La confessione di Ursula Kemp e la strage di “Streghe” a St. Osyth

Digita: “Ursula Kemp” sulla barra di ricerca Google. Nota: la parola chiave descrittiva associata alla ricerca. Ostetrica. Immagina: un tempo in cui questo termine si copre di un alone di magia. Un tempo in cui ogni cosa legata al mistero della vita, e della morte, si muoveva sul filo del rasoio, dietro un sottilissimo velo che marcava un labile confine tra sacro e sacrilego.

Un’epoca in cui il dare alla luce una vita era ritenuta un’esperienza esclusivamente femminile. L’inizio, sin dal primo gemito di un potente patto silente e spontaneo di solidarietà. Un’era in cui la nascita e i cambiamenti connessi al mondo, e al corpo femminile, erano “affari di donne”.

Il parto in particolare, era un momento rituale, tramandato per linea matriarcale, in cui le donne si restituivano reciprocamente assistenza. Si ricorreva ad una figura “esperta”, l’ostetrica o levatrice detta anche, praticona o mammana, una figura che, nel tempo, era divenuta depositaria di un patrimonio di conoscenza del femminile e di pratiche arcaiche che spaziavano dall’impiego di erbe e unguenti fino ad arrivare a formule magiche, preghiere ed interventi, atti a calmare i dolori del parto, facilitare il concepimento, ma anche impedirlo inducendo l’aborto.

In questo scenario, la pratica dell’ostetricia si presenta come quella di una professione “impura”. Un po’ maga un po’ strega, un po’ medicatrice un po’ “male-ditrice”, un po’ santa un po’ satanassa, ma certamente l’unica che potesse presenziare il momento della nascita. E’ così che si alimentava un rapporto tra le donne del villaggio, della gravidanza all’allattamento, dalla crescita all’assistenza del neonato.

Ursula Kemp

È in questo quadro che nel 1525 nasce a St. Osyth, nell’Essex, Ursula Kemp. Il suo nome diverrà quello di una strega, una tra le più famose dei suoi e dei nostri tempi.
Ursula, donna di paese, mammana, ostetrica, levatrice e quindi fatucchiera.
Erano poche le donne del villaggio, poche le nascite, poco il lavoro.

Per arrotondare e sopravvivere aveva cominciato a creare rimedi per curare i vicini. Ursula ricorreva alla furbizia, allo stratagemma creativo, giocava con la credulità del popolo e iniziò a proporre le sue conoscenze come rimedi capaci di allontanare la cattiva sorte e le maledizioni.

Dal 1568 in poi cambiò qualcosa. La caccia alla strega diventò realtà a Clemsford. Da quel momento in poi le toccò una sorte simile a quella di molte altre donne. Janare nel beneventano, masciare nel pugliese, strie nel trentino, masche nel piemontese, streghe nel mondo.

La fine arrivò con Grace Thurlowe, una vicina di casa Kemp. Davy, il suo bambino, era preda di continue convulsioni. La donna chiese aiuto a Ursula e lei riuscì a calmare i dolori del piccolo con un “incantesimo”. L’intervento magico era innaturale e profano, ingratamente la donna iniziò ad additarla come strega. Il villaggio fece seguito, le antipatie crebbero e il dramma non tardò ad arrivare. Il destino fu insolitamente malvagio e poco dopo la seconda figlia di Grace, la piccola Joan, cadde dalla culla rompendosi il collo. La madre, presa dell’ira, incolpò Ursula dell’accaduto. In risposta alle accuse la Kemp minacciò velatamente di renderla zoppa. Non passò molto che Thurlowe rimase paralizzata da una fortissima artrite, che la costrinse a trascinarsi su mani e ginocchia.

Il fato ha voluto giocare con la vendetta?

Ursula Kemp divenne ufficialmente agli occhi di tutti una potente strega. L’accusa di fronte al magistrato Brian Darcy non tardò ad arrivare. Ingiurie e maldicenze di altri paesani alimentarono i sospetti. Determinante fu la testimonianza di un bimbo, Thomas, 8 anni, figlio di Ursula. Raccontò che la madre aveva con sé 4 animali, dei famigli (usati dalle streghe come tramiti demoniaci). Tyffin, un gatto grigio. Tyttey, un agnellino bianco. Pygine, un rospo nero. Jacke, un gatto nero. Il piccolo Tommy, influenzato e forse minacciato e intimorito dai giudici, ignaro del peso delle sue parole, raccontò di aver visto la madre dar loro birra, torta e sangue, che permetteva di succhiare da lei.

Impiccagione di donne accusate di stregoneria

Ursula Kemp, come spesso accadeva, confessò i crimini di cui era accusata nella speranza di evitare dolori, ulteriori torture e massima pena. I magistrati, arricchiti dall’esperienza, di soprusi e minacce, sapevano ormai bene che erano sufficienti poche ore o al massimo un paio di giorni per sciogliere la lingua delle accusate. I “sentito dire”, le superstizioni, le credenze, aiutavano ad aggiungere dettagli e a incorniciare le confessioni. Non importava che fossero strappate con violenza dalla labbra delle condannate in cambio di clemenza. La Kemp rilasciò al giudice Darcy una confessione privata dietro la falsa promessa di ottenere la grazia.

Ursula ammise di possedere i famigli (due spiriti maschili, che uccidevano persone e due femminili, che portavano malattie o uccidevano il bestiame) e di frequentare altre streghe di St. Osyth: Elizabeth Bennet, Alice Hunt e sua sorella Margery Sammon (figlie della “vecchia madre Barnes”, altra strega di nota fama), Alice Newman. Tutte le donne accusate additarono a loro volta altre, confidando anch’esse nella clemenza del tribunale. L’esito finale fu il processo a 14 donne. Un vortice di sangue innocente che macchiò per sempre quelle terre.

Nel 1582 a Chelmsford Ursula Kemp fu impiccata a mezzogiorno, l’ora in cui le ombre sono più brevi. Prima di morire venne rinchiusa nella gabbia, “The Cage”, una prigione composta da una sola stanza dove tutte le detenute, accusate di stregoneria, erano portate insieme ai loro figli per l’ultimo saluto. Una stanza in cui il dolore ha permeato le pareti, riempito le fessure, imbrattato le mura e che è oggi tristemente famosa come uno degli edifici più infestati dell’Essex.

SITOGRAFIA:

– https://www.storialeggenda.it/ursula-kemp-storie-di-streghe-vere-e-di-stregoneria/

– https://www.madameblatt.it/2020/08/28/mistero-ursula-kemp-la-strega/

Roberta Nigido

Creare usando la fantasia è la mia passione. Non ho molta manualità e non sono brava nel disegno, non sono particolarmente portata con la fotografia (ma mi ostino a migliorare) e la mia voce non mi aiuta col canto (più cornacchia che usignolo). L'unico modo che ho trovato per esprimermi al meglio è tenendo una penna in mano... o una tastiera sotto le dita.