Viene tradizionalmente attribuita a uno dei massimi pittori del ‘900 italiano, Renato Guttuso, che l’avrebbe pronunciata sul letto di morte assistendo alle prime schermaglie del successivo conflitto giudiziario che avrebbe opposto non solo in tribunale ma pure sui mass media tutti i suoi eredi, veri o presunti, la frase per cui “In questo c**** di Paese non si può nemmeno morire”: che, utilizzando per una volta a proposito un linguaggio da trivio, esprime alla perfezione un grado di esasperazione perfettamente comprensibile alla luce di tutti gli avvenimenti sia precedenti sia successivi.

Non sappiamo se, molto tempo prima, anche il sommo Dante Alighieri abbia mai detto qualcosa del genere (sarebbero stati comunque nelle sue corde, sia il concetto, sia il linguaggio), ma è certo che nessuno può mettere in dubbio la frase di un ignoto studioso (riportata da Cesare Marchi nel suo “Dante in esilio”) per il quale “Dante patì in vita i fiorentini e in morte i dantisti”: i primi che lo condannarono a morte e lo esiliarono e i secondi che, in mancanza di notizie certe su molte circostanze della sua vita, la romanzarono in tutti i modi, al punto tale che oggi è difficilissimo, per chi non sia un esperto della materia, distinguere la realtà dalle invenzioni.

Il fatto che tale destino sia toccato al Sommo Poeta non dipende soltanto dalla lunga distanza temporale che ci separa da lui. Altrettanta sorte è toccata infatti anche a Giacomo Leopardi, dal quale ci separano solo due secoli e sul quale dovremmo disporre di fonti molto più fitte e precise. Il fatto è che Leopardi, come tutti gli intellettuali di una certa complessità, tende a essere sfuggente, inclassificabile secondo le tipiche tassonomie accademiche (quelle per le quali un autore si fa risalire a questa o quella corrente culturale del suo tempo e viene interpretato sotto questa luce) e di conseguenza rivendicabile, più o meno in modo superficiale o addirittura in malafede, da chiunque abbia bisogno di una figura illustre per portare acqua al proprio mulino.

Giacomo Leopardi (1798-1837) nel celebre ritratto di S.. Ferrazzi

Soprattutto nel XIX secolo, mentre le edizioni delle sue opere si diffondevano e la sua fama cresceva a dismisura non solo in Italia, ma nell’intero Occidente, Leopardi si ritrovò oggetto di ogni sorta di interpretazioni in questa o in quella chiave, interpretazioni per lo più strumentali e basate spesso e volentieri sulla pura invenzione. A questo caravanserraglio di giudizi avventati e contraddittori, ma ancora ampiamente diffusi, è dedicato l’interessantissimo saggio “Storie di casa Leopardi”, pubblicato nel 1986 dallo scrittore livornese Mario Picchi (1927-96), un intellettuale oggi ingiustamente dimenticato, autore anche di eccellenti traduzioni dal Francese (Hugo, Maupassant).

 

Dalle pagine di Picchi, apprendiamo che a questa situazione contribuirono anche le circostanze della sua prematura e imprevedibile scomparsa. Com’è noto, dopo aver provato in tutti i modi a emanciparsi dalla oppressiva tutela dell’ingombrante padre, il conte Monaldo, Leopardi era riuscito finalmente ad allontanarsi da Recanati e a “farsi una sua vita” a Napoli, dove conviveva dal 1830 con un amico (un po’ intellettuale e un po’ avventuriero, più avventuriero che intellettuale), Antonio Ranieri e la di lui sorella, Paolina. Sulla natura del rapporto che legò Ranieri e Leopardi sono scorsi, inevitabilmente, fiumi di inchiostro. Non pochi hanno creduto di identificare in esso una relazione omosessuale, con la pia sorella, ignara di tutto, a fare da chaperon. Altri hanno ipotizzato (forse più ragionevolmente) che Ranieri abbia sempre coltivato il progetto di far sposare Paolina all’amico, in modo che, alla dipartita di questo (che era pur sempre erede di una vasta fortuna, che i suoi bigotti genitori avevano amministrato con una tirchieria leggendaria, specie la madre), essa potesse divenirne a sua volta erede, a tutto vantaggio del fratello al quale era unita da una assoluta dipendenza psicologica.

