L’antica Grecia, un territorio che non ebbe mai un’unità politica ma una lingua e una civiltà comune, divenne un faro culturale per il popolo romano, grandi conquistatori, ma poco portati, almeno all’inizio della propria storia, per la letteratura e la filosofia.

Facciata della Biblioteca di Celso a Efeso

Fotografia di Carole Raddato condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Lo studio della cultura greca fu, a partire dal III / II secolo aC, un segno distintivo della nobiltà romana. Quando il console Lucio Emilio Paolo (padre di Scipione l’Emiliano) sconfisse definitivamente i macedoni, nel 168 aC, dell’immenso bottino tenne per sé e per suoi figli solo la biblioteca del re Perseo di Macedonia, probabilmente la prima vera raccolta di libri di Roma. Successivamente, molti altri personaggi illustri iniziarono a collezionare testi greci di storia, filosofia, astronomia, per le loro biblioteche private.

Giulio Cesare, tra le sue tante imprese, aveva in mente di costruire a Roma “una biblioteca di libri greci ad uso pubblico ed una di libri latini, entrambe molto grandi”, ma fu assassinato prima di poter realizzare questa grande opera, compiuta alcuni anni dopo da Asinio Pollione.

Sotto, un evento notturno alla biblioteca di Celso. Fotografia di pubblico dominio via Pixabay:

Una magnifica biblioteca pubblica romana, la terza per grandezza nell’impero, è la Biblioteca di Celso a Efeso, in Turchia. 12.000 rotoli di pergamena contenevano un immenso patrimonio di conoscenza, ma andarono distrutti nel 262 dC.

La Biblioteca di Celso fu costruita, tra il 114 e il 117 dC, da Gaio Giulio Aquila, in onore del padre Giulio Celso Polemeano, proconsole d’Asia, del quale la biblioteca costituì il monumento funebre.

Sotto, la statua di Celso. fotografia di G.dallorto condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

La monumentale facciata era arricchita da quattro statue, poste in apposite nicchie, che rappresentavano la personificazione delle doti di Celso: Sophia (saggezza), Episteme (conoscenza), Eunoia (benevolenza), e Areté (virtù). Come molte biblioteche romane, anche quella di Celso aveva uno stile architettonico molto elaborato, che sarebbe diventato predominante durante il regno di Adriano (117-138 dC.)

Fotografia di Sofia, a sinistra, di Chris Beckett via Flickr e di Areti, a sinistra, via Wikipedia:

La Biblioteca di Celso è importante perché fornisce l’esempio di come erano strutturate le biblioteche romane. In questo edificio, l’unica grande sala si affaccia verso il sole nascente, secondo le regole vitruviane. Tre lati del salone rettangolare hanno nicchie dove venivano custoditi i rotoli, mentre la parete di fondo ha un grande arco che incornicia un’abside, dove c’era la statua di Celso, o forse di Atena.

Fotografia di pubblico dominio via Wikipedia:

La biblioteca fu distrutta da un incendio seguito ad un terremoto, nel 262 aC., ma fu ricostruita e continuò a funzionare fino al IV secolo. Poco altro è noto della Biblioteca di Celso: non sappiamo quali libri contenesse, né come fosse amministrata. La maggioranza delle biblioteche romane erano private (un esempio per tutte è la Villa dei Papiri ad Ercolano), ma si può supporre che quelle pubbliche abbiano preso a modello l’immensa biblioteca di Pergamo, che pare contenesse 200.000 volumi.

Di solito si trattava di un edificio dall’architettura elaborata, dove venivano conservati i rotoli, con un grande portico dove si poteva leggere ad alta voce. I romani colti preferivano usare le loro biblioteche private, mentre in quelle pubbliche si svolgevano probabilmente letture destinate ad un pubblico di ascoltatori.

Mentre la più importante biblioteca dell’antichità, quella di Alessandria, era frequentata da studiosi che vivevano e lavoravano nelle sue vicinanze (una concezione più simile a quella di una moderna università), la biblioteca di Celso funzionava probabilmente come quelle moderne: un luogo dove trovare e leggere le pergamene.

Sotto, il Google Maps della Biblioteca:

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.