La paura è il sentimento più antico dell’uomo e la paura più grande è quella dell’ignoto. Sono le parole con cui all’inizio del XX secolo lo scrittore americano H. P. Lovecraft, padre del genere letterario dell’horror fantascientifico, descrive il terrore irrazionale e strisciante che da sempre attanaglia l’uomo dinanzi a ciò che non conosce. Le tenebre sono il regno dell’inquietudine per antonomasia. Quando ci troviamo nel buio più impenetrabile, i nostri sensi si acuiscono, il battito cardiaco aumenta la frequenza. L’amigdala, parte del cervello che gestisce i sentimenti, ci rende pronti a difenderci e a scappare in caso di un pericolo improvviso.

Statuetta di Cthulhu disegnata da H. P. Lovecraft in una lettera a R. H. Barlow, 11 maggio 1934:

Durante le dodici notti dopo il solstizio d’inverno il sole sembra inghiottito nella tenebra. Sin da tempi antichissimi l’uomo ha tentato di dominare la paura e contenere il panico cercando la radice del fenomeno astrale nel mito. Il tradizionale rito dell’accensione e del mantenimento di fuochi per tutto il periodo solstiziale serve a propiziare l’inizio del nuovo ciclo annuale e svolge funzione apotropaica (di scacciare la sfortuna e gli spiriti maligni).

VIII secolo d.C. In un villaggio che si affaccia su uno stretto fiordo del sud della Scandinavia, gli uomini e le proprie famiglie si stringono attorno al fuoco all’interno della grande sala dello jarl (capo militare vichingo). Le fiamme crepitano. Lo scaldo, equivalente vichingo del bardo celtico, è il depositario della tradizione orale della comunità. Egli prende la parola tra tutti. Occhi e orecchie sono tutti rivolti a lui.

Al di fuori nessuno è al sicuro. Rimanete attorno al fuoco. Onorate i vostri antenati e brindate agli antichi guerrieri coi vostri corni cavi. La caccia è iniziata!

Odino, padre degli dei, è uscito dal Valhalla, spronando Sleipnir (il suo velocissimo cavallo a otto zampe), alla testa di un tremendo serraglio di esseri soprannaturali. Dietro di lui cavalcano in una corsa forsennata gli spiriti dei Berserkr, levando ancora il loro grido di guerra da cui traevano in vita il loro enorme potere.

Odino a cavallo di Sleipnir in un manoscritto islandese del XVIII secolo:

Seguono tra loro animali senza testa, cavalli mostruosi, mastini dagli occhi di fuoco, esemplari senza arti o con arti soprannumerari. I cani di Odino lanciano il loro verso caratteristico, un potente suono che si spegne in un guaito, dando inizio alla grande battuta di caccia sulla terra. Il terrore puro ha il suono degli zoccoli dei cavalli, dello sferragliare delle armi sugli scudi, delle grida dei Berserkr e dei latrati dei mastini.

Assistere alla Grande Caccia è presagio di sventura, porta tempesta, guerra, morte e carestia

Sotto, Tavoletta di bronzo raffigurante un berserker e un lupo mannaro:

Meglio rimanere al sicuro accanto al focolare domestico. Qualora, malauguratamente, ci si trovi sulla traiettoria della cavalcata, bisogna distogliere lo sguardo e ripararsi sul ciglio della strada. Il Grande Cacciatore col suo squadrone travolge ogni cosa che incontra, rade al suolo villaggi e rapisce chiunque si pari davanti, strappandolo alla vita, condannandolo a seguirlo per l’eternità a caccia di spiriti maligni fino all’oltretomba.

Sul finire del I secolo d.C., lo storico romano Tacito annovera la caccia selvaggia tra i miti delle popolazioni germaniche. Egli descrive la tattica militare della tribù celtica degli Harii, esempio tanto lampante di terrorismo psicologico da ingenerare una psicosi così profonda da identificare l’origine del mito nella memoria storica germanica. I guerrieri Harii si dipingevano completamente con tintura nera e sceglievano le notti di luna nuova per attaccare i villaggi nemici e metterli a ferro e fuoco.

Rappresentazione videoludica dei guerrieri Harii:

 
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Immaginate di essere nella vostra capanna a dormire. Dappertutto è buio pesto. Un’orda spettrale, non visibile, vi agguanta nel giro di pochi minuti. Molti dei vostri vicini sono trucidati, passando dal sonno alla morte. Poi le urla delle vostre donne e dei vostri figli, nella migliore delle ipotesi rapiti. Infine, l’intero villaggio a fuoco e voi, se siete risparmiati, a disperarvi a terra. Non riuscite a ricordare nemmeno un volto nemico. Vi convincete che la tragedia del saccheggio è avvenuta per mano soprannaturale, almeno per accettare il disonore della sconfitta senza essere costretti al suicidio.

Si ritrovano versioni differenti del mito a seconda dei diversi luoghi, tradizioni ed etnie dalla penisola scandinava, alle isole britanniche e a tutta l’Europa continentale. Nella tradizione celtica irlandese assume il ruolo di Grande Cacciatore il principe Nuada del popolo fatato (composto da folletti, fate, elfi e gnomi) dal nome gaelico Tùatha Dé Danann.