Antonio Ranieri, tra gli anni ’40 e ’60

Purtroppo per loro, Leopardi premorì al padre e, in ogni caso, il disegno di sposare la pia Paolina, se ci fu, non ebbe la possibilità di concretizzarsi. Il 14 giugno 1837, due settimane prima di compiere 39 anni, mentre Ranieri stava organizzando il trasferimento di tutti e tre a Torre del Greco, per allontanarsi dal rischio di contrarre il colera durante una delle epidemia che periodicamente colpivano la città di Napoli, le condizioni fisiche del poeta, che già non scoppiava di salute, si aggravarono improvvisamente, portandolo a morte repentina nonostante il pronto intervento del suo medico, il dottor Mannella.

Nelle settimane immediatamente successive, Ranieri scrisse tre volte al padre di Leopardi per raccontargli prima della scomparsa del figlio e poi degli ultimi mesi della sua vita. Dipinse Leopardi come una specie di figura angelica, piena di amore sia verso Ranieri stesso e Paolina, sia verso la sua famiglia lontana. C’è da dire che il sodalizio Leopardi-Ranieri, dato che nessuno dei due svolgeva un lavoro stabile, si manteneva soprattutto grazie all’appannaggio (non certo esagerato, vista la tirchieria del personaggio) che Monaldo aveva concesso al figlio dopo lunghe ed estenuanti trattative; e che quindi la scomparsa di Leopardi significava, per fratello e sorella, il rischio di ritrovarsi di nuovo in ristrettezza economiche, così com’era stato prima che incontrassero Leopardi.

Geltrude Cassi Lazzari con i figli, illustrazione di Giuseppe Chiarini per la Vita di Giacomo Leopardi (1905):

Infatti, nelle lettere di Ranieri (e anche nelle successive comunicazioni con la famiglia Leopardi), l’accento è posto prima di tutto sulla devozione di Paolina all’amico quasi sempre infermo, da lei accudito e curato come un’infermiera, anzi come una madre, sicuramente molto meglio della vera madre del poeta, Adelaide Antici, donna notoriamente anaffettiva; e, puntualmente, Ranieri trovava sempre il modo di sottolineare come la stessa Paolina avesse sicuramente meritato di comparire nel testamento di Leopardi, se solo avesse avuto il tempo di redigerne uno (cosa che peraltro non avrebbe mai potuto fare finché non avesse finalmente ereditato dal padre).

Il conte Monaldo, tuttavia, non era minimamente sensibile a queste richieste, così come si lasciava disinvoltamente scivolare addosso tutta la pioggia di complimenti che, da Ranieri e da altri, accompagnavano la figura del figlio. Per lui, Giacomo era sì un intellettuale di un certo livello, ma non poteva certo essere messo a confronto con lui, il conte Monaldo Leopardi, il più grande scrittore del suo tempo: talmente grande che, se non fosse per la fama del figlio, oggi nemmeno a Recanati si ricorderebbero che è esistito.

Il padre di Giacomo, conte Monaldo Leopardi:

La sua sordità alle richieste di Ranieri (estesa successivamente ai suoi eredi) determinò nel tempo un cambiamento nella prospettiva con cui Ranieri (che era anche l’unico possessore delle ultime opere di Leopardi, compreso lo Zibaldone, e che quindi trattava con gli editori, come un mercante in un suk arabo, le condizioni per la loro pubblicazione) presentava la figura di Giacomo Leopardi. Nel tempo, infatti, le sue narrazioni proposero un poeta sempre meno angelico e sempre più terreno, per certi versi anche troppo. Soprattutto dopo la morte di Paolina, nel 1878 (senza aver mai ricevuto nulla dalla famiglia Leopardi), quando Ranieri si mise a scrivere un imbarazzante testo che sarebbe poi uscito nel 1880 con il titolo “Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi”, nel quale la convivenza con il poeta è raccontata come un vero inferno, perché, sembra, Leopardi non aveva orari, spesso teneva tutti svegli per nottate intere con le sue malattie vere, inventate o esagerate, passava da un medico all’altro ma non ne seguiva mai le prescrizioni, tanto che “perseverava con i più incredibili eccessi: il caffè, sciroppo di caffè; la limonea, sciroppo di limone; il cioccolatte, sciroppo di cioccolatte (e non senza le vaniglie, rigorosamente vietategli); e così via via: E quanto ai gelati, era un furore”. Appena pochi giorni prima di morire, Leopardi si sarebbe addirittura ingozzato (“due cartocci d’una libbra e mezzo l’uno”: vale a dire quasi 1300 grammi) di confetti, fatti arrivare apposta da Sulmona.

La madre di Giacomo, marchesa Adelaide Antici:

Sulle cause della morte del poeta, riguardo le quali inizialmente era stato ambiguo come spesso si usava a quel tempo (il referto ufficiale parla di “idropericardio”, ossia di un edema, un versamento di liquido nella cavità che avvolge il cuore), raccontò una versione coerente con quanto narrato sul rapporto tra il poeta e il cibo: Leopardi, mentre mangiava una minestra calda, avrebbe visto che era stato portato a tavola del gelato e si sarebbe avventato sullo stesso, ingurgitandolo a grandi cucchiaiate; lo sbalzo di temperatura tra esofago e stomaco avrebbe così portato a una congestione, aggravata dalle sue già cattive condizioni di salute, che sarebbe poi evoluta in un collasso cardiocircolatorio (la frase sempre riferita da Ranieri, con cui Leopardi gli avrebbe annunciato il suo malessere: “Io non ti veggo più…” può facilmente essere indicativa di un brusco calo di pressione sanguigna).

La biblioteca di Casa Leopardi. Fotografia di Quinok condivisa con licenza Creative Commons 4.0 via Wikipedia:

 

Ranieri racconta anche altri particolari della loro convivenza al limite del comico, che all’epoca tuttavia suonavano più normali di adesso. Ad esempio, che Leopardi trascorreva ore in bagno a leggere qualcuno dei tanti libri che gli venivano spediti in omaggio dagli editori con cui collaborava; e che, se il testo non gli piaceva, man mano che andava avanti, ne convertiva le pagine in carta igienica, invitando anche Ranieri e Paolina a fare lo stesso (sembra che non sia stato l’unico a regolarsi in questo modo. Non pochi bibliofili del passato hanno destinato i libri che non amavano a usi pochissimo nobili, ad esempio alimentare il fuoco nel camino).

Se all’inizio, pur di ingraziarsi il bigottissimo Monaldo, Ranieri si era prestato ad avallare perfino la fantasia del padre gesuita Carlo Maria Curci (con cui, effettivamente, sembra che Leopardi abbia tenuto una breve corrispondenza), per la quale il poeta si sarebbe convertito in articulo mortis dopo anni di ateismo dichiarato, a distanza di tanti anni, anche questa situazione era mutata completamente:

Leopardi non si era neanche sognato di convertirsi, nemmeno in punto di morte

Va detto anche che a questa miracolosa conversione non aveva creduto neanche un uomo sinceramente religioso e altrettanto sinceramente amico di Leopardi, il sacerdote e scrittore Vincenzo Gioberti.

Leopardi sul letto di morte, 1837, ritratto a matita di Tito Angelini, anch’esso simile alla maschera mortuaria e quindi molto realistico e verosimile:

Certo è che il libro di Ranieri mise i parenti di Leopardi (nel frattempo il titolo di conte e i relativi possedimenti erano passati al nipote di Monaldo, figlio di Pier Francesco, che aveva ricevuto il nome di Giacomo in onore dell’ormai celebre zio) in seria difficoltà con i loro compaesani di Recanati. Prima di allora, nessuno aveva mai rivelato nulla sul pessimo rapporto che c’era sempre stato tra i Leopardi e i recanatesi. Per i notabili della cittadina marchigiana, che già da qualche tempo si facevano un vanto con i forestieri dell’onore di vivere nella stessa cittadina di un così grande artista, non fu certo un momento di particolare letizia, quando scoprirono che l’artista stesso era solito definirli “gente zotica e vil” o con altri epiteti non meno pesanti.

