Gli zoo umani, o più elegantemente  detti “esposizioni etnologiche”, erano molto di moda nel 19° secolo, come anche nei primi anni del ‘900 (ma “mostre” di esseri umani in zoo di animali ci sono state anche negli anni 2000, nel Regno Unito, in Australia, in Germania e in Congo), e l’esposizione più famosa rimane probabilmente quella del 1907 a Parigi.

Maurice Maitre con un gruppo di Selk’nam – Esposizione Universale di Parigi – 1889

Nel 1889, con il consenso del governo cileno, undici nativi sudamericani (tra i quali diversi bambini) di etnia Selk’nam, chiamati anche Ona, furono portati in Europa per essere esibiti negli zoo umani.

Il viaggio dei Selk’nam

Si trattava di merce preziosa, perché i nativi della Patagonia erano una rarità: tra il 1878 e il 1900, solo tre gruppi di indigeni provenienti da un luogo così lontano da essere considerato “il mondo alla fine del mondo”, furono esposti nella vecchia Europa.

Appartenevano alle tribù Tehuelche, Selk’nam e Kawésqar: uomini, donne e bambini che dovevano esibirsi dalle sei alle otto volte al giorno per la gioia dei visitatori, che li fotografavano e li “studiavano”, persone civilizzate che probabilmente provavano una sorta di rassicurazione nel sentirsi superiori ad altri esseri umani, rimasti fermi all’età della pietra.

Questa “meraviglia” nei confronti di popolazioni lontane, non solo geograficamente, ma soprattutto culturalmente, non fu certo una prerogativa occidentale. In Cina, ad esempio, già durante la dinastia Tang (618/907 dC.), mercanti arabi portavano alla corte imperiale schiavi neri, destinati a stupire, e talvolta a spaventare, gli ospiti, al pari di animali esotici come le giraffe.

I Selk’nam abitavano gli estremi territori del Sud America, quella Terra del Fuoco battezzata così perché Ferdinando Magellano, l’esploratore che per primo riuscì ad attraversare lo stretto tra l’Atlantico e il Pacifico, vide innumerevoli falò, accesi dai nativi che abitavano le isole e le zone costiere del lembo più a sud del continente americano.

Da quel lontano 1520, fino alla metà del 19° secolo, le popolazioni native che abitavano la Terra del Fuoco, ultime ad essere scoperte dagli europei, vissero in tranquillità, senza doversi preoccupare dei coloni che stavano impadronendosi del continente.

I Selk’nam avevano una storia lunga: erano arrivati in quel territorio, poi diviso tra Cile e Argentina, alla fine dell’ultima era glaciale, circa 10.000 anni fa, forse provenienti dall’Asia, quando ancora l’Isola Grande era l’estrema propaggine del continente. Quando la smania occidentale di conquista di nuovi territori arrivò fino alla Terra del Fuoco (isole comprese), i Selk’nam vivevano ancora come i loro antenati: erano cacciatori nomadi che usavano attrezzi di pietra. Si distinguevano dagli altri nativi per la loro altezza (circa 174 cm. di media), la forza fisica e la capacità di adattarsi in un ambiente ostile. Amavano dipingersi il corpo e il volto, in particolare in occasione di cerimonie importanti, come quella di iniziazione degli adolescenti maschi. Per dimostrare di essere diventati adulti, i ragazzi dovevano superare molte prove fisiche e psicologiche, durante cerimonie segrete riservate agli uomini. I maschi adulti impersonavano gli spiriti dell’universo, usciti dalla profondità della terra o scesi dal cielo, indossando maschere di pelle di guanaco, o di corteccia d’albero.

 
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L’arrivo di cercatori d’oro e soprattutto di allevatori di pecore segnò l’inizio della fine per i Selk’nam: i nativi non comprendevano il concetto di proprietà privata degli europei, e quindi cacciavano le pecore dei rancheros. Con il benestare dei governi di Argentina e Cile, i coloni organizzavano delle vere e proprie cacce all’indigeno: la prova dell’uccisione (le orecchie della vittima) dava diritto a una ricompensa in denaro.

Caccia all’uomo: l’esploratore Julius Popper con un indigeno Selk’nam morto ai suoi piedi

Si trattò dello sterminio programmato di un popolo inerme, che non poteva certo difendersi con armi di pietra. Ma non furono solo i fucili ad uccidere i Selk’nam, ci pensarono anche il vaiolo e il morbillo, malattie trasmesse dagli europei con cui venivano in contatto, principalmente i missionari salesiani.

Bambini Selk’nam

Alejandro Cañas stimò che nel 1896 la popolazione dei Selk’nam contava circa 3000 persone.  Martín Gusinde, un etnologo austriaco che li studiò all’inizio del XX secolo, nel 1919 affermò che ne rimanevano solo 279; nel 1945 il missionario salesiano Lorenzo Massa ne contava 25. Nel maggio 1974, Ángela Loij morì: era l’ultima ad avere nelle vene il sangue puro dei Selk’nam. L’etnia è estinta, anche se ci sono probabilmente dei discendenti di sangue misto. Anche la lingua parlata da questo popolo è ormai perduta: le ultime persone a utilizzarla morirono negli anni ’80.

Non solo i Selk’nam, ma anche tutti gli indios “fuegini”, che abitavano da millenni alla “fine del mondo”, sono ormai estinti, uccisi principalmente dalle malattie portate dagli europei: a metà del 19° secolo erano circa 10.000, dopo qualche decennio erano ridotti a poche centinaia. Anche se oggi rimane qualche discendente di sangue misto, la cultura e le tradizioni di questi popoli non sono altro che ricordi scritti nei diari di viaggio degli europei.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.