Sotto, un dipinto di inizio ‘900 raffigura il Tùatha Dé Danann:

Tra i popoli germanici è il dio Wotan, omologo di Odino, a condurre la caccia spettrale alla testa del Wütendes Heer (l’esercito furioso). Ampliando la prospettiva di analisi è davvero interessante notare come la radice antropologica indoeuropea del mito sia testimoniata nella religione indù, secondo cui il dio Shiva compie un rituale analogo a cavallo di un bue.

Sotto, raffigurazione del Dio Wotan:

Con la cristianizzazione dell’Europa nell’alto medioevo, tutto ciò che non si riesce a cancellare del paganesimo viene inglobato nell’iconografia cristiana e ammantato di un’aura sinistra e satanica. Ecco che la Caccia selvaggia diviene una scorreria demoniaca, partita e destinata a ritornare all’inferno, che sulla terra ha l’obiettivo di rastrellare pagani, miscredenti e non battezzati (si tratta di una propaganda pro battesimo davvero molto violenta).

Ai consueti capi caccia soprannaturali incontrati finora, si affiancano via via personaggi storici e leggendari. In Inghilterra e in Francia il mito nordico e la tradizione letteraria cortese si fondono: a capeggiare la cavalcata sono rispettivamente Re Artù coi suoi cavalieri (ciclo bretone) e Carlo Magno coi suoi paladini (ciclo carolingio).

Secondo le leggende tedesche, alla testa della terribile orda soprannaturale si scorge un nobile non morto, il conte Hans von Hackelberg, che è condannato per l’eternità a dare la caccia agli spiriti maligni per espiare i suoi gravissimi peccati in vita, o per aver giurato di farlo. Egli ha il potere di interrompere il sabba delle streghe. Una storia analoga è presente nella regione spagnola della Catalogna, dove una ballata tradizionale racconta del conte Arnau, talmente crudele in vita da essere condannato a condurre i propri cani per sempre mentre la propria carne è divorata dalle fiamme, allo stesso modo del protagonista del fumetto “Ghost Rider” della Marvel (reinterpretazione in chiave metal del mito).

Per quanto riguarda il nostro Paese, il mito della grande caccia è presente nelle valli alpine dove la stessa è annunciata da una folata di vento freddo. Il Grande cacciatore è Re Beatrik, figura che rappresenterebbe Teodorico il Grande (454-526 d.C.), re degli Ostrogoti. Proprio Ravenna, già capitale dell’Impero romano d’Occidente e città che Teodorico sceglie come capitale del suo regno, sede della sua corte e del proprio mausoleo funebre, è il luogo più a sud dove si ritrova questo mito, narrato anche da Boccaccio nel capolavoro trecentesco “Decameron”.

Siamo nella pineta di Classe, poco fuori città. Inizio del Trecento. Nastagio, giovane rampollo della potente famiglia nobile degli Onesti, vaga triste tra i pini. Ѐ innamorato follemente di una dama, figlia di Paolo Traversari, che però lo respinge. La sua disperazione gli annebbia i pensieri. Durante una passeggiata nella pineta di Classe viene sorpreso da una scena terrificante. Dinanzi a lui sbuca dalle frasche una ragazza seminuda correndo a rotta di collo. Urla e piange inseguita da qualcosa o da qualcuno. Subito è svelato l’arcano.

Dietro di lei due tremendi cani molossi, assetati di sangue, sono condotti da un cavaliere

La fronte è corrucciata e un ghigno d’odio gli solca il volto. La spada è impugnata alta e minacciosa sulla testa. La giovane preda inciampa e cade a terra. I molossi la sbranano sotto gli occhi sadici e compiaciuti dello spietato cacciatore. Tutto magicamente svanisce nel nulla. E si ripropone inesorabile ogni giorno alla stessa ora, in luoghi diversi durante la settimana. Il cavaliere spiega a Nastagio che quell’eterna condanna deriva dal suo suicidio per l’indifferenza della ragazza al suo amore, e alla di lei crudeltà nei suoi confronti. Il giovane fa assistere alla scena la sua amata e all’intera famiglia della donna, facendo narrare la storia dei due spettri al cavaliere.

Lei si convince così a sposarlo

Sandro Botticelli, raffigurazione del banchetto nel bosco, dove la famiglia Traversari assiste alla scena della caccia del cavaliere, museo Prado, Madrid:

In questo caso la caccia selvaggia è usata come “estorsione a fini amorosi” e dal terrore scaturisce, anche se artefatto, un lieto fine. E’ Boccaccio a raccontare questa fiaba nel suo Decameron, e prima di lui lo stesso Dante, che scrive la parte finale della Commedia durante i suoi ultimi anni di vita a Ravenna, evoca una scena di caccia nella foresta dei suicidi all’inferno. Più tardi anche Torquato Tasso, poeta della corte estense nella vicina Ferrara, accennerà al mito nella sua Gerusalemme Liberata.

“O viandanti nella notte, prestate attenzione quando il giorno soccombe. Qualcosa nella tenebra è già in agguato e reclama le vostre anime”.

Nicola Marchi
Nicola Marchi

Laureato in giurisprudenza, diplomato in archivistica, diplomatica e paleografia, già cultore della materia presso la cattedra di storia del diritto medievale e moderno all’Università di Bologna, appassionato di storia militare e storia del costume, pittore, umanista. Amo lo studio e la ricerca, le biblioteche e gli archivi storici, i musei, i viaggi. Cerco di trasmettere alle persone le mie passioni attraverso l’attività di divulgatore nell'ambito dell'Associazione culturale “Wandering Storytellers” di cui faccio parte.