La Battaglia di Sfacteria: l’unica resa nella storia degli Spartani

Dici “Spartani”, e la prima cosa che ti viene in mente è “guerrieri invincibili”. Perché i cittadini di Sparta, quelli che contano, ovvero gli Spartiati, altro non possono fare nella vita se non dedicarsi alla guerra. Non possono esercitare altro mestiere che quello del soldato, mentre per tutte le altre attività ci sono perieci e iloti, ovvero persone di classe inferiore e schiavi.

Olpita spartano (forse Leonida) – Museo archeologico di Sparta

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Far parte dell’esercito spartano significa molte cose: è l’orgoglio per la propria città, è la rigorosa adesione a codici etici e morali (ovviamente non paragonabili a quelli odierni), è la consapevolezza del proprio valore, ed è anche l’assoluta convinzione che mai e poi mai, in nessun caso, si possa arretrare davanti al nemico. La resa rappresenta un disonore che gli Spartiati non possono nemmeno prendere in considerazione, come ben dimostra la battaglia delle Termopili.

Ricostruzione di una falange che avanza in una formazione serrata

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Eppure, in un caso anche gli Spartani hanno ceduto e si sono arresi al nemico. La battaglia di Sfacteria è il teatro di questo evento unico.

L’isola di Sfacteria vista da Pilo

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Corre l’anno 425 a.C. ed è in corso la guerra del Peloponneso, che vede fronteggiarsi Atene e Sparta, con le rispettive città alleate, unite rispettivamente nella lega delio-attica e nella lega peloponnesiaca.

Lo storico Tucidide, che è la principale fonte al riguardo, scrive: “Certo questo è stato il più grande sommovimento che sia mai avvenuto fra i Greci e per una parte dei barbari e, per così dire, anche per la maggior parte degli uomini.” (La Guerra del Peloponneso)

Nonostante i pretesti contingenti (rottura di trattatati e simili) addotti da Sparta, la vera causa della guerra è una sola: contrastare il dominio di Atene, che andava estendendosi un po’ troppo dopo le guerre persiane: “Il motivo più vero, ma meno dichiarato apertamente, penso che fosse il crescere della potenza ateniese e il suo incutere timore ai Lacedemoni, sì da provocare la guerra” (Tucidide, op.cit.)

Accade dunque che le navi della flotta ateniese, dirette in Sicilia (sempre per motivi di guerra), vadano a cercare riparo da una tempesta proprio sulle coste del Peloponneso, dominato dagli Spartani, dove però i Messeni, ridotti alla condizione di iloti, sono sempre in cerca di riscatto. Quale migliore occasione di quella per creare un baluardo nel cuore del territorio nemico? La città di Pilo, in posizione strategica su una penisola, è il posto giusto. Demostene di Afidna decide di fermarsi lì con cinque navi e meno di un migliaio di opliti, mentre le altre trireme riprendono il mare, diretti verso l’isola di Corcira (odierna Corfù) e la Magna Grecia.

La posizione di Pilo e Sfacteria

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Demostene e i suoi soldati fortificano la collina di Pilo, e gli Spartani non possono certo stare lì a guardare gli Ateniesi insediarsi in armi in un loro territorio, peraltro sempre sul punto di esplodere in rivolte.

Le navi spartane si avvicinano alla penisola, per sorprendere gli ateniesi alle spalle, e intanto un ridotto numero di soldati sbarca sull’isola che chiude la baia, Sfacteria, in modo da controllare l’accesso delle trireme: è inevitabile una battaglia navale, visto che la flotta ateniese sta tornando per sostenere Demostene, con 47 navi più altre mandate da città alleate.

Gli Spartani hanno poche triremi, che vengono subito neutralizzate dal navarca Eurimedonte; la battaglia sulla terraferma dura tre giorni e vede vittoriosi gli ateniesi, mentre 420 opliti rimangono isolati a Sfacteria.

Insomma, la situazione è disastrosa per i guerrieri lacedemoni: si ritrovano loro sotto assedio, senza possibilità di riprendersi Pilo e con quei quattrocento uomini, tra i quali ci sono un gran numero di Spartiati, che rischiano di morire di fame sull’isola. Proprio la possibilità di perdere così tanti guerrieri della loro élite (all’epoca erano circa duemila in tutto), convince Sparta a chiedere un armistizio e una trattativa.