I critici del tempo, tutti impegnati a costruire un santino di Leopardi patriota e buon cristiano, fecero di tutto per liquidare il libro di Ranieri come l’opera di un vecchio completamente rimbambito. Infatti, ancora oggi, se ne parla poco.

Il libro di Picchi non si limita ai contributi di Ranieri ma esamina anche quelli dei cosiddetti “tre moschettieri” che, forti della loro reputazione accademica (e sicuramente anche intenzionati ad essere investiti dalla famiglia Leopardi della carica di biografo ufficiale dell’illustre congiunto), scrissero ponderosi tomi per elogiare (e talvolta addirittura incensare) la famiglia di Leopardi e la figura di Monaldo in particolare: Giuseppe Piergili, Giuseppe Cugnoni e Prospero Viani. Sembra che sia stato proprio il libro di Viani a far infuriare Ranieri fino al punto da indurlo a scrivere il “Sodalizio”. I Leopardi, per reazione, ingaggiarono (ma più probabilmente si ingaggiò da solo, però loro lo apprezzarono molto) un ulteriore studioso, un tale che se n’era andato in Francia perché non trovava spazio nelle università italiane, Camillo Antona-Traversi, che non esitò ad attribuire a Giacomo Leopardi tutto il peggio pur di presentare i suoi parenti (e, di nuovo, Monaldo in particolare) sotto la luce migliore.

Manoscritto autografo de L’infinito. (Visso, Archivio comunale):

Non si sa se ridere o piangere, poi, leggendo che: 1) l’editore delle opere di Leopardi, Le Monnier, inserì un’antologia di sue poesie e prose nella collana “Biblioteca delle giovinette”, destinata soprattutto alle educande dei collegi, in cui la curatrice Caterina Pigorini Beri lo propose come esempio negativo, per indurre le giovani lettrici a riflettere su quale destino (la malasorte e il pessimismo) aspettasse chi abbandonava la fede; 2) Cesare Lombroso, in uno degli innumerevoli saggi che gli sono valsi l’appellativo di “peggior scienziato del mondo” (come riportato dal suo biografo Luigi Guarneri nel libro “L’atlante criminale”), ipotizzò non solo che Leopardi fosse un “alienato”, ossia un pazzo, ma anche che una vena di pazzia fosse stata sempre presente nella sua famiglia; 3) per qualche tempo, a partire dal 1933 in cui la possibilità fu adombrata dal critico Francesco Moroncini sulla base di alcune confuse indicazioni contenute in una lettera, non pochi studiosi si accapigliarono a proposito di un argomento dalla profondissima portata poetica: ma Leopardi aveva frequentato o no delle prostitute durante il suo soggiorno romano del 1822?

Anche un critico dell’importanza di Francesco De Santis ebbe un rapporto contraddittorio con Leopardi. Lo aveva direttamente conosciuto alla Scuola di Lingua Italiana aperta a Napoli dal marchese Basilio Puoti (un’istituzione privata che ai tempi valeva più di un’università), dove il poeta era stato ospite nel 1835. A quel tempo, De Santis aveva una passione smisurata per Leopardi. Nel tempo, però, tale passione si raffreddò. Piano piano, De Santis si convertì alla corrente più favorevole alla famiglia Leopardi. Nel 1876, arrivò ad affermare che gli scritti di Leopardi erano essenzialmente i vaneggiamenti di un nevrastenico.

Insomma, al di là del valore oggettivo e universale riconosciuto oggi al grande poeta e scrittore (che purtroppo la scuola spesso si ostina ancora a far odiare agli studenti, che invece avrebbero tutte le migliori ragioni per amarlo), se potesse parlare, Leopardi si dichiarerebbe senz’altro perfettamente d’accordo con il giudizio di Guttuso…

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.