverso il più alto valico dei Pirenei, il passo Port d’Envalira, ad Andorra.

La Battaglia di Muret da una miniatura del XIV secolo

Tolosa venne infine occupata nel 1215. Raimondo VI finì in esilio in Inghilterra, salvo tornare nel 1216 per fomentare una resistenza che perdurerà, inutilmente, fino all’ultimo assedio del capoluogo nel 1228. Le morti dei principali attori politici della guerra portarono verso la fine ufficiale del conflitto: nel 1222, morì Raimondo VI, il quale passò il testimone al figlio Raimondo VII. Nel 1223, toccò a Filippo II di Francia, sostituito in seguito da Luigi VIII, il quale si spense dopo appena quattro anni di regno. Fu il figlio Luigi IX, detto Il Santo, poi, a raccogliere il testimone nel 1226, appena dodicenne. Data la giovane età, la madre Bianca di Castiglia ne esercitò la reggenza e riuscì a porre fine al ventennale conflitto, ufficialmente, col Trattato di Meaux, Parigi, il 12 aprile 1229: la Contea di Tolosa e il Marchesato di Provenza rimasero a Raimondo VII, gli altri territori divennero francesi. Per costruire i nuovi equilibri, Parigi e Tolosa trovarono il compromesso storico: Alfonso di Poitiers, fratello di Luigi IX, sposò nel 1237 (o 1241) Giovanna di Tolosa, figlia di Raimondo VII. Dal matrimonio, non nascerà alcun figlio.

Se a livello politico la guerra religiosa dedita al massacro e ai roghi si concluse nel 1229, le scorribande contro gli avamposti albigesi in Linguadoca e Midi Pirenei non terminarono: la caccia al càtaro proseguì e Papa Gregorio IX autorizzò la creazione dell’Inquisizione nel 1234, finanziata dalla Corona francese e nella quale anche i domenicani presero spesso parte alle operazioni. Le pene prevedevano, nei casi di “grazia”, una croce gialla da apporre sulla veste. Nei casi peggiori, l’albigese si trovava costretto alla flagellazione e alla tortura. Se non mostrava segni di pentimento la condanna prevedeva la reclusione e, in tal caso, il destino del prigioniero era quindi segnato: la morte, lenta e atroce, nel fuoco.

A volte, comunque, un càtaro destinato al rogo poteva salvarsi in extremis arruolandosi: in caso di bisogno (la Crociata Albigese provocò, alla Chiesa, una crisi numerica di soldati) il Papa poteva arruolare anche gli albigesi per combattere, da crociati, in Terra Santa contro i musulmani. Era l’unico momento “umano”, nel mezzo della violenza, tra un legato papale e un albigese.

L’ultima fortezza càtara a cadere fu Montségur nel 1244 e finirono prigionieri oltre 200 perfetti. Umiliati e ammassati, bruciarono vivi in un’unica pira nei pressi del castello.

Monumento in memoria dei duecento catari bruciati durante l’assedio di Montségur (16 marzo 1244). Fotografia di Yeza condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia

Da quel momento, il catarismo si praticava solo in clandestinità e, nel corso dei decenni successivi, andò verso la totale estinzione. Il rogo, invece, da lì ai secoli a venire divenne una pratica molto diffusa in Europa.

A quali conseguenze portò la Crociata degli Albigesi?

L’evento segnò la nascita nel 1234 del Tribunale dell’inquisizione, potenziò la storica amicizia in chiave cattolica tra la Francia e la Santa Sede, causò la scomparsa dei Trovatori e condannò alla decadenza culturale l’Occitania, la cui lingua d’oc finì, col tempo, per essere soppiantata nelle istituzioni dalla lingua d’oïl, la madre dell’odierno francese standard.

La lingua occitana, ai giorni nostri, è comunque sopravvissuta: è parlata da oltre tre milioni di persone, tra cui in alcune valli piemontesi e a Guardia Piemontese (Cosenza). Mentre in Italia l’occitano è tutelato e riconosciuto come minoranza linguistica, in Francia non gode della sua ufficialità e da anni la popolazione di madrelingua ne richiede il riconoscimento. Studiata nelle scuole regionali, lo scorso 17 febbraio 2022 migliaia di persone sono scese in piazza a Tolosa contro l’abolizione della lingua occitana nella scuola pubblica.


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