Atene, in cambio della garanzia di salvezza di tutti i soldati isolati a Sfacteria, offre condizioni che non possono essere accettate in nessun modo da Sparta, pena la perdita di prestigio in tutta la Grecia. E non è solo una questione d’onore o di orgoglio di facciata, è in gioco la sopravvivenza stessa della lega peloponnesiaca: il suo scioglimento è il vero obiettivo degli ateniesi.

Intanto, a Sfacteria, gli opliti spartani resistono, anche grazie a qualche rifornimento che riesce ad arrivare dalla terraferma, almeno secondo quanto racconta Tucidide: “grano macinato, vino, cacio e ogni altro genere di alimento che potesse giovare per l’assedio” veniva portato di nascosto dagli iloti, in cambio di una promessa di libertà.
Passano le settimane e la situazione non si sblocca, ma nel frattempo anche la flotta attica, con la fine dell’estate, inizia a soffrire della mancanza di rifornimenti, mentre il pericolo di fuga degli assediati si fa più concreto.

Trireme greca

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Poi gli ateniesi hanno un colpo di fortuna: sull’isola scoppia un incendio che distrugge parte della vegetazione, abbastanza da mostrare la reale (piccola) consistenza del contingente spartano e a favorire l’approdo in relativa sicurezza a Demostene, supportato dall’arrivo di nuove forze di terra, comandate dallo stratego Cleone.

Demostene e Cleone in verità ci provano a trattare con gli Spartani che ancora circondano Pilo, e chiedono la resa pacifica di quei quattrocento opliti ancora confinati a Sfacteria. Parole al vento, che alla fine inducono gli ateniesi allo scontro diretto: Cleone sbarca sull’isola, obbliga gli Spartani a ritirarsi e occupa la parte alta di Sfacteria, da dove i suoi arcieri hanno gioco facile nel tiro al bersaglio sui nemici, ormai troppo provati dall’assedio. Nella battaglia muore anche il loro comandante, Epitada. I superstiti si rifugiano nella zona nord dell’isola, in un promontorio quasi inaccessibile, da dove i nemici attici non riescono a stanarli.

Fasi della battaglia di Sfacteria

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Ancora una volta, la situazione si fa difficile per gli ateniesi: l’inverno è alle porte, le provviste scarseggiano e loro si trovano comunque nel Peloponneso, in pieno territorio spartano. Per di più, qualche provvista riesce comunque ad arrivare dalla terraferma agli irriducibili spartani di Sfacteria.

A sbloccare la situazione ci pensa un comandante messeno, che organizza con i suoi uomini un’incursione sul promontorio, attraverso un passaggio così impervio e pericoloso da non essere nemmeno difeso dagli spartani, tanto lo ritengono inaccessibile.

Val la pena ricordare l’odio che gli abitanti della Messenia, ridotti nella condizione di iloti, provavano verso gli Spartani, che un giorno all’anno organizzavano addirittura la caccia all’ilota, probabilmente come forma di esercitazione per i nuovi opliti e per tenerne sotto controllo il numero, pericolosamente superiore al loro.

La mappa della battaglia di Sfacteria

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Alla fine dunque gli Spartani si trovano circondati e capiscono che non rimane loro molta scelta: arrendersi o lottare fino alla morte. Ottengono però il permesso di inviare un messaggero, per chiedere istruzioni a Sparta. La risposta è piuttosto sibillina o, sarebbe più corretto dire, laconica:

Sparta ti ordina di prendere la tua decisione, sii sempre onorevole

Lasciati così, in balia di una scelta personale, quegli opliti spartani osano ciò che nessun altro di loro aveva mai fatto prima né farà in seguito: gettano le armi e si arrendono. 292 uomini, tra i quali 120 spartiati, vengono fatti prigionieri e sono condotti ad Atene, dove rimangono come ostaggi fino alla fine della guerra, che viene comunque vinta da Sparta.


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