Settemila anime appena, eppure parlare di ‘paesello’ sarebbe del tutto fuori luogo: ci troviamo nel nord delle Marche, e quella che ci si para davanti è una città a tutto tondo. Siamo a Urbania, antica capitale della Massa Trabaria, luogo che ha saputo conservare i tratti più nobili nelle sue architetture e nella mentalità aperta dei suoi cittadini.

Anche in seguito, quando la città divenne parte integrante del Ducato d’Urbino, il suo nome – che all’epoca rispondeva a Castel Durante – continuò a essere promessa di meraviglia: in effetti, ancor oggi visitare Urbania è un po’ come posare gli occhi su un forziere stracolmo d’incanto cui è stato strappato via il coperchio. Quel luogo di delizie chiamato Barco, lo strepitoso Palazzo Ducale e l’infinità di chiese che paiono ritagli di paradiso incollati sulla terra non ne sono che il biglietto da visita, le bellezze più evidenti.

E in tutto questo ben di Dio, alla piccola Cappella Cola toccò per secoli di giocare un ruolo di secondo piano, di far da nota a margine alle meraviglie locali. Ma poi accadde qualcosa d’incredibile, un fatto che balzò agli onori delle cronache e che fece mutare il nome del minuto edificio di culto nel ben più suggestivo Chiesa dei Morti.

Sotto, la Chiesa dei Morti, fotografia di cepatri55 condivisa con licenza CC 2.5 via Wikipedia:

Cosa capitò? Tutto ebbe inizio nel 1567, quando la Confraternita della Buona Morte prese a svolgere in città la sua missione caritatevole. Compito dell’organizzazione quello di garantire un degno trapasso a tutti, in particolar modo ai meno abbienti e a coloro che erano in attesa del patibolo. I confratelli non solo si occupavano di smaltire pratiche burocratiche e di sostenere psicologicamente i moribondi, ma svolgevano tutte le mansioni tipiche di un funerale, fino ad arrivare alla sepoltura del defunto che avveniva nel retro della loro sede: la Cappella Cola, appunto.

Poi, nei primi anni dell’‘800, venne promulgato l’editto di Saint Cloud voluto da Napoleone per ragioni sanitarie: nuovi e vecchi defunti dovettero cercare l’eterno riposo in cimiteri posti fuori le mura. Anche la comunità urbaniese si rimboccò le maniche per adempiere alle disposizioni, ma ecco la sorpresa: sotto gli sguardi sbalorditi degli operai addetti alla traslazione delle salme attaccarono a comparire uno dopo l’altro corpi vecchi di secoli. Eppure perfettamente conservati.

Dal 1833 questi cadaveri mummificati – con tanto di pelle, capelli, unghie e organi – sono esposti nel vano posto dietro l’altare maggiore, una sorta di museo della morte che richiama migliaia di curiosi ogni anno, e che nel corso del tempo è divenuto il vero tesoro della città. Sì, d’accordo, un tesoro piuttosto macabro se vogliamo, ma capace di divenire meta obbligata per chi si trova a passare per la Valle del Metauro.

Ma come hanno fatto le diciotto mummie a vincere l’inesorabile decadimento prodotto dallo scorrere dei secoli? La voce popolare, perlomeno quella legata alla tradizione, è divisa:

  • c’è chi crede in una sorta di dono celeste, un premio che costoro hanno ricevuto per via del comportamento virtuoso tenuto in vita e che consisterebbe appunto nella conservazione del corpo
  • l’altro è invece espresso da chi collega il fenomeno alla presenza a Urbania di un leggendario e sinistro alchimista

Anche il priore della Confraternita che assistette alla riesumazione dovette credere a quest’ultima tesi. Si tratta di Vincenzo Piccini, alchimista e farmacista, che tentò in prima persona di risolvere il mistero. Come? Mettendo a punto delle particolari misture e disponendo che queste venissero applicate sul suo corpo  e su quelli di moglie e figlio dopo il trapasso. Oggi le spoglie dei componenti la famiglia Piccini sono esposte assieme alle altre presso la Cappella Cola, ma oltre a essere di colore più chiaro, il loro grado di integrità risulta minore.

Il racconto più autorevole rimane però quello della scienza, una narrazione che ha per protagonisti un terreno dalle particolarissime caratteristiche e un’insolita muffa conosciuta come Hipha bombicina pers. Il primo avrebbe permesso una costante aereazione delle salme, mentre la seconda, oltre ad agire come una sorta di antibiotico, sarebbe responsabile dell’essiccazione dei tessuti.

Dopo l’iniziale curiosità, tuttavia, gli studiosi tornarono alle loro vite di sempre e un’immeritata invisibilità – almeno da parte degli addetti ai lavori – tornò a stendersi nuovamente sulla Cappella Cola. Questo fino a che il National Geographic pensò bene di interessarsi alla questione, invitando alcuni scienziati a gettare nuova luce sullo strano fenomeno.

Ed è proprio grazie a costoro che oggi ogni ospite della Chiesa dei Morti può raccontare, almeno in parte, la propria storia. Ci sono il religioso ammazzato dall’ipercolesterolemia, la donna morta di un parto cesareo condotto in maniera tutt’altro che esemplare, quello sconfitto dal tumore ai polmoni, il ragazzo investito da un carro e l’impiccato. Su tutti spiccano i corpi del tizio pugnalato alla festa da ballo (di cui il custode è solito mostrare il cuore trafitto) e quello del sepolto vivo che porta ancora scolpito in faccia l’amaro ghigno sardonico di chi comprende fin troppo presto di non aver più scampo.

Dopo aver scrutato ben bene la morte negli occhi (la visita alla chiesa non dura che una mezz’ora), gli amanti del brivido potranno uscire per i peculiari vicoli del centro storico e buttarsi a capofitto in una delle numerose osterie per brindare alla vita con un calice di buon Bianchello. Senza alzare troppo il gomito, però, perché qualche minuto d’automobile potrebbe garantire loro nuove emozioni: proprio vicino a Urbania se ne stanno infatti Sassocorvaro e Mercatello sul Metauro. Basti dire che il primo è conosciuto anche come il borgo esoterico d’Italia, mentre nel secondo viene custodito un simulacro medievale che si dice realizzato in pelle umana. Lasciate i bimbi a casa e… buona visita!

Categorie: Viaggi

Marco Toccacieli

Marco Toccacieli

Affatto incline a seguire il tempo imposto dallo spartito, ho abbandonato la carriera di musicista da osteria per seguire quella di libraio. I pochi attimi che non dedico a famiglia e lavoro li spendo per dire i luoghi e le storie dell’antico Ducato d’Urbino, per raccontare la mia terra a chi ancora possiede la capacità di lasciarsi stupire.