L’uomo Osterby e i suoi capelli conservati con il Nodo Suebo

Quello che stiamo faticosamente traversando è il secolo dell’immagine. “Ogni influenza è negativa […] influenzare qualcuno significa dargli la propria anima. Egli non pensa più ai suoi naturali pensieri, non arde più delle sue naturali passioni, non ha più le sue reali virtù” diceva Oscar Wilde, uno che di tendenze ne ha lanciate molte.

C’è sempre qualcuno, però, che la moda la lancia, il primo uomo che, magari inconsciamente, decide che da domani si diramerà la moda del taglio obliquo al sopracciglio, del piercing alla narice o del “mullet”, il taglio alla tedesca corto davanti e lungo di dietro, che si propagò negli ultimi due decenni del Secolo breve. Il processo che determina la diffusione di una moda non può esserci chiaro; è sicuramente un andamento astruso e condizionato da molteplici fattori, perciò non ci avventuriamo a definirlo; quello che possiamo dire con assoluta serenità è che le mode, come i costumi, sono sempre esistite e fanno, hanno fatto e faranno parte dei geni dei Sapiens. L’uomo, identico a tutti i suoi uguali, ha bisogno di distinguersi e lo fa anche trasformando la sua natura, dal modo di vestire alla capigliatura.

Possiamo sostenere quindi, in coda a questo ragionamento, che il principio che ha portato all’adozione dei pantaloni a zampa di elefante negli anni settanta del Novecento (per dire una moda su migliaia) è, con tutte le differenze del caso, abbastanza aderente all’utilizzo del Nodo suebo – l’argomento del quale parleremo da qui in avanti –, l’acconciatura che si diffuse tra i guerrieri germani dei Suebi tra il I secolo a.C. e il I d.C.

La Germania Magna

Fotografia di Modification · Bearbeitung · Prilaboro: D. Bachmann condivisa via Wikipedia con licenza CC BY-SA 3.0

Anzitutto vediamo chi erano i Suebi.

Quello dei Suebi (o Svevi) era un popolo di origine germanica proveniente dal Mar Baltico, il “Suebicum mare” dei romani. Una definizione accettata, ma molto semplicistica però, sicché, come scriveva il coevo storico romano Publio Cornelio Tacito nella sua opera etnografica dal titolo “De origine et situ Germanorum”, più conosciuta semplicemente come “Germania”, dei Suebi non esisteva un solo popolo con un’unica origine, ma numerose e sparse tribù nella cosiddetta Germania Magna, una vasta area a est dell’antica provincia romana della Germania.

Proprio in “Germania”, parlando dei Suebi, Tacito citava il curioso nodo ai capelli in uso tra queste genti: “È segno distintivo di questa gente ravviare lateralmente i capelli e fermarli con un nodo: in questo modo gli Svevi si differenziano dagli altri Germani e, al loro interno, distinguono gli uomini liberi dagli schiavi […] fino alla vecchiaia si tirano all’indietro le ispide chiome e spesso le legano soltanto in cima al capo. I nobili vi aggiungono qualche ornamento: è un modo per curare, senza malizia, la loro immagine fisica; e non lo fanno per essere più attraenti, ma per sembrare ancora più imponenti e terribili agli occhi dei nemici, quando vanno in guerra”.

Il vecchio Tacito ci parla di un’autentica moda di duemila anni fa.

Approfondiamo, dunque, l’argomento. Il Nodo suebo – chiamato in tedesco “suebenknoten” – in voga tra i Suebi, questo variegato popolo di guerrieri germani, consisteva nel dividere i capelli, spesso lunghi, in due ciocche e portarli su un lato del capo per poi fissarli con un nodo, stretto e stabile.

L’uso del Nodo non era dovuto a fattori legati alla vanità o comunque soltanto guidato dalla comodità che comportava, evitando ai guerrieri suebi fastidiosi capelli dinanzi gli occhi durante le cruenti battaglie, ma probabilmente fu scelto anche per il fatto che questa pettinatura rendeva i Suebi più alti, più ieratici e, in qualche maniera, anche più minacciosi di fronte al nemico.

Specifica di fatti Tacito: “La loro attenzione a farsi belli è tutta qui, ma innocente; non si ornano infatti per amare o farsi amare, bensì per accrescere l’imponenza e incutere timore agli occhi del nemico, quando vanno alla guerra”.

Come sosteneva lo storico romano, poi, il Nodo serviva anche a distinguersi tra classi sociali: la tipica pettinatura poteva essere portata soltanto dai guerrieri e dai nobili, mai dagli schiavi o dagli stranieri.

Nodo suebo conservato a Osterby

Fotografia di Bullenwächter – Own work condivisa via Wikipedia con licenza CC BY 3.0

L’esempio migliore di Nodo suebo arrivato ai giorni nostri è quello rinvenuto nel 1948 in una torbiera di Osterby, cittadina del nord della Germania, regione dello Schleswig-Holstein, a una settantina di chilometri dal confine con la Danimarca. Quello conosciuto come “Osterby Man” è un cranio perfettamente conservato caratterizzato da una lucente chioma rossiccia (probabilmente divenuta così a causa degli acidi sprigionati in quasi due millenni di riposo) bloccata da un impeccabile Nodo suebo. Lo straordinario rinvenimento, il principale esemplare delle cosiddette mummie di palude, è datato tra il 75 e il 130 d.C. e oggi è conservato nelle sale del museo archeologico del castello di Gottorf, una vecchia residenza degli Oldenburg, a Schleswig.

Per ricordare la scoperta, nel suo cinquantesimo anniversario, nel 1998 la cittadina di Osterby ha inserito una rappresentazione argentata del Nodo suebo nella parte inferiore del suo stemma comunale.

Un altro Nodo suebo eccellentemente conservato è stato scoperto pochi anni dopo, nel 1959, a Dätgen, poco più di quaranta chilometri a sud di Osterby, sempre nello Schleswig-Holstein. In questo caso, differentemente dal primo rinvenimento, oltre al cranio è stato trovato anche l’intero corpo del cadavere che ha permesso di stabilire la dinamica della morte del suebo: l’uomo, conosciuto come “Dätgen Man”, è stato prima accoltellato, poi decapitato e infine gettato in una fossa per quasi duemila anni. Anche questa scoperta è oggi esposta al museo archeologico di Schleswig.

Dätgen Man

Fotografia di Bullenwächter – Own work condivisa via Wikipedia con licenza CC BY 3.0

Oltre che sui teschi di questi eccezionali rinvenimenti archeologici, il Nodo suebo è raffigurato su moltissimi monumenti e sculture. Citiamo una statuetta di bronzo conservata al museo romano di Vienna, una maschera di terracotta in mostra al British Museum di Londra, una statuetta germanica esposta al Rheinische Landesmuseum, il museo archeologico di Treviri.

Una statuetta di bronzo col Nodo suebo

Fotografia di Gryffindor – Eigenes Werk condivisa via Wikipedia con licenza CC BY 3.0

Anche l’Italia ha le sue rappresentazioni di Nodo suebo: alcuni guerrieri con la tipica acconciatura sono identificabili sul Sarcofago di Portonaccio, un sarcofago romano di marmo, alto più di un metro e mezzo, scoperto negli anni trenta del Novecento e riconducibile al 180 circa. Con tutta probabilità si tratterebbe della tomba di un generale caduto nel corso delle guerre marcomanniche, il lungo periodo di conflitto tra i romani e i popoli germano-sarmatici dell’Europa continentale (166-189). Il Sarcofago di Portonaccio è conservato a Palazzo Massimo alle Terme, la principale delle sedi del Museo nazionale romano.

Dettaglio del Sarcofago di Portonaccio

Fotografia di Miguel Hermoso Cuesta – Eigenes Werk condivisa via Wikipedia con licenza CC BY-SA 3.0

Altri nodi suebi “italiani”, infine, sono visibili sui rilievi raffiguranti alcuni principi germanici sulla Colonna Traiana, sempre a Roma, su cui è rappresentata la conquista romana della Dacia (101-106), e su un rilievo dell’anfiteatro romano di Pozzuoli.

Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si occupa di editoria e giornalismo. È vicepresidente di Glicine associazione e rivista, autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".